Lavoratori edili: United States of America MCSN Rob Aylward/U.S. Navy

Capitolo 9 Il mercato del lavoro: salari, profitti e disoccupazione

Come il mercato del lavoro determina salari, occupazione e distribuzione del reddito e perché è difficile eliminare la disoccupazione

Doug Grey lavorava come operaio addetto al montaggio delle gru giganti nelle miniere del Territorio del Nord, in Australia. Il lavoro in miniera era per lui molto più che una semplice occupazione, era uno stile di vita. Negli anni Novanta del secolo scorso aveva partecipato alla costruzione della miniera di zinco sul fiume MacArthur, una delle più grandi del mondo; in quella stessa miniera, anni dopo, anche suo figlio Rob avrebbe ottenuto il suo primo lavoro. “Mi misero a guidare i camion che trasportavano minerale grezzo” ricorda Rob, “fu una grande opportunità.”

Rob era entrato nel mercato del lavoro proprio quando il prezzo mondiale delle risorse naturali stava iniziando a crescere, trainato dalla domanda proveniente dalla Cina, la cui economia era in rapida espansione. Per un certo periodo Rob visse in Thailandia, dove il costo della vita era molto basso e da cui raggiungeva il suo posto di lavoro a Borroloola in aereo. Nello stesso periodo nel quale suo figlio Rob iniziava a lavorare, Doug aveva accettato un lavoro nella miniera di ferro di Pilbara, nell’Australia Occidentale, con un salario equivalente a circa il doppio del reddito medio di una famiglia australiana di quel periodo. Padre e figlio stavano mettendo da parte cospicui risparmi.

Nel 2015 la situazione era tuttavia molto diversa: il boom delle risorse naturali era solo un lontano ricordo e i prezzi del ferro e dello zinco continuavano a scendere. Rob e i suoi colleghi minatori erano preoccupati: “Che la crisi economica e il prezzo delle materie prime in discesa fossero un problema lo sapevamo”. Alla fine di quell’anno Rob ricevette la cattiva notizia: “Due giorni prima delle mie ferie, il direttore mi chiamò e mi disse ‘Grazie per il tuo lavoro, lo apprezziamo molto, ma siamo costretti a licenziarti’.” Anche suo padre fu licenziato.

Guidare i camion per il trasporto del minerale grezzo è la passione di Rob, che ancora spera di poter tornare al volante. Ma questo non succederà, almeno non nella miniera di Pilbara dove una volta lavorava suo padre. Trovandosi di fronte una domanda in flessione, la compagnia mineraria ha tagliato la produzione cercando di ridurre drasticamente i costi, e lo ha fatto anche rimpiazzando, dove possibile, i lavoratori con le macchine. Al volante dei veicoli nella miniera di Pilbara non c’è più nessuno, perché il lavoro è svolto da mezzi automatizzati, enormi camion-robot “guidati” con un joystick da giovani laureati che stanno a Perth, a 1200 km di distanza.

Le fortune economiche dei Grey sono state interamente determinate dal mercato del lavoro delle industrie minerarie negli Stati dell’Australia Occidentale e del Territorio del Nord. La figura 9.1 mostra che la loro esperienza è stata tutt’altro che isolata. Il boom del prezzo del minerale grezzo (nella grafico in alto) aveva reso l’attività mineraria altamente redditizia, inducendo una forte domanda di lavoro, che aveva finito con l’assorbire l’intera offerta di operai addetti ai montaggi e di autisti di camion. Le compagnie minerarie non avevano avuto altra scelta che pagare salari straordinariamente alti e finché il boom continuò, le compagnie fecero comunque profitti. Il declino del prezzo delle materie prime era cominciato a metà del 2011, causando un aumento della disoccupazione. Quattro anni dopo i Grey ne subirono gli effetti.

Salario reale settimanale per un lavoratore maschio in Australia Occidentale, in rapporto al prezzo mondiale del minerale di ferro e al tasso di disoccupazione in Australia, 1989–2015.

Figura 9.1 Salario reale settimanale per un lavoratore maschio in Australia Occidentale, in rapporto al prezzo mondiale del minerale di ferro e al tasso di disoccupazione in Australia, 1989–2015.

Australian Bureau of Statistics and International Monetary Fund. Nota: I tassi di disoccupazione sono corretti su base stagionale.

Salari settimanali

Il grafico mostra il salario orale settimanale percepito dagli uomini nello stato dell’Australia Occidentale. Nel riquadro superiore in relazione al prezzo mondiale del minerale di ferro, mentre nel riquadro inferiore in relazione al tasso di disoccupazione in Australia.

Figura 9.1a Il grafico mostra il salario orale settimanale percepito dagli uomini nello stato dell’Australia Occidentale. Nel riquadro superiore in relazione al prezzo mondiale del minerale di ferro, mentre nel riquadro inferiore in relazione al tasso di disoccupazione in Australia.

La crescita rallenta, la disoccupazione aumenta

In seguito al picco del prezzo dei minerali di ferro, la crescita del salario reale è rallentata e la disoccupazione ha iniziato a salire.

Figura 9.1b In seguito al picco del prezzo dei minerali di ferro, la crescita del salario reale è rallentata e la disoccupazione ha iniziato a salire.

disoccupazione involontaria
La condizione di chi è senza lavoro, ma preferirebbe essere occupato a un salario e a condizioni di lavoro identiche a quelle dei lavoratori occupati con le sue stesse caratteristiche.

In questo capitolo descriveremo il funzionamento del mercato del lavoro e spiegheremo perché, anche in equilibrio, l’offerta di lavoro (il numero di persone che cerca un posto di lavoro) eccede la domanda di lavoro (il numero di posti di lavoro offerti). Si parla in questo caso di disoccupazione involontaria, per distinguerla dalla situazione in cui chi è disoccupato (e quindi cerca lavoro) lo è per scelta, ad esempio perché non è disponbile a lavorare al salario di mercato.

9.1 Le curve della fissazione del salario e del prezzo e il mercato del lavoro

Nei capitoli precedenti abbiano analizzato singoli mercati — ad esempio quello del pane, per esempio — o singole imprese, in questo ci occuperemo del mercato del lavoro di un’economia nel suo insieme, da cui dipende la dimensione della disoccupazione. Considereremo il caso di un’economia composta da imprese che vendono prodotti differenziati (come descritto nel Capitolo 7), e quindi dotate di un qualche potere di mercato (price-setter), e da un grande numero di lavoratori identici che possono essere impiegati dalle imprese a un salario fissato dalle imprese stesse (così come studiato nel Capitolo 6).

salario nominale
La remunerazione ricevuta in cambio del proprio lavoro, espressa in unità di una specifica valuta. Vedi anche: salario reale

Nella nostra analisi considereremo come unico fattore produttivo il lavoro, in modo che l’unico costo sia il salario e i profitti siano determinati da tre variabili: il salario nominale (la remunerazione corrisposta espressa in unità monetarie), il prezzo a cui l’impresa vende i suoi prodotti e la produttività media oraria di un lavoratore.

Il mercato del lavoro

La discussione nei due capitoli precedenti sarà essenziale per capire come funziona il mercato del lavoro; terremo conto infatti sia della relazione fra l’impresa e suoi lavoratori (Capitolo 6), sia di quella fra l’impresa e i suoi clienti (Capitolo 7).

Imprese e lavoratori

Allo scopo di motivare i propri dipendenti a lavorare con il dovuto impegno, le imprese devono fissare il salario a un livello sufficientemente alto da garantire loro una rendita da occupazione. Questo fa sì che esista un costo collegato alla perdita del lavoro: è meglio avere un impiego piuttosto che essere licenziati a causa dello scarso impegno. Se la probabilità di trovare un impiego alternativo in caso di licenziamento è molto alta, cioè quando il livello di occupazione nell’economia è alto, per lavorare con impegno il lavoratore richiederà un salario maggiore. Immagineremo che la fissazione del salario sia compito del dipartimento Risorse Umane (RU) dell’impresa.

Imprese e clienti

Data la curva di domanda per il loro prodotto, le imprese sono poste di fronte all’alternativa fra vendere maggiori quantità e fissare prezzi più alti. Per determinare il prezzo, l’impresa stabilisce il markup sui costi di produzione in modo da bilanciare il guadagno derivante dal fissare un prezzo più alto e la perdita dovuta alla minor quantità venduta, in modo da massimizzare il proprio profitto. Il markup così fissato determina a sua volta la divisione dei ricavi dell’impresa fra profitti e salari. Si pensi alla fissazione del prezzo come al compito del dipartimento Marketing (DM) dell’impresa.

Salari e occupazione

Quello che ci interessa capire è come vengano determinati il salario reale e il livello di occupazione dell’intera economia. Teniamo presente che il salario reale corrisponde al salario nominale diviso per la variazione nel tempo del livello dei prezzi di un paniere standard di beni di consumo; esso è quindi determinato congiuntamente dal salario nominale pagato dalle imprese e dai prezzi da esse fissati per i beni venduti. Si pensi a questo processo come un meccanismo in due stadi:

  1. ogni impresa decide quale salario pagare, quale prezzo fissare per i suoi prodotti e quante persone assumere;
  2. la somma di tutte queste decisioni delle imprese dà come risultati il livello totale di occupazione nell’economia e il salario reale.

In ciascuna impresa il primo stadio (la scelta di salario, prezzo e livello di occupazione) procede nel seguente modo:

curva della fissazione del salario
La curva che indica, per ogni livello di occupazione nell’economia, il salario reale necessario per fornire ai lavoratori l’incentivo a lavorare con l’impegno richiesto.
curva della fissazione del prezzo
La curva che indica il salario reale pagato dalle imprese quando queste scelgono il prezzo che massimizza il loro profitto.

Il secondo stadio — nel quale si ottiene il risultato aggregato delle decisioni di ogni singola impresa — è più complesso. Tuttavia l’idea di fondo è semplice. Una volta che tutte le imprese hanno preso le loro decisioni riguardo al salario e al prezzo (i.e. il markup) la quantità di prodotto per lavoratore viene divisa fra il salario reale che il lavoratore stesso riceve e il profitto reale ottenuto dall’impresa. Se tutte le imprese fissano lo stesso prezzo e lo stesso salario nominale, un salario reale maggiore () implica un markup minore (). Per capire in che modo il salario reale e il livello di occupazione sono determinati congiuntamente nel mercato del lavoro, sono necessari due concetti di base:

Nel prossimo paragrafo studieremo in che modo vengono misurate l’occupazione e la disoccupazione. In seguito introdurremo la curva della fissazione del salario usando il modello sviluppato del Capitolo 6. Quindi descriveremo come la singola impresa determina il proprio livello di occupazione usando il modello della fissazione del prezzo del Capitolo 7, e questo chiarirà perché la curva della fissazione del prezzo è essenziale al fine di comprendere il mercato del lavoro di un’intera economia. Mostreremo in che modo le due curve determino insieme il livello di equilibrio di Nash dell’occupazione, il salario reale e la distribuzione del reddito fra salari e profitti. Useremo infine questo modello per analizzare gli effetti di cambiamenti nelle politiche pubbliche, come ad esempio la tassazione dei profitti delle imprese o del salario dei lavoratori, l’erogazione di un sussidio alle imprese per l’assunzione di più lavoratori, un cambiamento nei sussidi di disoccupazione o nel grado di competizione fra le imprese.

Domanda 9.1 Scegli le risposte corrette

Quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Per massimizzare il proprio markup, le imprese fissano il salario al livello che rende i lavoratori indifferenti fra lavorare e non lavorare.
  • Le imprese mirano a fissare il prezzo al livello più alto possibile.
  • In equilibrio il salario è tale da eguagliare domanda e offerta di lavoro, per cui non c’è disoccupazione.
  • Se tutte le imprese fissano lo stesso prezzo e pagano lo stesso salario, allora maggiore è il salario reale che pagano, minore è il loro markup.
  • Per motivare i lavoratori a lavorare bene e con impegno, le imprese fissano un salario sufficientemente alto da fornire ai lavoratori una rendita da occupazione, rendendo in questo modo costoso per il lavoratore perdere il posto di lavoro.
  • Esiste un trade-off tra il prezzo più alto e la quantità venduta. Un’impresa sceglie il prezzo che massimizza il profitto.
  • Nel mercato del lavoro esiste disoccupazione involontaria anche in equilibrio poiché, allo scopo di motivare i lavoratori a lavorare bene e con impegno, è necessario fissare il salario a un livello più alto rispetto al salario di piena occupazione.
  • Il salario reale è dato da W/P mentre il markup è (PW)/P = 1 − W/P. Quindi maggiore è il primo, minore è il secondo.

9.2 Misurare occupazione e disoccupazione

disoccupazione
Stato di una persona che, pur potendo lavorare ed essendo disponibile a farlo, si trova senza lavoro.

Secondo la definizione standardizzata fornita dall’International Labour Organization (ILO), si trova in condizione di disoccupazione chi, in un determinato periodo di riferimento (solitamente le quattro settimane precedenti la rilevazione):

popolazione in età lavorativa
Una convenzione statistica che solitamente indica le persone che in un certo Paese hanno un’età compresa tra 15 e 64 anni.
popolazione inattiva
La parte di popolazione in età lavorativa che non è né occupata né alla ricerca di un’occupazione. Un genitore che non lavora per accudire i figli, ad esempio, è classificato come parte della popolazione inattiva.
forza lavoro
L’insieme di coloro che, essendo parte della popolazione in età lavorativa, sono occupati, o cercano un’occupazione, al di fuori del lavoro domestico. La forza lavoro include gli occupati e i disoccupati. Vedi anche: tasso di disoccupazione, tasso di occupazione, tasso di attività

La figura 9.2 fornisce un quadro dei rapporti tra le diverse quantità che emergono analizzando il mercato del lavoro. A partire dall’intera popolazione, possiamo considerare la popolazione in età lavorativa, data dall’intera popolazione meno i bambini e gli individui sopra i 64 anni, a sua volta distinguibile in due gruppi: la forza lavoro e la popolazione inattiva; si definiscono inattivi coloro che, non essendo occupati, non cercano attivamente un lavoro: si tratta, ad esempio, di chi è inabile al lavoro a causa di malattia o disabilità, o di genitori che stanno a casa per accudire i figli. Solo chi è parte della forza lavoro può essere considerato occupato o disoccupato.

Il mercato del lavoro.

Figura 9.2 Il mercato del lavoro.

tasso di attività
Il rapporto tra il numero di individui nella forza lavoro e la popolazione in età lavorativa. Vedi anche: forza lavoro, popolazione in età lavorativa
tasso di disoccupazione
Il rapporto tra il numero di disoccupati e la dimensione della forza lavoro. Nota bene: il tasso di disoccupazione e il tasso di occupazione hanno denominatori diversi, quindi la loro somma non dà come risultato 100%. Vedi anche: forza lavoro, tasso di occupazione

Ci sono molti indicatori statistici che risultano utili per valutare l’andamento del mercato del lavoro di un dato paese o per confrontare i mercati del lavoro di diversi paesi e che dipendono dalla dimensioni relative delle categorie mostrate nella figura 9.2. Il primo è il tasso di attività, cioè la percentuale della popolazione in età lavorativa che fa parte della forza lavoro; viene calcolato nel seguente modo:

A seguire troviamo l’indicatore più comunemente citato in riferimento al mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione, che mostra la percentuale della forza lavoro che è disoccupata. Viene calcolata nel seguente modo:

tasso di occupazione
Il rapporto tra il numero di individui occupati e la popolazione in età lavorativa. Vedi anche: popolazione in età lavorativa

Abbiamo infine il tasso di occupazione che mostra la percentuale di popolazione in età lavorativa che è occupata, sia come dipendente sia in modo autonomo, così calcolata:

È importante notare che il denominatore nella definizione del tasso di occupazione è diverso da quello nella definizione del tasso di disoccupazione. Di conseguenza due paesi con lo stesso tasso di disoccupazione possono avere tassi di occupazione diversi se uno dei due ha un tasso di attività alto e l’altro uno basso.

La tabella 9.1 riporta la situazione del mercato del lavoro in Norvegia e in Spagna nel periodo compreso fra il 2000 e il 2015, e mostra in che modo i diversi indicatori sono in relazione fra loro. Suggerisce, inoltre, che la struttura del mercato del lavoro differisce molto fra diversi paesi. Possiamo vedere come il mercato del lavoro norvegese abbia funzionato meglio di quello spagnolo negli ultimi 15 anni: la Norvegia ha un tasso di occupazione molto più alto ed un tasso di disoccupazione molto più basso. Inoltre la Norvegia ha un tasso di attività molto più alto a causa della maggior partecipazione delle donne alla forza lavoro.

Norvegia Spagna
Numero di persone, milioni
Popolazione in età lavorativa 3,5 37,6
Forza Lavoro 2,5 21,6
Fuori dalla forza lavoro (inattivi) 1,0 16,0
Occupati 2,4 18.1
Disoccupati 1,0 3,5
Tassi (%)
Tasso di attività 2,5/3,5 = 71% 21,6/37,6 = 58%
Tasso di occupazione 2,4/3,5 = 69% 18,1/37,6 = 48%
Tasso di disoccupazione 0,1/2,5 = 4% 3,5/21,6 = 16%

Il mercato del lavoro in Norvegia e Spagna (valori medi nel periodo 2000–2015).

Tabella 9.1 Il mercato del lavoro in Norvegia e Spagna (valori medi nel periodo 2000–2015).

Norvegia e Spagna sono esempi di due casi molto comuni. La Norvegia è un’economia caratterizzata da alta occupazione e bassa disoccupazione (gli altri paesi scandinavi — Danimarca, Finlandia e Svezia — sono simili) mentre la Spagna è caratterizzata da alta disoccupazione e bassa occupazione (gli altri paesi del Sud Europa — Italia, Grecia e Portogallo — sono altri esempi). Tuttavia altre combinazioni sono possibili: la Corea del Sud è un esempio di economia caratterizzata da tassi di occupazione e disoccupazione entrambi bassi.

Esercizio 9.1 Occupazione, disoccupazione e partecipazione

  1. Visitate il sito web dell’ILO e usa il Database ILOSTAT per calcolare i tassi di occupazione, disoccupazione e attività di due economie a vostra scelta.
  2. Descrivete le differenze fra i dati di questi due paesi e confrontateli con quelli di Spagna e Norvegia. Scegliete un modo di rappresentare visivamente i dati (e.g. usando una tabella Excel) e spiegate la vostra scelta.

Domanda 9.2 Scegli le risposte corrette

Quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • tasso di attività = occupati ÷ forza lavoro
  • tasso di disoccupazione = disoccupati ÷ popolazione in età lavorativa
  • tasso di occupazione = occupati ÷ popolazione in età lavorativa
  • tasso di occupazione + tasso di disoccupazione = 1
  • Tasso di attività = forza lavoro ÷ popolazione in età lavorativa.
  • Tasso di disoccupazione = disoccupati ÷ forza lavoro.
  • Questa è la definizione di tasso di occupazione.
  • Tasso di disoccupazione = disoccupati ÷ forza lavoro, mentre il tasso di occupazione è: occupati ÷ popolazione in età lavorativa; la loro somma non è 1 in quanto il denominatore è differente.

9.3 La curva della fissazione del salario: occupazione e salari reali

In questo paragrafo svilupperemo un modello del mercato del lavoro che ci consentirà di spiegare le differenze nei tassi di disoccupazione fra diversi paesi e la loro evoluzione nel tempo. A tale scopo estenderemo all’intera economia l’analisi della singola impresa del Capitolo 6, chiedendoci in che modo i cambiamenti nel tasso di disoccupazione influenzino il salario fissato dalle imprese.

Nella figura 9.3, l’asse orizzontale rappresenta la proporzione della popolazione in età lavorativa, il cui valore massimo è ovviamente uno (100%), mentre sull’asse verticale misuriamo il salario reale.

La curva della fissazione del salario: disciplina del lavoro e disoccupazione.

Figura 9.3 La curva della fissazione del salario: disciplina del lavoro e disoccupazione.

La curva della fissazione del salario

La curva crescente è detta curva della fissazione del salario.

Figura 9.3a La curva crescente è detta curva della fissazione del salario.

Il salario che massimizza il profitto quando la disoccupazione è alta

Con un tasso di disoccupazione nell’economia al 12%, il salario di riserva dei lavoratori è basso, e non sarà necessario un salario molto elevato per indurli a impegnarsi. Anche il livello del salario che massimizza il profitto dell’impresa sarà dunque basso.

Figura 9.3b Con un tasso di disoccupazione nell’economia al 12%, il salario di riserva dei lavoratori è basso, e non sarà necessario un salario molto elevato per indurli a impegnarsi. Anche il livello del salario che massimizza il profitto dell’impresa sarà dunque basso.

Il salario che massimizza il profitto quando la disoccupazione è bassa

Con un tasso di disoccupazione nell’economia al 5%, il salario di riserva dei lavoratori è alto, e sarà alto anche il salario che massimizza il profitto.

Figura 9.3c Con un tasso di disoccupazione nell’economia al 5%, il salario di riserva dei lavoratori è alto, e sarà alto anche il salario che massimizza il profitto.

curva di determinazinoe dei salari
No definition available.

La curva crescente nel grafico prende il nome di curva della fissazione del salario. Essa dipende dalla curva di reazione dei lavoratori, e, analogamente a quella, traduce in termini matematici una condizione “se … allora …”: se il tasso di occupazione è x, allora il valore del salario che corrisponde all’equilibrio di Nash sarà w. Detto altrimenti, in corrispondenza del tasso di occupazione x, il salario w è il risultato della strategia ottimale del datore di lavoro e di quella del lavoratore: il primo fisserà un salario, il secondo risponderà a quel salario scegliendo un livello di impegno. La curva della fissazione del salario per l’intera economia è in effetti basata direttamente sulla decisione del datore di lavoro relativa al salario e su quella del lavoratore relativa all’impegno, in un’economia composta da tante imprese identiche che si comportano nel modo descritto nel Capitolo 6.

La figura 9.4 mette insieme la figura 9.3 (la curva della fissazione del salario per l’intera economia) con la figura 6.6 (fissazione del livello ottimale di salario da parte della singola impresa). Il grafico superiore della figura 9.4 mostra la funzione di reazione dei lavoratore in corrispondenza dei due tassi di disoccupazione del 12% e del 5%. Come abbiamo visto nel Capitolo 6, un tasso di disoccupazione più alto riduce il salario di riserva, perché un lavoratore andrà incontro a un periodo di disoccupazione più lungo in caso di perdita del lavoro; ciò indebolisce il potere contrattuale dei lavoratori e fa muovere la funzione di reazione a sinistra. Il salario di riserva corrispondente a un tasso di disoccupazione del 12% è indicato dal punto F, mentre il salario che massimizza il profitto dell’impresa è indicato dal punto A, a cui corrisponde un salario basso ().

Derivazione della curva della fissazione del salario al variare del tasso di disoccupazione.

Figura 9.4 Derivazione della curva della fissazione del salario al variare del tasso di disoccupazione.

Il punto A, cui corrispondono un livello di disoccupazione del 12% e un salario , è riportato nel grafico inferiore. Assumiamo che la forza lavoro sia fissa, per cui sull’asse orizzontale abbiamo il numero di lavoratori occupati (N) e all’aumentare dell’occupazione il tasso di disoccupazione diminuisce.

Il salario che massimizza il profitto quanto il tasso di disoccupazione è al 5% si ottiene seguendo lo stesso ragionamento; in questo caso sono maggiori sia il salario di riserva che il salario fissato dal datore di lavoro, come mostra il punto B. Riportiamo anche questo secondo punto sulla curva della fissazione del salario del grafico inferiore.

Abbiamo così derivato la curva della fissazione del salario a partire dal modello dell’effetto disciplinante del salario, che avevamo sviluppato per illustrare come salario e impegno si determinino nell’interazione tra i lavoratori e i proprietari delle imprese (o i loro manager). Useremo lo stesso modello più avanti, quando descriveremo le politiche di contrasto alla disoccupazione e l’effetto dell’azione delle organizzazioni sindacali sul funzionamento del mercato del lavoro e quindi sulla fissazione del salario.1

Usando i dati sul tasso di disoccupazione e sui salari in diverse aree geografiche, gli economisti sono in gradi di stimare e rappresentare graficamente la curva della fissazione del salario di un’economia. Nella figura 9.5 è rappresentata la curva della fissazione del salario stimata per gli Stati Uniti. Sull’asse orizzontale è riportato, per valori decrescenti da sinistra a destra, il tasso di disoccupazione.

Curva della fissazione del salario stimata per gli Stati Uniti (1979–2013).

Figura 9.5 Curva della fissazione del salario stimata per gli Stati Uniti (1979–2013).

Stima di Stephen Machin (UCL, 2015) da Current Population Survey; microdati ottenuti dall’Outgoing Rotation Groups dal 1979 al 2013.

Esercizio 9.2 Spostamenti della curva della fissazione del salario

  1. Riferendovi al Capitolo 6 e usando un grafico con le funzioni di reazione e la curva della fissazione del salario, fornite una breve spiegazione dello spostamento di tale curva per ciascuno dei casi descritti nella tabella sottostante.
  2. Spiegate perché un aumento del tasso di disoccupazione sposti la funzione di reazione ma non la curva della fissazione del salario.
Cambiamento Spostamento della curva
Aumento dei sussidi di disoccupazione Verso l’alto
Un sistema di monitoraggio che individua l’assenteismo Verso il basso
Una diminuzione della disutilità del lavorare Verso il basso

Domanda 9.3 Scegli le risposte corrette

La figura 9.4 mostra la curva di determinazione dei salari e il modo in cui essa viene derivata usando la funzione di reazione dei lavoratori e la curva di isocosto per lo sforzo del datore di lavoro. Basandosi su questa figura:

  • un taglio dei sussidi di disoccupazione sposterebbe la curva di reazione verso sinistra, aumentando la curva di determinazione dei salari;
  • un aumento del periodo atteso di disoccupazione traslerebbe la curva di reazione verso destra aumentando la curva di determinazione dei salari;
  • in un paese nel quale lo stigma sociale nei confronti dei disoccupati è alto, la curva di determinazione dei contratti è più bassa;
  • un’improvvisa diminuzione della popolazione in età lavorativa (dovuta ad esempio al pensionamento della generazione dei baby-boomer) farebbe traslare la curva di determinazione dei salari verso il basso.
  • Un taglio dei sussidi di disoccupazione farebbe traslare la funzione di reazione verso sinistra. Tuttavia questo implicherebbe una caduta del salario di equilibrio per un dato tasso di disoccupazione, e una curva di determinazione dei salari più bassa.
  • Un aumento del periodo atteso di disoccupazione causerebbero una traslazione verso sinistra della funzione di reazione, facendo spostare verso il basso la curva di determinazione dei salari.
  • In un paese nel quale lo stigma sociale nei confronti dei disoccupati è alto, la funzione di reazione dei lavoratori trasla verso sinistra. Questo riduce il salario di equilibrio per un dato tasso di disoccupazione, causando una riduzione della curva di determinazione dei salari.
  • Se il bilanciamento fra persone che cercano un lavoro e posti di lavoro disponibili si sposta in favore dei lavoratori, la loro funzione di reazione trasla a destra, causando una traslazione verso l’alto della curva di determinazione dei salari.

9.4 La decisione di assumere

Allo scopo di capire la seconda componente del nostro modello del mercato del lavoro — la curva della fissazione del prezzo — è necessario analizzare più attentamente la decisione dell’impresa sul numero di lavoratori da assumere, e come essa dipenda dalla quantità prodotta. Quest’ultima a sua volta dipende dalla quantità che l’impresa è in grado di vendere, che è funzione dal prezzo fissato dall’impresa stessa.

La decisione dell’impresa è il risultato dell’interazione tra i suoi tre dipartimenti. Si ricordi che nel nostro modello semplificato l’impresa utilizza un solo fattore di produzione — il lavoro — e quindi l’unico costo è dato dai salari. Per semplificare ulteriormente il modello assumiamo che con un’ora di lavoro si produca un’unità di output (produttività media del lavoro = = 1), per cui il salario pagato dall’impresa (W) è anche il costo di un’unita di prodotto (misurato in unità monetarie; ricordiamo che W indica il salario nominale mentre w è il salario reale).

Il processo decisionale dell’impresa è riassunto nella tabella 9.2.

Dipartimento Informazioni in suo possesso Variabile fissata
Risorse Umane Prezzi, salari e livello di occupazione nelle altre imprese Salario nominale, W
Marketing Tutte le informazioni precedenti più la funzione di domanda dell’impresa Prezzo del prodotto, p
Produzione Tutte le informazioni precedenti più la produttività del lavoro e l’ammontare di prodotto che l’impressa potrà vendere Livello di occupazione, n

I tre dipartimenti determinano il livello occupazionale dell’impresa.

Tabella 9.2 I tre dipartimenti determinano il livello occupazionale dell’impresa.

Una volta che il dipartimento Risorse Umane ha fissato il salario ad un livello sufficiente per motivare i lavoratori, il dipartimento Marketing procede in due fasi (ricordiamo che l’impresa può fissare il prezzo di vendita ma non la quantità venduta, che dipende dalla quantità domandata per ogni dato livello dei prezzi, indicata sulla curva di domanda dell’impresa). In primo luogo, come nel Capitolo 7, il dipartimento Marketing si chiede quali siano le combinazioni possibili di p e q. Queste combinazioni sono determinate dalla funzione di domanda, che dipenderà dalla quantità prodotta dalle altre imprese, dai prezzi che queste hanno fissato, dai salari e da altri fattori che possano influenzare la domanda complessiva di quei beni nell’economia.

La seconda fase è data dalla scelta di un punto sulla curva di domanda. Il dipartimento Marketing osserva quindi la figura 9.6 per determinare la convenienza di ciascuna combinazione prezzo-quantità. Sulla base del valore di W scelto dalle Risorse Umane, il dipartimento Marketing costruisce le curve di isoprofitto. Come sappiamo, ciascuna curva è data dall’insieme di combinazioni di prezzo e quantità che, dati i salari, garantiscono all’impresa un certo livello di profitto. Maggiore è la distanza della curva dall’origine (e quindi maggiori sono il prezzo e la quantità), maggiore è il profitto. Inoltre:

Come già visto nel Capitolo 7, il profitto è massimo nel punto B, in cui la curva di domanda è tangente alla curva di isoprofitto. Il dipartimento Marketing decide quindi di fissare il prezzo e calcola di vendere unità di prodotto.

La scelta di prezzo e la ripartizione dei ricavi tra profitti e salari.

Figura 9.6 La scelta di prezzo e la ripartizione dei ricavi tra profitti e salari.

Profitti massimi

Il profitto è massimo nel punto B dove la curva di domanda è tangente alla curva di isoprofitto.

Figura 9.6a Il profitto è massimo nel punto B dove la curva di domanda è tangente alla curva di isoprofitto.

La fissazione del prezzo da parte dell’impresa

Determina la ripartizione dei ricavi totali fra profitti e salari.

Figura 9.6b Determina la ripartizione dei ricavi totali fra profitti e salari.

Quando l’impresa vende prodotti al prezzo , il suo ricavo totale è dato da . Dalla figura è possibile notare che, determinando il prezzo, l’impresa di fatto determina anche la ripartizione dei ricavi totali fra profitti e salari. Questa ripartizione si basa sul markup (ovvero ). Come visto nel Capitolo 7, il markup è tanto maggiore quanto meno la curva di domanda è elastica, indice di una concorrenza meno intensa.

Il dipartimento produzione sa che ogni ora lavorata (con un livello di impegno del lavoratore determinato dalla rendita da occupazione e dalla minaccia del licenziamento) produce un’unità di prodotto; di conseguenza assumerà un numero di lavoratori tali da garantire ore di lavoro; è la funzione di produzione dell’impresa (in questo caso estremamente semplificata).

Per comprendere meglio quanto diremo nel prossimo paragrafo, possiamo chiederci cosa succederebbe se l’azienda si trovasse nel punto A. Visto che la curva di isoprofitto nel punto A è minore di quella nel punto B, il dipartimento Marketing osserverebbe che l’impresa sta realizzando minori profitti; aumenterebbe quindi il prezzo, informando il dipartimento Produzione della necessità di diminuire la produzione. Allo stesso modo, se l’impressa si trovasse nel punto C, il dipartimento Marketing deciderebbe di diminuire il prezzo e il dipartimento Produzione riceverebbe l’indicazione di aumentare la produzione per far fronte alle conseguenti maggiori vendite.

Domanda 9.4 Scegli le risposte corrette

La figura 9.6 rappresenta la curva di domanda di mercato e la curva di isoprofitto dell’impresa. Basandoti su queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • La pendenza della curva di domanda corrisponde al saggio marginale di sostituzione dell’impresa.
  • Fra i punti A e C, l’impresa preferisce il punto A in quanto la quantità prodotta è maggiore.
  • Dopo aver scelto il prezzo che massimizza il suo profitto, l’impresa fissa il livello del salario nominale.
  • Se l’impresa si trovasse a produrre nel punto C, potrebbe aumentare il suo profitto vendendo una quantità maggiore ad un prezzo minore.
  • Il saggio marginale di sostituzione dell’impresa indica quanto è possibile aumentare il prezzo per vendere un’unità extra di prodotto mantenendo il profitto invariato. Quindi è uguale alla pendenza della curva di isoprofitto.
  • I punti A e C sono sulla stessa curva di isoprofitto. Di conseguenza l’impresa è indifferente tra i due.
  • Il dipartimento Marketing determina il prezzo dopo che il dipartimento Risorse Umane ha determinato il salario.
  • Il punto dove il profitto è massimo è B, in cui l’impresa produce di più ad un prezzo minore rispetto al punto C.

9.5. La curva della fissazione del prezzo: salari e profitti nell’economia nel suo complesso

Abbiamo visto che, nel momento in cui fissa il prezzo applicando un markup al salario, l’impresa determina la ripartizione del ricavo per unità di prodotto tra profitto per unità di prodotto e salario per unità di prodotto (figura 9.6). Guardando all’economia nel suo complesso, quando tutte le imprese fissano i prezzi in questo modo, vediamo dunque che l’output per lavoratore (la produttività media del lavoro, ) viene ripartita in profitto reale per lavoratore e salario reale (figura 9.7a), dove P indica il livello generale dei prezzi.

La figura 9.7a mostra il risultato del processo della fissazione del prezzo delle imprese nell’economia nel suo complesso. La retta orizzontale più alta indica il ricavo delle imprese, in termini reali, per lavoratore, ovvero la produttività media del lavoro. Quella che definiamo curva della fissazione del prezzo, in realtà non è propriamente una curva: è il valore che fornisce il livello del salario reale compatibile con il markup quando tutte le imprese fissano il prezzo massimizzando il loro profitto. Visto che il salario reale non dipende dal livello di occupazione nell’economia, nella figura 9.7a esso è mostrato come una linea orizzontale di valore .

La curva della fissazione del prezzo: la distribuzione del reddito nel mercato del lavoro dal punto di vista del dipartimento Marketing.

Figura 9.7a La curva della fissazione del prezzo: la distribuzione del reddito nel mercato del lavoro dal punto di vista del dipartimento Marketing.

Nelle figure 9.7a e 9.7b, il punto B sulla curva della fissazione del prezzo indica il risultato della fissazione del prezzo da parte delle imprese sotto l’ipotesi di massimizzazione del profitto per l’economia nel suo complesso.

Consideriamo ora il punto A nella figura 9.7b, che corrisponde al punto A della figura 9.6. La figura 9.7b spiega perché l’impresa aumenti il prezzo per muoversi verso il punto B che garantisce un profitto più alto. L’aumento del prezzo e la riduzione dell’occupazione sono indicate dalla freccia che dal punto A nella figura 9.7b punta in basso e a sinistra: in basso perché a parità di salario nominale l’aumento dei prezzi provoca una riduzione del salario reale; verso sinistra perché un aumento del prezzo implica una riduzione della quantità prodotta e quindi dell’occupazione.

La curva della fissazione del prezzo: il mercato del lavoro dal punto di vista del dipartimento Marketing.

Figura 9.7b La curva della fissazione del prezzo: il mercato del lavoro dal punto di vista del dipartimento Marketing.

Il punto A

Il punto A è al di sopra della curva della fissazione del prezzo, questo implica che il salario reale sia maggiore del livello compatibile con il markup che massimizza i profitti dell’impresa. Se il salario reale è troppo alto, significa che il markup è troppo basso.

Figura 9.7ba Il punto A è al di sopra della curva della fissazione del prezzo, questo implica che il salario reale sia maggiore del livello compatibile con il markup che massimizza i profitti dell’impresa. Se il salario reale è troppo alto, significa che il markup è troppo basso.

Il punto B

L’impresa aumenterà il prezzo per muoversi verso il punto B. Il prezzo più alto implica che l’impresa venda una quantità minore; poiché questo vale per tutte le imprese, il livello totale di occupazione diminuirà.

Figura 9.7bb L’impresa aumenterà il prezzo per muoversi verso il punto B. Il prezzo più alto implica che l’impresa venda una quantità minore; poiché questo vale per tutte le imprese, il livello totale di occupazione diminuirà.

Il punto C

Al di sotto della curva della fissazione del prezzo, ad esempio nel punto C, le imprese decidono di ridurre i prezzi e assumere più persone.

Figura 9.7bc Al di sotto della curva della fissazione del prezzo, ad esempio nel punto C, le imprese decidono di ridurre i prezzi e assumere più persone.

Il prezzo che massimizza il profitto

Nel punto B il prezzo massimizza il profitto dell’impresa data la domanda aggregata; se la curva di domanda è quella illustrata nella figura 9.6, i profitti in A e in C sono inferiori.

Figura 9.7bd Nel punto B il prezzo massimizza il profitto dell’impresa data la domanda aggregata; se la curva di domanda è quella illustrata nella figura 9.6, i profitti in A e in C sono inferiori.

Esercizio 9.3 La curva della fissazione del prezzo

Spiegate, a parole e usando un grafico come quello nella figura 9.6, perché, qualora l’economia si trovasse nel punto C della figura 9.7b, i prezzi diminuirebbero e l’occupazione aumenterebbe (all’opposto di quanto accadrebbe se l’economia si trovasse nel punto A).

Trovandosi al di sopra della curva della fissazione del prezzo, come ad esempio nel punto A della figura 9.7a, le imprese aumentano i prezzi e diminuiscono l’occupazione. Specularmente, trovandosi al di sotto della stessa curva, come ad esempio in C, le imprese diminuiscono i prezzi e assumono più lavoratori. Dato il livello della domanda aggregata nell’economia, le decisioni delle imprese in merito a prezzi e assunzioni spingeranno l’economia in un punto sulla curva della fissazione del prezzo nel quale il livello di occupazione e il salario reale sono quelli rappresentati dal punto B.

La posizione della curva della fissazione del prezzo è influenzata da molti fattori, incluse le politiche pubbliche (come vedremo più avanti in questo capitolo), ma ce ne sono due particolarmente rilevanti:

Domanda 9.5 Scegli le risposte corrette

Il seguente grafico rappresenta la curva di determinazione dei prezzi.

La curva di determinazione dei prezzi.

Sulla base di queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Nel punto A, il markup è troppo alto, quindi l’impresa aumenterà il prezzo. Questo produce una minore domanda per il suo prodotto e di conseguenza un livello di occupazione minore, muovendo l’economia verso il punto B.
  • Nel punto C, il salario reale è troppo basso e il markup troppo alto. Di conseguenza l’impresa è in grado di aumentare i profitti diminuendo i prezzi e aumentando il numero di occupati.
  • Una competizione più forte implica una curva di determinazione dei prezzi più bassa.
  • Per ogni dato markup, una produttività del lavoro maggiore implica una curva di determinazione dei prezzi più bassa, che vuol dire un salario reale più basso.
  • Nel punto A, il salario reale è troppo alto, che implica che il markup è troppo basso. Il resto dell’affermazione è corretto.
  • Il punto B è quello in cui il profitto è massimo. Di conseguenza l’impresa è in grado di aumentare i suoi profitti spostandosi da C a B diminuendo il suo prezzo (cioè diminuendo il markup e aumentando il salario reale) e aumentando il numero di occupati.
  • Una competizione più forte implica un markup minore. Questo riduce il profitto per lavoratore. Poiché questo porta ad un livello generale dei prezzi più basso, il risultato sono salari reali più alti, spingendo verso l’alto la curva di determinazione dei prezzi.
  • Una maggiore produttività del lavoro vuol dire un prodotto medio della curva di lavoro maggiore. Per ogni dato valore del markup questo implica una curva di determinazione dei prezzi più alta, e quindi un salario reale più alto.

Einstein La curva della fissazione del prezzo

Sono necessari diversi passaggi per mostrare come si calcola la curva della fissazione del prezzo per l’intera economia a partire dalle decisioni delle singole imprese.

Fase 1: L’impresa fissa il proprio prezzo

Per concentrare l’attenzione sugli aspetti più essenziali, assumiamo che l’unico costo dell’impresa sia dato dai salari e che in media un lavoratore produca unità di prodotto, quantità che supporremo costante al variare del numero dei lavoratori impiegati. Useremo la lettera greca lambda () per indicare la produttività del lavoro. L’impresa paga al lavoratore un salario W in euro. Sia la produttività del lavoro che i salari possono essere misurati su base oraria, giornaliera o annuale. Nei nostri esempi numerici generalmente useremo produttività e salari orari.

Il costo unitario del lavoro è dato dal salario pagato per la quantità di lavoro necessaria a produrre un’unità di prodotto finale; esso può essere definito come:

Se ad esempio = 30 € e = 10, il costo unitario del lavoro è di 3 euro, cioè 30 €/10 unità = 3 € per unità.

Si ricordi dal Capitolo 7 che l’impresa sceglie il suo prezzo in modo che il markup sia inversamente proporzionale all’elasticità della curva di domanda:

L’elasticità della curva di domanda dell’impresa dipende dall’intensità della concorrenza cui è esposta l’impresa — quindi maggiore è l’elasticità, minori sono il prezzo e il markup fissati dall’impresa. In altre parole, l’inverso dell’elasticità della domanda, che indicheremo con la lettera greca mu (), è una misura del livello della concorrenza che l’impresa si trova a fronteggiare:

In base alle nostre ipotesi, quindi, il costo marginale (e medio) dell’impresa è dato dal suo costo unitario del lavoro (), possiamo quindi dire che l’impressa fissa il prezzo p in modo che:

Riorganizzando i termini e moltiplicando per , si ottiene:

Espresso in parole, ciò significa che:

Quando l’impresa fissa il prezzo in modo da massimizzare il suo profitto, l’output per lavoratore viene diviso in due parti: quella che va al lavoratore sotto forma di salario e quella che va ai proprietari dell’impresa sotto forma di profitto.

Fase 2: Il livello generale dei prezzi nell’economia e il salario reale

Dal punto di vista del lavoratore, il salario reale misura la quantità di beni di consumo che è possibile acquistare con il guadagno di un’ora di lavoro. Tale quantità dipenderà dunque dai prezzi fissati da tutte le imprese operanti nell’economia, non solo da quella in cui lavora. Definiamo con P il livello medio dei prezzi dei beni e servizi che il lavoratore consuma, che è una media dei diversi prezzi p fissati dalle singole imprese in tutta l’economia. Il salario reale sarà dato dal salario nominale diviso per il livello medio dei prezzi nell’economia, P:

Fase 3. Profitti, salari e la curva della fissazione del prezzo

Assumiamo ora che l’intera economia sia formata da imprese esposte ad una concorrenza di intensità analoga a quella dell’impresa che abbiano appena analizzato. Questo vuol dire che il problema della fissazione del prezzo studiato nella Fase 1 si applica a tutte le imprese, e possiamo quindi usare l’equazione della fissazione del prezzo per determinare il salario reale dell’intera economia:

In altre parole:

Questo è il salario indicato dalla curva della fissazione del prezzo.

9.6 Salari, profitti e disoccupazione nell’economia nel suo complesso

Nella figura 9.8, sovrapponendo la curva della fissazione del salario alla curva della fissazione del prezzo possiamo avere un’idea delle due facce del mercato del lavoro. Quanto abbiamo già appreso di questo modello ci consente di escludere alcuni possibili esiti.

Equilibrio nel mercato del lavoro.

Figura 9.8 Equilibrio nel mercato del lavoro.

In tutti i punti al di sotto della curva della fissazione del salario il salario reale risulta insufficiente a motivare i lavoratori. In questa situazione non ci sono né lavoro né profitti, quindi nessuno viene assunto: in altre parole, se il salario reale si trova al di sotto della curva della fissazione del salario, il solo risultato possibile nel lungo periodo è occupazione zero.

L’equilibrio di Nash nel mercato del lavoro sarà dato dal punto di intersezione fra la curva della fissazione del salario e la curva della fissazione del prezzo. Tutte le parti stanno facendo il meglio che possono date le scelte di tutti gli altri. Ogni impresa fissa il salario nominale nel punto in cui la curva di isocosto è tangente alla miglior funzione di reazione (Capitolo 6) e sceglie il prezzo che massimizza il suo profitto (Capitolo 7). Considerando l’economia nel suo complesso, nel punto di intersezione fra la curva della fissazione del salario e quella della fissazione del prezzo (punto X):

La disoccupazione come caratteristica dell’equilibrio nel mercato del lavoro

Abbiamo mostrato che nell’equilibrio di Nash nel mercato del lavoro può esserci disoccupazione. Ma alla luce dell’analisi sviluppata nel Capitolo 6 possiamo dire qualcosa di più: nell’equilibrio del mercato del lavoro ci sarà sempre disoccupazione.

eccesso di offerta
Situazione nella quale, al prezzo corrente, la quantità offerta di un bene è superiore alla quantità domandata.

In presenza di disoccupazione ci sono persone che cercano un lavoro ma non riescono a trovarlo. Questa situazione è definita eccesso di offerta, e significa che la domanda di lavoro a un dato salario è minore del numero di persone che per quel salario sono disposte a lavorare. Per capire perché dobbiamo aspettarci che vi sia sempre disoccupazione nel mercato del lavoro, faremo riferimento alla curva di offerta di lavoro.

Nel nostro modello assumiamo che la curva di offerta di lavoro sia verticale; ciò significa che un salario più alto non porta variazioni nel numero complessivo di ore di lavoro offerte. Sappiamo dal Capitolo 3 che ciò significa che l’effetto di sostituzione dovuto all’aumento del salario (che porterebbe alla scelta di lavorare più ore riducendo il tempo libero) viene controbilanciato dall’effetto reddito. L’ipotesi che il salario non abbia effetto sull’offerta di lavoro è una semplificazione non sempre valida, ma essa è innocua, visto che il modello non cambierebbe se introducessimo l’ipotesi che salari maggiori inducano una variazione dell’offerta in aumento o in diminuzione. Per verificarlo è possibile ripetere l’analisi sperimentando diverse pendenze della curva di offerta di lavoro nella figura 9.8.

Per quale motivo dunque persiste la disoccupazione in un mercato del lavoro in equilibrio?

Possiamo arrivare alla stessa conclusione in altro modo. Osservando nuovamente la figura 9.8, vediamo che la curva della fissazione del salario diventa molto ripida quando si avvicina alla linea dell’offerta di lavoro, superando sia la curva della fissazione del prezzo che la curva della produttività del lavoro. Questo risultato del nostro modello evidenzia un importante limite delle politiche volte a ridurre la disoccupazione: qualsiasi politica che provasse a eliminare completamente la disoccupazione metterebbe i datori di lavoro nella posizione di dover pagare salari così alti da azzerare i profitti delle imprese e spingerle fuori dal mercato.

Esercizio 9.4 È veramente un equilibrio di Nash?

In questo modello, i disoccupati non sono diversi dagli occupati (ad eccezione della loro cattiva sorte). Immaginate di essere una datore di lavoro e che un disoccupato venga da voi offrendosi di lavorare con lo stesso impegno dei vostri attuali dipendenti ma per un salario leggermente inferiore.

  1. Come rispondereste?
  2. La vostra risposta aiuta a spiegare per quale motivo deve esistere disoccupazione in un equilibrio di Nash.

Domanda 9.6 Scegli le risposte corrette

La figura 9.8 rappresenta il modello del mercato del lavoro. Considerando una riduzione nel livello di concorrenza per le imprese, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • La curva di determinazione dei prezzi trasla verso l’alto.
  • La curva di determinazione dei salari trasla verso il basso.
  • Il salario reale d’equilibrio diminuisce.
  • Il livello di disoccupazione diminuisce.
  • Una riduzione nella competizione implica un aumento del markup. Questo fa diminuire la frazione dell’output reclamata dai lavoratori, riducendo quindi il loro salario reale. Di conseguenza la curva di determinazione dei prezzi trasla verso il basso.
  • La curva di determinazione dei salari dipende dall’offerta di lavoro. Di conseguenza rimane inalterata.
  • Una riduzione della competizione porta ad una curva di determinazione dei prezzi più bassa, mentre la curva di determinazione dei salari rimane inalterata. Di conseguenza il punto di equilibrio (l’intersezione fra le due curve) si sposta verso il basso e verso sinistra, con conseguente riduzione del salario reale e aumento della disoccupazione.
  • Se la curva di determinazione dei prezzi trasla verso il basso, il punto di intersezione si muove in basso lungo la curva di determinazione dei salari verso un punto a maggiore disoccupazione.

Domanda 9.7 Scegli le risposte corrette

Quale delle seguenti affermazioni riguardo gli effetti di un aumento del salario reale sull’offerta di lavoro di un singolo lavoratore è corretta?

  • L’effetto reddito implica che il lavoratore aumenterà la sua offerta di lavoro.
  • L’effetto sostituzione implica che il lavoratore aumenterà il suo tempo libero.
  • Gli effetti sostituzione e reddito si rinforzano sempre l’un l’altro, col risultato di aumentare l’offerta di lavoro.
  • A livelli elevati di salario, l’effetto reddito domina l’effetto sostituzione, col risultato di diminuire l’offerta di lavoro.
  • All’aumentare del salario reale il lavoratore si sente più ricco. Questo lo spingerà a lavorare meno, in altre parole, l’effetto reddito è negativo.
  • Il salario reale è il prezzo del tempo libero. Di conseguenza quando il salario aumenta, il tempo libero diventa più costoso relativamente al consumo di beni (che vengono acquistati usando il reddito da lavoro). Quindi il lavoratore sostituirà il consumo di tempo libero con il consumo di beni, col risultato di diminuire il tempo libero e aumentare l’offerta di lavoro.
  • Nel caso dell’offerta di lavoro l’effetto reddito e l’effetto sostituzione agiscono sempre l’uno contro l’altro. In presenza di un aumento dei salari, a bassi livelli di salario prevale l’effetto sostituzione e l’offerta di lavoro aumenta, mentre a livelli più alti prevale l’effetto reddito e l’offerta di lavoro diminuisce.
  • L’effetto reddito negativo e l’effetto sostituzione positivo agiscono sempre l’uno contro l’altro. A livelli elevati di salario il primo più che compensa il secondo, portando il lavoratore a ridurre la sua offerta di lavoro (egli guadagna già abbastanza).

9.7 Domanda di beni e servizi e disoccupazione

In apertura di questo capitolo abbiamo riportato la storia di due lavoratori del settore minerario australiano, padre e figlio. Le loro fortune personali hanno risentito dei cambiamenti intervenuti nell’economia dell’Australia e non solo: inizialmente, il boom dell’industria mineraria aveva incoraggiato l’apertura di impianti nell’Australia Occidentale, nel Queensland e nel Territorio del Nord, ma il successivo crollo del prezzo mondiale dei prodotti minerari ha fatto sì che molte nuove miniere, porti e impianti di trasformazione dei quali si era avviata la realizzazione non siano mai entrati in funzione. La figura 9.1 mostra come la disoccupazione abbia iniziato a crescere in concomitanza con la caduta del prezzo del minerale di ferro.

La disoccupazione è aumentata perché la domanda di lavoro nelle miniere e nei servizi ad esse collegate è diminuita. A ridursi non è stata solo la domanda per i minerali, ma anche quella dei beni e servizi che le famiglie dei dipendenti delle miniere avrebbero alimentato se non avessero perso il lavoro. Di conseguenza, è diminuita la domanda aggregata di beni e servizi nell’economia, e con essa la domanda indotta di lavoro. Parliamo di domanda indotta per evidenziare il fatto che la domanda di lavoro delle imprese dipende dalla domanda per i beni e servizi che esse producono.

disoccupazione ciclica
L’aumento della disoccupazione al di sopra del livello di equilibrio, dovuto a un calo della domanda aggregata associato all’andamento del ciclo economico.
disoccupazione involontaria
La condizione di chi è senza lavoro, ma preferirebbe essere occupato a un salario e a condizioni di lavoro identiche a quelle dei lavoratori occupati con le sue stesse caratteristiche.

Gli economisti usano il termine aggregato — nel senso di relativo all’insieme e non solo alle singole componenti — per descrivere variabili e fatti relativi all’intera economia. La domanda aggregata è la somma delle domande per tutti i beni e i servizi prodotti nell’economia da parte dei consumatori, delle imprese, dello Stato o di soggetti esterni al paese (in questo caso si parla di esportazioni). L’aumento della disoccupazione dovuta a una diminuzione della domanda aggregata viene definita disoccupazione “da carenza di domanda” — o, come vedremo nel Capitolo 13, disoccupazione ciclica.

Come spieghiamo la presenza di disoccupazione da carenza di domanda nel nostro modello del mercato, e in che modo possiamo collegarla all’equilibrio di Nash dello stesso? Nella figura 9.9 possiamo confrontare la disoccupazione nel punto di equilibrio del mercato del lavoro (il punto X) con la disoccupazione causata da un livello basso della domanda aggregata (il punto B).

Nel punto X c’è disoccupazione involontaria in quanto chi è disoccupato accetterebbe un lavoro al salario reale ottenuto dall’intersezione fra la curva della fissazione del salario e la curva della fissazione del prezzo. Ma anche un disoccupato nel punto B lo è involontariamente, visto che accetterebbe un lavoro con un salario al di sotto di quello in B e a tale salario sarebbe disposto a lavorare con l’impegno necessario.

Equilibrio e disoccupazione da carenza di domanda (disoccupazione ciclica).

Figura 9.9 Equilibrio e disoccupazione da carenza di domanda (disoccupazione ciclica).

Il punto X

Nel punto X, la disoccupazione è al livello di equilibrio di mercato. Chi perde il lavoro non è indifferente fra l’essere occupato o disoccupato, in quanto la perdita del lavoro comporta un costo.

Figura 9.9a Nel punto X, la disoccupazione è al livello di equilibrio di mercato. Chi perde il lavoro non è indifferente fra l’essere occupato o disoccupato, in quanto la perdita del lavoro comporta un costo.

Il punto B

Nel punto B ci sono ulteriori disoccupati involontari in cerca di un lavoro. La maggiore disoccupazione è dovuta alla bassa domanda aggregata ed è quindi definita disoccupazione da carenza di domanda, o disoccupazione ciclica.

Figura 9.9b Nel punto B ci sono ulteriori disoccupati involontari in cerca di un lavoro. La maggiore disoccupazione è dovuta alla bassa domanda aggregata ed è quindi definita disoccupazione da carenza di domanda, o disoccupazione ciclica.

L’equilibrio di Nash

La disoccupazione complessiva nel punto B è data dalla somma di disoccupazione ciclica e disoccupazione di equilibrio. Il punto X è l’equilibrio di Nash del mercato del lavoro: ciascuno sta facendo il meglio che può date le scelte di tutti gli altri, nessun lavoratore o nessuna impresa può migliorare la sua situazione cambiando la propria scelta.

Figura 9.9c La disoccupazione complessiva nel punto B è data dalla somma di disoccupazione ciclica e disoccupazione di equilibrio. Il punto X è l’equilibrio di Nash del mercato del lavoro: ciascuno sta facendo il meglio che può date le scelte di tutti gli altri, nessun lavoratore o nessuna impresa può migliorare la sua situazione cambiando la propria scelta.

Definiremo il livello di disoccupazione nel punto X, interamente involontaria, come “disoccupazione di equilibrio”. Ma cosa dire della situazione descritta dal punto B? È possibile che un alto livello di disoccupazione da carenza di domanda sia un esito di lungo periodo? O le scelte delle imprese e dei lavoratori porteranno al riassorbimento della disoccupazione causata da una domanda aggregata insufficiente?

Possiamo verificare innanzitutto che il punto B non è un equilibrio di Nash. In questo punto, infatti, il dipartimento Risorse Umane, a fronte dell’alto tasso di disoccupazione, potrebbe ridurre i salari dei propri dipendenti senza che questo abbia conseguenze negative sul loro impegno. Almeno finché il salario rimane al di sopra della curva della fissazione del salario, una riduzione dei salari dei lavoratori porta ad un aumento dei profitti dell’impresa.

Tuttavia, pur non essendo il punto B un equilibrio di Nash, una situazione come quella rappresentata da tale punto potrebbe persistere a lungo in assenza di politiche pubbliche di sostegno all’occupazione. Per comprenderne il perché, dobbiamo innanzitutto capire in che modo la decisione delle imprese di diminuire i salari potrebbe (nelle giuste circostanze) portare a un riassorbimento della disoccupazione ciclica. Immaginiamo che l’economia si trovi nel punto B (ovvero che tutte le imprese si trovino in situazioni come il punto B nella figura 9.6). In questo caso, a seguito della decisione del dipartimento Risorse Umane di ridurre i salari, avrebbe luogo la seguente catena di eventi:

Nella figura 9.10 è mostrato il processo di aggiustamento dell’impresa: il salario è ridotto al minor livello possibile dal dipartimento Risorse Umane e, dati i minori costi, il dipartimento Marketing, per massimizzare il profitto, diminuisce il prezzo; le imprese si muoveranno verso destra lungo la loro curva di domanda, aumentando la quantità prodotta e l’occupazione aumentano.

Per capire quando l’impresa smetterà di ridurre il prezzo, consideriamo le curve di isoprofitto dopo la riduzione del costo del lavoro. Si ricordi dal Capitolo 7 che quando il costo (C) diminuisce, in ogni punto della curva di isoprofitto il livello del profitto è più alto di quanto fosse prima della riduzione dei salari. Inoltre, cosa più importante ai nostri fini, la curva di isoprofitto diventa più ripida (si ricordi che la pendenza della curva di isoprofitto è ); così, per esempio, nel punto B () la pendenza della curva di isoprofitto col salario più basso è maggiore. La fissazione del nuovo prezzo è illustrata nella figura 9.10.

L’impresa aumenta la quantità prodotta e l’occupazione in seguito al taglio dei salari.

Figura 9.10 L’impresa aumenta la quantità prodotta e l’occupazione in seguito al taglio dei salari.

La nuova curva di isoprofitto

La nuova curva di isoprofitto che passa per il punto iniziale B è più ripida della curva di domanda; l’impresa può aumentare i profitti diminuendo il prezzo e vendendo una quantità maggiore, cioè spostandosi a destra lungo curva di domanda.

Figura 9.10a La nuova curva di isoprofitto che passa per il punto iniziale B è più ripida della curva di domanda; l’impresa può aumentare i profitti diminuendo il prezzo e vendendo una quantità maggiore, cioè spostandosi a destra lungo curva di domanda.

Profitti massimi

L’impresa continuerà a ridurre il prezzo fino a raggiungere il punto in cui una delle nuove curve di isoprofitto è tangente alla curva di domanda. Nel punto X l’impresa massimizza i suoi profitti.

Figura 9.10b L’impresa continuerà a ridurre il prezzo fino a raggiungere il punto in cui una delle nuove curve di isoprofitto è tangente alla curva di domanda. Nel punto X l’impresa massimizza i suoi profitti.

Cosa può andare storto?

Abbiamo descritto in che modo la riduzione dei salari e dei prezzi possa spostare l’economia dal punto B al punto X. Ma le economie reali non funzionano in modo così lineare.2 Cosa potrebbe andare storto?

La resistenza dei lavoratori alla riduzione del loro salario nominale

Il dipartimento Risorse Umane sa che la riduzione del salario nominale è una decisione difficile da accettare per i dipendenti. Come abbiamo visto nel Capitolo 6, le imprese sono solitamente riluttanti a tagliare il salario nominale perché questo può ridurre il morale dei lavoratori e portare a conflitti interni all’impresa. Scioperi e altre forme di resistenza, come ad esempio la scelta di rallentare deliberatamente il ritmo di lavoro, ostacolerebbero il processo produttivo. Per questi motivi, il dipartimento Risorse Umane potrebbe essere restio ad attuare riduzioni salariali.3

La riduzione di salari e prezzi potrebbe non portare a maggiori vendite e occupazione

Affinché si realizzi l’aggiustamento da B a X, è inoltre necessario che le imprese nell’economia aggiustino salari e prezzi verso il basso e che, in risposta a questo aggiustamento, le imprese e le famiglie aumentino la loro domanda per beni e servizi di un ammontare sufficiente da riportare la domanda aggregata al livello del punto X. Per la singola impresa una diminuzione del prezzo porta a maggiori vendite, ma una riduzione generalizzata dei prezzi nell’economia può portare a una contrazione della spesa, con uno spostamento verso sinistra delle curve di domanda per i beni prodotti dalle imprese. Una riduzione dei prezzi può inoltre spingere le famiglie a posticipare i consumi, nella speranza che i prezzi si riducano ulteriormente. Infine, in seguito alla riduzione dei salari, le persone potrebbero decidere di spendere meno, riducendo ulteriormente la domanda.

Pertanto, in presenza di una domanda aggregata insufficiente, le decisioni delle imprese volte a massimizzare il profitto e le conseguenti risposte dei consumatori, considerate nell’aggregato, non sono necessariamente in grado di garantire che l’economia si muova dal punto B al punto di equilibrio di Nash X.

Il ruolo delle politiche pubbliche

Fortunatamente, esiste un altro modo di riportare l’economia nel punto di equilibrio di Nash. Lo Stato potrebbe decidere di incrementare la spesa pubblica, aumentando così la domanda delle imprese. In questo caso, trovandosi nel punto B, le imprese starebbero producendo meno di quanto permetterebbe loro di massimizzare il profitto; invece di voler ridurre i salari, deciderebbero quindi di aumentare l’occupazione. Nei capitoli 13-15 vedremo quali politiche sono in grado di influenzare la domanda aggregata.

Il ruolo dell’intervento pubblico può essere meglio compreso con l’aiuto della figura 9.11. Come nel caso precedente l’economia (a seguito di una caduta della domanda aggregata) si trova nel punto B. Invece di aspettare la ripresa autonoma della domanda aggregata (ad esempio, tramite un aumento della domanda globale di beni primari) o che si compia il processo di riduzione di salari e prezzi, lo Stato può decidere di aumentare il livello della domanda aggregata.

politica monetaria
Azioni intraprese dalla banca centrale (o dal governo attraverso di essa) per influenzare il livello dell’attività economica attraverso la variazione dei tassi di interesse o del prezzo dei titoli finanziari.
politica fiscale
Variazioni nel livello delle imposte o della spesa pubblica realizzate allo scopo di stabilizzare l’economia. Vedi anche: stimolo fiscale, moltiplicatore fiscale, domanda aggregata

Un possibilità è che la Banca Centrale, attraverso una riduzione del tasso di interesse, riduca il costo del credito. Lo scopo di questa politica è quella di incentivare le famiglie ad anticipare alcune delle loro decisioni di spesa, in particolare quelle che solitamente vengono fatte ricorrendo all’indebitamento, come ad esempio l’acquisto della casa o dell’automobile. Analizzeremo nel dettaglio l’effetto delle politiche monetarie nel Capitolo 10 (Il mercato del credito) e nel Capitolo 15 (Inflazione, disoccupazione e politica monetaria). In alternativa, lo Stato potrebbe aumenti direttamente la sua spesa o ridurre la tassazione, attuando delle politiche fiscali espansive, una possibilità che approfondiremo nel Capitolo 14.

L’impresa aumenta la quantità prodotta e l’occupazione a seguito di un aumento della domanda.

Figura 9.11 L’impresa aumenta la quantità prodotta e l’occupazione a seguito di un aumento della domanda.

Il punto B

Rappresenta la situazione iniziale, prima dell’aumento di domanda.

Figura 9.11a Rappresenta la situazione iniziale, prima dell’aumento di domanda.

La curva di domanda trasla verso destra.

Ricordiamo che quando aumenta la domanda le curve di isoprofitto non si spostano; l’impresa semplicemente si sposta su una curva di isoprofitto più alta.

Figura 9.11b Ricordiamo che quando aumenta la domanda le curve di isoprofitto non si spostano; l’impresa semplicemente si sposta su una curva di isoprofitto più alta.

Possiamo riassumere quanto abbiamo appreso: quando la domanda aggregata nell’economia è troppo bassa, il livello di disoccupazione è più alto di quello di equilibrio. Lo Stato o la Banca Centrale possono eliminare la disoccupazione da carenza di domanda ricorrendo ad appropriate politiche fiscali o monetarie. Ai fini di una riduzione della disoccupazione, è probabile che tali politiche (figura 9.11) rappresentino un modo per ridurre la disoccupazione ben più rapido di quanto non sia affidarsi alla riduzione di prezzi e salari da parte delle imprese e alla ripresa della domanda da parte di imprese e famiglie dovuta alla riduzione dei prezzi (figure 9.10 e 9.9).

Esercizio 9.5 Salari e domanda aggregata

Abbiamo visto che, quando in un’economia la domanda aggregata è bassa e la disoccupazione ciclica è alta, il meccanismo di aggiustamento automatico all’equilibrio può avvenire attraverso un processo di diminuzione di salari e prezzi. Immaginatevi nei panni di un lavoratore che vede attorno a sé molti lavoratori licenziati e molti altri che subiscono tagli al salario.

  1. In che modo questo potrebbe influenzare le vostre scelte di consumo e risparmio?
  2. In che modo questo potrebbe influenzare il meccanismo di aggiustamento all’equilibrio?

Domanda 9.8 Scegli le risposte corrette

Nella figura 9.9 è rappresentato il mercato del lavoro in presenza di uno shock negativo della domanda aggregata. Sulla base di queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Il nuovo equilibrio B è un equilibrio di Nash.
  • Nel punto B, la disoccupazione è interamente ciclica.
  • Nel punto B, le imprese sono in grado di aumentare i profitti diminuendo i salari.
  • Il processo di aggiustamento da B a X è immediato.
  • B non è un equilibrio di Nash in quanto le imprese sono in grado di aumentare i profitti riducendo i salari.
  • Nel punto B, la disoccupazione totale è data dalla somma della disoccupazione ciclica e della disoccupazione di equilibrio.
  • Nel punto B, il salario reale è al di sopra della curva di determinazione dei salari, quindi le imprese possono diminuire i salari senza subire una riduzione dell’impegno dei lavoratori. Questo porta a un aumento dei profitti.
  • In seguito ad uno shock negativo della domanda, l’economia può rimanere in un situazione come quella del punto B a lungo, a meno che non ci siano interventi pubblici diretti ad aumentare l’occupazione.

9.8. Equilibrio nel mercato del lavoro e distribuzione del reddito

Come abbiamo visto, il modello del mercato del lavoro illustra come, nel momento in cui vengono determinati il livello di occupazione e di disoccupazione e del salario, si determini anche la suddivisione del prodotto dell’economia tra lavoratori (tanto gli occupati quanto i disoccupati) e datori di lavoro. Nella sua semplicità, esso è dunque in grado di spiegare la distribuzione del reddito in un’economia dove ci sono solo due classi sociali (i datori di lavoro, cioè i proprietari delle imprese, e i lavoratori), e nel quale alcuni membri della classe dei lavoratori sono disoccupati.

Analogamente a quanto fatto nel Capitolo 5, possiamo costruire la curva di Lorenz e calcolare l’indice di Gini per l’economia descritta dal modello. Il calcolo dell’indice sulla base delle informazioni disponibili è descritto nell’Einstein (si faccia riferimento anche all’Einstein del Capitolo 5).

La distribuzione del reddito nel mercato del lavoro in equilibrio.

Figura 9.12 La distribuzione del reddito nel mercato del lavoro in equilibrio.

Nel grafico di sinistra della figura 9.12 è rappresentato il mercato del lavoro in un’economia con 80 lavoratori identici impiegati in 10 imprese identiche, ognuna delle quali ha un singolo proprietario. L’economia è in equilibrio nel punto A, dove ci sono 10 disoccupati, e il salario reale è sufficiente a motivare i lavoratori a impegnarsi ed è compatibile con il livello di markup che massimizza i profitti dell’impresa (in questo caso w = 0,6).

Nel grafico di destra è rappresentata la curva di Lorenz del reddito di questa economia. In assenza di sussidi di disoccupazione, le persone disoccupate non ricevono alcun reddito, e la curva (il contorno inferiore dell’area azzurra) parte dall’origine e coincide con l’asse orizzontale per tutti i primi dieci lavoratori (disoccupati). La curva della fissazione del prezzo nel grafico di sinistra indica che il prodotto totale è diviso in modo che i lavoratori ottengano una quota del 60% e i datori di lavoro il resto. Nel grafico di destra questo viene mostrato dal secondo “angolo” della curva di Lorenz, dove vediamo che le 90 persone più povere (i 10 disoccupati e gli 80 lavoratori, indicati sull’asse orizzontale) ricevono il 60% del prodotto totale (mostrato sull’asse verticale).

La curva di Lorenz è composta da 3 segmenti, con inizio nell’origine (0, 0) e termine nel punto (1, 1) — o (100%, 100%) se ragioniamo per percentuali. Il primo punto d’angolo nella curva avviene dopo che abbiamo preso in considerazione tutte le persone disoccupate; tutti gli altri individui infatti hanno un reddito positivo. Il secondo punto d’angolo ha coordinate date dalla frazione del numero totale della popolazione economicamente attiva (90%, occupati più disoccupati) e la quota del prodotto totale ricevuto sotto forma di salari (60%) sull’asse delle ordinate. La quota s dei salari sul reddito totale è pari a:

Pertanto l’area azzurra nella figura — che come sappiamo è legata al valore dall’indice di diseguaglianza di Gini — aumenta:

Le determinanti dell’equilibrio nel mercato del lavoro: disoccupazione e disuguaglianza

Cosa determina il livello di occupazione e la distribuzione del reddito fra profitti e salari in equilibrio? La figura 9.13 illustra ciò che accadrebbe nel caso di un aumento del livello di competizione fra le imprese, determinato ad esempio da una riduzione delle barriere all’entrata nel mercato poste alle imprese straniere. Il markup diminuirebbe e di conseguenza il salario reale sulla curva della fissazione del prezzo aumenterebbe, portando l’economia nel nuovo punto di equilibrio B caratterizzato da salari maggiori e un maggior livello di occupazione. La quota del prodotto finale distribuita sotto forma di profitti diminuirebbe, mentre la quota distribuita sotto forma di salari aumenterebbe.

Una maggiore concorrenza fra le imprese sposta verso l’alto la curva della fissazione del prezzo.

Figura 9.13 Una maggiore concorrenza fra le imprese sposta verso l’alto la curva della fissazione del prezzo.

Equilibrio iniziale

Inizialmente l’economia è in equilibrio nel punto A, con un indice di Gini di 0,36.

Figura 9.13a Inizialmente l’economia è in equilibrio nel punto A, con un indice di Gini di 0,36.

Un aumento della concorrenza

Supponiamo che aumenti l’intensità della concorrenza fra le imprese: le imprese diminuiranno il markup, e questo sposterà verso l’alto la curva della fissazione del prezzo. Il nuovo equilibrio sarà nel punto B.

Figura 9.13b Supponiamo che aumenti l’intensità della concorrenza fra le imprese: le imprese diminuiranno il markup, e questo sposterà verso l’alto la curva della fissazione del prezzo. Il nuovo equilibrio sarà nel punto B.

Il nuovo coefficiente di Gini

Nel nuovo equilibrio il livello dei salari e quello dell’occupazione sono più alti. Un aumento della concorrenza comporta per le imprese un minore potere di mercato: la quota dei profitti diminuisce mentre la quota dei salari aumenta. Anche la disuguaglianza diminuisce e il nuovo coefficiente di Gini è 0,19.

Figura 9.13c Nel nuovo equilibrio il livello dei salari e quello dell’occupazione sono più alti. Un aumento della concorrenza comporta per le imprese un minore potere di mercato: la quota dei profitti diminuisce mentre la quota dei salari aumenta. Anche la disuguaglianza diminuisce e il nuovo coefficiente di Gini è 0,19.

Domanda 9.9 Scegli le risposte corrette

Nella figura 9.12 è rappresentata la curva di Lorenz associata ad un particolare equilibrio di mercato. In una popolazione di 100 individui, ci sono 10 imprese, ognuna con un solo padrone, 80 lavoratori con un impiego, e 10 lavoratori disoccupati. I lavoratori occupati ricevono sotto forma di salario il 60% del reddito totale. Il coefficiente di Gini è 0,36. In quali dei seguenti casi, coeteris paribus, l’indice di Gini potrebbe aumentare?

  • Un aumento del tasso di disoccupazione.
  • Un aumento del salario reale.
  • Un aumento della produttività del lavoro nel caso in cui il salario reale rimanga invariato.
  • Un aumento nel grado di concorrenza fra le imprese.
  • Un aumento del tasso di disoccupazione farebbe traslare il primo punto d’angolo della curva di Lorenz verso destra. Questo farebbe traslare la curva verso il basso, aumentando il coefficiente di Gini.
  • Un aumento del salario reale farebbe traslare verso l’alto il secondo punto d’angolo della curva di Lorenz. Questo farebbe traslare la curva verso l’alto, diminuendo il coefficiente di Gini.
  • Questo implica un aumento del markup, o in modo equivalente, una diminuzione della quota dei salari sul reddito totale. Di conseguenza il secondo punto d’angolo della curva di Lorenz trasla verso il basso, aumentando il coefficiente di Gini.
  • Un aumento del grado di concorrenza fra le imprese farebbe innalzare la curva di determinazione dei prezzi nel modello del mercato del lavoro, portando ad un aumento dell’occupazione e della quota dei salari. Questo farebbe spostare verso sinistra il primo punto d’angolo della curva di Lorenz e verso destra il secondo punto d’angolo, riducendo il coefficiente di Gini.

Einstein La curva di Lorenz e il coefficiente di Gini in un’economia composta da disoccupati, occupati e datori di lavoro

Con l’aiuto della figura, deriviamo l’espressione del coefficiente di Gini in funzione delle seguenti variabili:

  • u, la frazione della popolazione che è senza lavoro;
  • , la frazione della popolazione che è occupata;
  • w, il salario reale;
  • q, prodotto per lavoratore;
  • , la quota dei salari ricevuta dai lavoratori.

Ricordiamo che il coefficiente di Gini è uguale al rapporto fra l’area A e l’area al di sotto della bisettrice del primo quadrante, ovvero A/0.5 = 2A. L’area A può essere calcolata come 0,5 – B, dove B = B1 + B2 + B3. Visto che

riorganizzando queste variabili otteniamo:

Il coefficiente di Gini risulta dunque essere:

Qual è il significato di questa espressione? Ricordando che , possiamo dire quanto segue.

  • Se i datori di lavoro diventano relativamente meno numerosi, allora aumenta. Questo implica che g aumenti e il punto Y si sposti verso destra sulla curva di Lorenz: la disuguaglianza aumenta. Questo accade perché la stessa quantità di profitti viene divisa fra meno persone, che quindi sono più ricche di prima. È quanto potrebbe accadere o essere accaduto nel passaggio dalla fase iniziale di sviluppo di un’economia capitalista, con imprese manifatturiere relativamente piccole a conduzione familiare, ognuna delle quali impiega un numero limitato di lavoratori, a un’economia moderna con imprese di grandi dimensioni e ricchezza più concentrata nelle mani di un numero più limitato di percettori di profitto.
  • Un aumento della quota dei salari , ceteris paribus, fa traslare il punto Y verso l’alto e riduce quindi l’indice di Gini.
  • Se tutte le imprese fossero delle cooperative non ci sarebbero percettori di profitto, e i lavoratori tratterrebbero tutto ciò che producono (). In questo caso il coefficiente di Gini tenderebbe a ed il punto Y si sposterebbe nell’angolo in alto a destra. Se in aggiunta a questo non ci fosse disoccupazione avremmo e , e di conseguenza : ci sarebbe perfetta uguaglianza poiché ogni lavoratore riceverebbe un identico salario.
  • Come abbiamo visto nell’Einstein del Capitolo 5, la formula utilizzata per il calcolo dell’indice di Gini non è valida nel caso di una popolazione poco numerosa, visto che in questo caso, anche quando un’unica persona percepisce l’intero reddito, non otteniamo il valore uno. Supponiamo infatti che sia (tutto il reddito va ai datori di lavoro): nella nostra formula abbiamo ; se la popolazione totale è composta da 10 persone, delle quali sono una è un datore di lavoro, otteniamo , quando il coefficiente di Gini dovrebbe essere in realtà pari a uno. Troveremmo il valore ed eviteremmo il problema se calcolassimo il coefficiente di Gini a partire dalle differenze tra tutte le coppie di individui nella popolazione; in alternativa, è possibile correggere l’errore moltiplicando il coefficiente g calcolato sopra per , dove N è la dimensione della popolazione. Moltiplicando 0.9 per 10/9 otteniamo infatti .

9.9. Offerta di lavoro, domanda di lavoro e potere contrattuale

Anche se in corrispondenza dell’equilibrio sul mercato del lavoro l’offerta eccede sempre la domanda (c’è sempre disoccupazione involontaria), l’offerta di lavoro resta comunque uno dei fattori determinanti dell’equilibrio stesso. Immaginiamo infatti che vi sia un flusso di immigrati in cerca di lavoro (supponiamo che queste persone aspirino ad un lavoro dipendente, e non intendano essi stessi avviare un’impresa), oppure che persone che erano fino a questo momento rimaste a casa per accudire i figli decidano di rientrare nella forza lavoro.

Quale sarebbe l’effetto di un tale aumento della forza lavoro? Per prima cosa vediamo cosa succede alla curva della fissazione del salario in seguito ad un aumento dell’offerta di lavoro:

Questo processo è valido in corrispondenza di ciascun punto della curva della fissazione del salario, e quindi deve essere vero per l’intera curva. Di conseguenza, l’effetto di un aumento dell’offerta di lavoro è quello di abbassare la curva della fissazione del salario.

Cambiamenti nell’offerta di lavoro: l’effetto dell’immigrazione

Nel prosieguo useremo come esempio l’aumento dell’offerta di lavoro come risultato del processo d’immigrazione.

L’effetto dell’immigrazione sul livello di disoccupazione.

Figura 9.14 L’effetto dell’immigrazione sul livello di disoccupazione.

Situazione iniziale

L’equilibrio iniziale dell’economia è nel punto A, con 4 milioni di occupati ad un salario orario di 20 $ ed una forza lavoro di 5 milioni di persone.

Figura 9.14a L’equilibrio iniziale dell’economia è nel punto A, con 4 milioni di occupati ad un salario orario di 20 $ ed una forza lavoro di 5 milioni di persone.

Un milione di persone è disoccupata

La disoccupazione iniziale è rappresentata dalla distanza U.

Figura 9.14b La disoccupazione iniziale è rappresentata dalla distanza U.

I lavoratori immigrati entrano a far parte della forza lavoro.

Questo fa aumentare la forza lavoro da 5 a 5,5 milioni di lavoratori.

Figura 9.14c Questo fa aumentare la forza lavoro da 5 a 5,5 milioni di lavoratori.

La curva della fissazione del salario si sposta verso il basso

Per ogni livello di occupazione, c’è adesso un numero maggiore di lavoratori disoccupati. L’aumento della disoccupazione è mostrato dalla distanza U’. Il costo associato alla perdita del lavoro è aumentato, e le imprese sono quindi in grado di assicurarsi l’impegno dei lavoratori pagando un salario minore.

Figura 9.14d Per ogni livello di occupazione, c’è adesso un numero maggiore di lavoratori disoccupati. L’aumento della disoccupazione è mostrato dalla distanza U’. Il costo associato alla perdita del lavoro è aumentato, e le imprese sono quindi in grado di assicurarsi l’impegno dei lavoratori pagando un salario minore.

Le imprese diminuiscono i salari

La curva della fissazione del salario si trova adesso nel punto B, nel quale il salario è sceso a 13 $, mentre il livello di occupazione è tornato ad essere pari a 4 milioni.

Figura 9.14e La curva della fissazione del salario si trova adesso nel punto B, nel quale il salario è sceso a 13 $, mentre il livello di occupazione è tornato ad essere pari a 4 milioni.

I profitti aumentano

Ciò spinge le imprese ad assumere nuovi lavoratori, una decisione che richiede un aumento dei salari. Lunga la curva della fissazione del salario il mercato del lavoro si muove dal punto B al punto C.

Figura 9.14f Ciò spinge le imprese ad assumere nuovi lavoratori, una decisione che richiede un aumento dei salari. Lunga la curva della fissazione del salario il mercato del lavoro si muove dal punto B al punto C.

L’occupazione e i salari aumentano

Occupazione e salari aumentano fino al raggiungimento della curva della fissazione del prezzo, cioè fino a quando i profitti sono di nuovo normali. Nel punto C l’occupazione è di 4,5 milioni di persone, il salario è nuovamente di 20 $ e la disoccupazione è tornata ad essere di 1 milione di lavoratori, come mostrato dalla distanza U″.

Figura 9.14g Occupazione e salari aumentano fino al raggiungimento della curva della fissazione del prezzo, cioè fino a quando i profitti sono di nuovo normali. Nel punto C l’occupazione è di 4,5 milioni di persone, il salario è nuovamente di 20 $ e la disoccupazione è tornata ad essere di 1 milione di lavoratori, come mostrato dalla distanza U″.

Nel nostro modello, l’impatto di breve periodo dell’immigrazione è negativo per i lavoratori del paese di destinazione: i salari diminuiscono e la durata attesa della disoccupazione aumenta. Tuttavia, nel lungo periodo, la maggior redditività delle imprese porta ad un aumento dell’occupazione, che prima o poi (in assenza di ulteriori cambiamenti) riporterà salari e occupazione alla situazione iniziale. Al termine del processo, la condizione dei lavoratori del paese di arrivo non è peggiorata, mentre è probabilmente migliorata quella dei lavoratori immigrati — specialmente se avevano lasciato il loro paese di origine a causa della povertà.

Riassumiamo quindi gli effetti sul mercato del lavoro dell’aumento dell’offerta di lavoro:

Esercizio 9.6 Immigrazione di imprenditori

Supponiamo che alcuni delle persone immigrate nel Paese, invece di cercare un lavoro da dipendenti, decidano di avviare un’impresa. Spiegate in che modo vi aspettate che questo influenzi l’equilibrio nel mercato del lavoro considerando la curva della fissazione del prezzo e la curva della fissazione del salario.

Domanda 9.10 Scegli le risposte corrette

Nella figura 9.12 è rappresentato il modello di un mercato del lavoro con 90 milioni di lavoratori. L’attuale equilibrio di mercato è nel punto A. Consideriamo ora il caso in cui l’offerta di lavoro aumenti a 100 milioni. Sulla base di queste informazioni, quali delle seguenti affermazioni in merito al processo di aggiustamento nel mercato del lavoro sono corrette?

  • Inizialmente la disoccupazione raddoppia.
  • Una disoccupazione più alta porta ad una riduzione della rendita da occupazione di cui godono le persone occupate al salario corrente.
  • Le imprese devono aumentare i salari per indurre i lavoratori per impegnarsi sul lavoro.
  • La curva di determinazione dei salari trasla verso il basso.
  • Prima dell’aumento dell’offerta di lavoro nell’economia erano presenti 10 milioni di disoccupati. Con l’aggiunta di altri 10 milioni di lavoratori, la disoccupazione inizialmente raddoppia a 20 milioni di lavoratori.
  • Una disoccupazione più alta vuol dire che è più costoso per il lavoratore essere disoccupato. Di conseguenza la rendita da occupazione di cui godono i lavoratori occupati aumenta.
  • Una disoccupazione più alta implica un tasso di disoccupazione più alto. Questo vuol dire che le imprese possono pagare salari minori e sono sempre in grado di motivare i lavoratori a impegnarsi sul lavoro.
  • Una disoccupazione maggiore implica una maggiore rendita da occupazione. Questo vuol dire che le imprese possono pagare salari minori e sono sempre in grado di motivare i lavoratori a impegnarsi sul lavoro. Questo è vero in ogni punto della curva di determinazione dei salari e quindi la curva di determinazione dei salari si sposta verso il basso.

9.10. La contrattazione salariale e il ruolo dei sindacati

sindacato
Un’organizzazione formata principalmente da lavoratori dipendenti, si occupa di negoziare i salari e le condizioni di lavoro dei suoi membri.

Fino a questo momento, nel nostro modello del mercato del lavoro abbiamo considerato le decisioni delle imprese e dei singoli lavoratori. Tuttavia, in molti paesi un ruolo importante nel funzionamento del mercato del lavoro è giocato dai sindacati. Un sindacato è un’organizzazione che rappresenta gli interessi di un gruppo di lavoratori nelle negoziazioni con i datori di lavoro su argomenti come il salario, le condizioni e gli orari di lavoro ecc. Il contratto sarà quindi stipulato fra l’impresa — o l’organizzazione che rappresenta le imprese — e il sindacato.4

Com’è possibile vedere nella figura 9.15, la percentuale della forza lavoro assunta con contratti collettivi negoziati dai sindacati varia molto fra i vari paesi; si va dalla quasi totalità dei lavoratori in Francia e in alcuni paesi del Nord Europa alle percentuali molto modeste negli Stati Uniti e della Corea.

Percentuale dei lavoratori il cui salario è determinato da un contratto collettivo.

Figura 9.15 Percentuale dei lavoratori il cui salario è determinato da un contratto collettivo.

ICTWSS Data base. Version 5.0 di J. Visser, Amsterdam Institute for Advanced Labour Studies (AIAS).

I sindacati e la curva della fissazione del salario contrattato

Quando i lavoratori sono organizzati in sindacati, i salari non vengono determinati dai dipartimenti Risorse Umane, ma vengono decisi tramite un processo di negoziazione tra sindacati e imprese. Anche se il salario non può mai essere inferiore al livello indicato dalla curva della fissazione del salario per ogni dato livello di disoccupazione, niente impedisce che attraverso la contrattazione il salario venga fissato ad un livello superiore. La ragione è che adesso la minaccia del padrone di licenziare il lavoratore non è più l’unica manifestazione di potere possibile; il sindacato può infatti minacciare di “licenziare” il padrone (almeno temporaneamente) indicendo uno sciopero.

Possiamo pensare ad una “curva di contrattazione” posizionata al di sopra della curva della fissazione del salario, che indica il livello di salario stabilito dal processo di negoziazione sindacato-datore di lavoro per ogni livello di occupazione.

Il potere contrattuale relativo fra sindacato e datore di lavoro determina di quanto questa curva sia più alta della curva della fissazione del salario. Il potere di un sindacato dipende dalla sua capacità di negare il lavoro all’impresa, quindi la sua forza contrattuale sarà maggiore se il sindacato può assicurarsi che, durante lo sciopero, nessun altro lavoratore si offra di lavorare per l’impresa. Questa possibilità, così come altri fattori che influenzano il potere contrattuale, dipende dalla legislazione e dalle norme sociali vigenti all’interno dell’economia. In molti paesi, per esempio, cercare lavoro in un’impresa i cui dipendenti siano in sciopero è considerata una seria violazione delle norme sociali fra lavoratori.

Un sindacato, pur avendo il potere di determinare un aumento dei salari, potrebbe tuttavia decidere di non farlo. Questo perché un sindacato, per quanto forte, può condizionare solo la scelta del salario, ma non ha la possibilità di determinare il numero di lavoratori che l’impresa deciderà di assumere. Salari troppo altri potrebbero comprimere i profitti al punto di indurre l’impresa a tagliare l’occupazione o addirittura a chiudere. I sindacati potrebbero quindi decidere di limitare l’uso del loro potere contrattuale. Se la loro curva della fissazione del salario interessa una parte significativa dell’economia, essi terranno in considerazione gli effetti che le loro decisioni in termini di salari avrebbero sui salari e sull’occupazione dei lavoratori dell’economia nel suo insieme.

Per capire quale differenza faccia la presenza di un sindacato, vediamo in che modo funzionerebbe il mercato del lavoro se, invece di ipotizzare che il datore di lavoro fissi il salario e in seguito i lavoratori rispondano individualmente, il processo fosse il seguente:

  1. il sindacato fissa il salario;
  2. il datore di lavoro informa i lavoratori che un impegno insufficiente comporterà il licenziamento;
  3. i lavoratori rispondono al salario e alla minaccia di licenziamento decidendo il livello di impegno.

In questo caso, il proprietario dell’impresa non fissa più il salario al livello che massimizza i profitti (il punto di tangenza della curva di isocosto per l’impegno e la funzione di reazione nel punto A della figura 9.16). La figura illustra cosa succede quando è il sindacato, e non l’impresa, a fissare il salario: questo sarà ad un livello superiore a quello preferito dal datore di lavoro; i lavoratori si impegneranno di più, ma la maggiore produttività non sarà tale da compensare il maggior salario, e le imprese otterranno un minore impegno per dollaro speso. Ne consegue che i profitti saranno minori rispetto al caso senza sindacati, rappresentato sulla curva di isocosto più piatta che passa per C.

Il sindacato fissa il salario.

Figura 9.16 Il sindacato fissa il salario.

Il datore di lavoro fissa il salario

Nel punto A, il datore di lavoro fissa il salario che massimizza i profitti nel punto di tangenza fra curva di isocosto e la funzione di reazione.

Figura 9.16a Nel punto A, il datore di lavoro fissa il salario che massimizza i profitti nel punto di tangenza fra curva di isocosto e la funzione di reazione.

Il sindacato fissa il salario

Se è il sindacato a fissare il salario, questo sarà maggiore rispetto a quello scelto dal datore di lavoro e maggiore sarà il corrispondente impegno dei lavoratori …

Figura 9.16b Se è il sindacato a fissare il salario, questo sarà maggiore rispetto a quello scelto dal datore di lavoro e maggiore sarà il corrispondente impegno dei lavoratori …

Maggior impegno ma minori profitti

… ma i profitti saranno minori (come si può vedere dalla curva di isocosto più piatta passante per C).

Figura 9.16c … ma i profitti saranno minori (come si può vedere dalla curva di isocosto più piatta passante per C).

Traslando la figura 9.16 nel modello del mercato del lavoro nella figura 9.17, si può vedere che la curva della fissazione del salario collettivamente contrattato è posizionata al di sopra della curva della fissazione del salario. Concentrandoci sull’equilibrio in cui la curva della fissazione del salario contrattati interseca la curva della fissazione del prezzo, possiamo vedere che il salario reale è invariato mentre l’occupazione è minore.

La curva della fissazione del salario in presenza di contrattazione sindacale ma senza effetto voce.

Figura 9.17 La curva della fissazione del salario in presenza di contrattazione sindacale ma senza effetto voce.

Il successo del sindacato nella contrattazione di un salario più elevato parrebbe dunque danneggiare i lavoratori, dato che, a parità di salario reale, ci sono più persone senza lavoro. Tuttavia, i dati della figura 9.18 sulla diffusione della contrattazione sindacale e la disoccupazione non sembrano indicare che quest’ultima sia più alta nei paesi caratterizzati da una maggiore incidenza della contrattazione collettiva. L’Austria, in cui praticamente tutti i lavoratori percepiscono un salario frutto di contrattazione collettiva, ha un tasso di disoccupazione (calcolato sulla media degli anni 2000–2014) minore di quello degli Stati Uniti, dove meno di un lavoratore su 5 è coperto da un contratto collettivo. D’altra parte, Spagna e Polonia hanno sofferto entrambe una forte disoccupazione nonostante la diversa copertura sindacale, molto elevata in Spagna e praticamente assente in Polonia.

Copertura dei contratti collettivi e disoccupazione fra i paesi OCSE.

Figura 9.18 Copertura dei contratti collettivi e disoccupazione fra i paesi OCSE.

ICTWSS Data base. Version 5.0 di J. Visser, Amsterdam: Amsterdam Institute for Advanced Labour Studies (AIAS).

Ne possiamo dedurre che lo spostamento verso l’alto della curva della fissazione del salario collettivamente contrattati è solo parte della storia. La presenza dei sindacati deve avere anche altri effetti.

L’effetto “voce” dei sindacati

Supponiamo che nel tempo, il datore di lavoro e il sindacato abbiamo sviluppato una relazione di lavoro costruttiva — ad esempio, risolvendo i problemi emersi di volta in volta in un modo positivo per entrambe le parti. I lavoratori potrebbero interpretare l’accettazione da parte del datore di lavoro del ruolo del sindacato e la sua volontà di accettare con loro il compromesso di un salario più alto come un segno di buona volontà.

Di conseguenza, essi potrebbero identificarsi maggiormente con la loro impresa, considerando l’impegno nello svolgimento del lavoro come qualcosa di meno gravoso, e quindi spostando la loro funzione di reazione verso l’alto, come accade nella figura 9.19.

Il risultato della maggiore forza contrattuale dei lavoratori e della loro risposta positiva all’apertura mostrata dal datore di lavoro è rappresentato dal punto D. Il salario è invariato rispetto al caso precedente, ma poiché l’impegno è maggiore, sono maggiori anche i profitti dell’impresa (pur essendo la situazione dell’impresa peggiore rispetto al caso in cui non vi era alcun sindacato).

Con la nuova funzione di reazione, se fosse l’impresa a fissare il salario esisterebbe un risultato migliore di D — in corrispondenza del punto di tangenza con la curva di isocosto (non mostrato in figura). Tuttavia, questo risultato è impossibile da raggiungere, poiché i lavoratori non sarebbero disposti a impegnarsi nella stessa misura in assenza della contrattazione sui salari e sulle condizioni di lavoro permesse dalla presenza del sindacato e dal suo coinvolgimento nel processo della fissazione del salario.

Il sindacato fissa il salario e i lavoratori rispondono positivamente all’apertura dell’impresa.

Figura 9.19 Il sindacato fissa il salario e i lavoratori rispondono positivamente all’apertura dell’impresa.

Il datore di lavoro fissa i salari

Nel punto A riportiamo il salario che sarebbe fissato dall’impresa per massimizzare i profitti, nel punto di tangenza fra la curva di isocosto e la funzione di reazione.

Figura 9.19a Nel punto A riportiamo il salario che sarebbe fissato dall’impresa per massimizzare i profitti, nel punto di tangenza fra la curva di isocosto e la funzione di reazione.

Il datore di lavoro accetta il ruolo del sindacato

Se i lavoratori interpretano l’accettazione da parte del datore di lavoro del ruolo del sindacato come un segno di apertura e buona volontà, la curva di reazione si sposta verso l’alto.

Figura 9.19b Se i lavoratori interpretano l’accettazione da parte del datore di lavoro del ruolo del sindacato come un segno di apertura e buona volontà, la curva di reazione si sposta verso l’alto.

L’effetto di un rapporto collaborativo tra impresa e lavoratori

Il risultato di una maggiore forza contrattuale dei lavoratori e della risposta positiva all’apertura dell’impresa è rappresentata dal punto D.

Figura 9.19c Il risultato di una maggiore forza contrattuale dei lavoratori e della risposta positiva all’apertura dell’impresa è rappresentata dal punto D.

Abbiamo insomma due effetti dovuti alla presenza di un sindacato, di cui possiamo ora tenere conto nello nostro modello del mercato del lavoro.

Questi due effetti sono rappresentati nella figura 9.20. Il caso raffigurato è quello in cui il livello di occupazione di equilibrio è più alto e il livello di disoccupazione più basso in presenza del sindacato (punto Y) rispetto che in sua assenza (punto X). Questo accade perché il secondo effetto (l’effetto “voce” del sindacato), che fa muovere la curva della fissazione del salario verso il basso, è maggiore dell’effetto della contrattazione dei salari, che fa traslare la curva della fissazione del salario verso l’alto.

La curva della fissazione del salario in presenza di contrattazione sindacale ed effetto voce.

Figura 9.20 La curva della fissazione del salario in presenza di contrattazione sindacale ed effetto voce.

Tuttavia il risultato potrebbe essere quello opposto: l’effetto dovuto alla contrattazione dei salari potrebbe essere maggiore dell’effetto voce, e in tal caso la presenza del sindacato porterebbe ad una riduzione del livello di occupazione d’equilibrio. Il fatto che entrambi gli esiti siano possibili spiega perché i dati nella figura 9.18 non mostrino nessuna chiara correlazione (negativa o positiva) fra il grado di contrattazione salariale e la disoccupazione.

I sindacati possono inoltre influenzare la produttività media del lavoro, causando una traslazione della curve della fissazione del prezzo. Se i sindacati promuovono la cooperazione con il management per risolvere problemi nel ciclo produttivo, il prodotto medio e la curva della fissazione del prezzo si sposteranno verso l’alto (portando a maggiori salari e minore disoccupazione). D’altra parte, se i sindacati si opponessero a miglioramenti della produttività, come ad esempio l’introduzione di nuovi macchinari o cambiamenti nelle regole sul lavoro, l’effetto potrebbe andare in direzione opposta.

Domanda 9.11 Scegli le risposte corrette

Nella figura 9.16 è rappresentato l’effetto della fissazione dei salari da parte del sindacato. Sulla base di questa figura:

  • rispetto ad A, nel punto C l’impegno orario è più alto, quindi i profitti dell’impresa sono più alti;
  • la risultante curva di determinazione dei salari contrattati sarà al di sopra della curva di determinazione dei salari in assenza del sindacato;
  • l’effetto di un sindacato forte sarà sempre quello di aumentare la disoccupazione;
  • se è il sindacato a fissare i salari, il salario è comunque fissato al livello che massimizza il profitto dell’impresa.
  • La curva di isocosto passante per C è più piatta di quella che passa per A. Questo vuol dire che l’impresa riceve meno impegno dai lavoratori per ogni dollaro speso in salari. Di conseguenza i profitti dell’impresa in C sono minori.
  • A causa della presenza del sindacato, per fare lavorare i lavoratori con impegno, l’impresa deve pagare un salario più alto rispetto al quello che pagherebbe in assenza del sindacato. Questo fa traslare verso l’altro la curva di determinazione dei salari.
  • Se i lavoratori contraccambiano (e.g. provano una minore disutilità nell’impegnarsi sul lavoro) ed è presente un ‘effetto voce’ del sindacato, allora questo produce una traslazione verso il basso della curva di determinazione dei salari. Se questo effetto è maggiore della traslazione verso l’alto dovuta all’effetto della contrattazione dei salari, il risultato sarà nel complesso una diminuzione della disoccupazione.
  • A differenza del punto A, nel punto C l’impresa non sta producendo nel punto di tangenza tra la curva di isocosto e la funzione di reazione. Di conseguenza il prezzo non è più fissato al livello che massimizza i profitti dell’impresa.

9.11 Politiche del lavoro contro la disoccupazione e le disuguaglianze

Analogamente all’analisi fatta nel Capitolo 8 sugli effetti della tassazione sui prezzi e quantità veduta, in questo paragrafo useremo il nostro modello del mercato del lavoro per analizzare l’effetto di alcune politiche pubbliche. L’effetto di una politica è determinato dal modo con cui essa sposta il punto di intersezione fra le due curve.

Gli obiettivi dell’intervento pubblico nel mercato del lavoro generalmente includono la riduzione della disoccupazione e l’aumento dei salari (in particolare quelli delle categorie meno abbienti). Più avanti (nei capitoli 13-15) vedremo come vi possano essere anche altri obiettivi delle politiche pubbliche, come la riduzione dell’incertezza economica delle famiglie dovuta al ciclo economico.

Politiche che spostano la curva della fissazione del prezzo

Istruzione e formazione

Consideriamo un miglioramento nella qualità dell’istruzione e della formazione dei futuri lavoratori in grado di determinare un aumento della produttività del lavoro. Qual sarà l’effetto di questo aumento di produttività sui salari reali e sull’occupazione di equilibrio? Il markup scelto dall’impresa quando decide il prezzo per massimizzare il profitto è determinato dal livello di concorrenza del mercato, quindi non risente dell’aumento di produttività.

Visto che il markup determina la distribuzione dei ricavi dell’impresa fra i lavoratori e i proprietari dell’impresa, anche questa rimane invariata — la quota dei salari sui ricavi rimane cioè invariata. Pertanto, dato che il prodotto per lavoratore che l’impresa ottiene è aumentato, anche il salario reale e la curva della fissazione del prezzo devono aumentare. Il risultato finale è un aumento sia dei salari che dell’occupazione di equilibrio.

Contributi fiscali

Una politica spesso proposta per aumentare l’occupazione è un sussidio pubblico alle imprese proporzionale al salario pagato ai loro lavoratori. Ad esempio se un lavoratore per un’ora costasse all’impresa un salario pari a 40 €, l’impresa riceverebbe dal governo un sussidio del 10% di tale costo, quindi 4 €. Di conseguenza, il salario netto effettivamente pagato dall’impresa sarebbe di soli 36 €.

In che modo tale politica influenza la curva della fissazione del prezzo? I costi dell’impresa sono diminuiti, ma, come nel caso precedente, il markup non è variato, quindi l’impresa diminuirà il prezzo per ristabilire il vecchio markup. Quando tutte le imprese agiscono in questo modo, il livello generale dei prezzi diminuisce e il salario reale aumenta.

Come nel caso precedente, l’effetto è quello di traslare verso l’alto la curva della fissazione del prezzo. In entrambi i casi — istruzione e formazione o sussidi — l’effetto è quello di muovere l’equilibrio del mercato del lavoro verso l’alto e verso destra, insieme con la curva della fissazione del salario, in un punto in cui il salario reale e l’occupazione sono maggiori.

In realtà, un’analisi degli effetti complessivi di queste politiche dovrebbe prendere in considerazione anche il modo in cui l’istruzione e la formazione o il sussidio ai salari vengono finanziati. Per consentire un’illustrazione semplice degli effetti di queste politiche tramite il nostro modello, possiamo assumere che i fondi necessari per finanziare i programmi pubblici di spesa possono essere raccolti senza influenzare il mercato del lavoro.

L’effetto di politiche che spostano la curva della fissazione del salario.

Un esempio di come la politica economica influenzi la curva della fissazione del salario è mostrato nella figura 9.21. In questo esempio, manterremo costante il tasso di disoccupazione al 12% mentre varieremo il sussidio di disoccupazione per i lavoratori disoccupati. Un sussidio di disoccupazione più alto aumenta il salario di riserva a fa traslare la funzione di reazione verso destra: il punto G mostra che in presenza di un sussidio di disoccupazione più alto è più alto il salario di riserva, e quindi il datore di lavoro fisserà a sua volta un salario più alto (punto C). La figura 9.21 mostra i vari passaggi del processo di aggiustamento.

Effetti di una variazione del sussidio di disoccupazione.

Figura 9.21 Effetti di una variazione del sussidio di disoccupazione.

L’equilibrio iniziale

La situazione iniziale è descritta dal punto A.

Figura 9.21a La situazione iniziale è descritta dal punto A.

L’effetto di un aumento del sussidio di disoccupazione

La nuova curva della fissazione del salario passa attraverso il punto C.

Figura 9.21b La nuova curva della fissazione del salario passa attraverso il punto C.

La curva della fissazione del prezzo

Per trovare l’equilibrio del mercato del lavoro consideriamo la curva della fissazione del prezzo: con un sussidio di disoccupazione basso il tasso di disoccupazione di equilibrio è del 5%; se il sussidio aumenta, il tasso di disoccupazione sale al 12%.

Figura 9.21c Per trovare l’equilibrio del mercato del lavoro consideriamo la curva della fissazione del prezzo: con un sussidio di disoccupazione basso il tasso di disoccupazione di equilibrio è del 5%; se il sussidio aumenta, il tasso di disoccupazione sale al 12%.

Vi possono essere anche politiche che influenzano la terza curva nella figura (la curva di offerta di lavoro). Abbiamo già visto in che modo le politiche migratorie possano aumentare l’offerta di lavoro; un effetto simile avranno politiche volte ad aumentare le opportunità lavorative delle donne, attraverso l’istituzione di asili dell’infanzia pubblici, o politiche indirizzate alla riduzione delle discriminazioni contro le minoranze svantaggiate. In una fase iniziale queste politiche, analogamente al caso dell’immigrazione, faranno aumentare il numero di persone disoccupate, facendo traslare verso il basso la curva della fissazione del salario.

9.12. Riepilogando: i baristi e il mercato del pane

Abbiamo dedicato un intero capitolo al mercato del lavoro principalmente per due motivi:

Un buon modo per evidenziare queste peculiarità è quello di confrontare il mercato del pane — studiato nel capitolo precedente per presentare il modello dell’equilibrio competitivo con agenti price-taker — con un mercato del lavoro, ad esempio quello dei baristi.

Prendere il prezzo per dato o fissarlo

Si ricordi che, nell’equilibrio del mercato del pane, né i consumatori di pane né le panetterie potevano beneficiare dalla fissazione o dalla proposta di un prezzo diverso da quello che si formava nel mercato. In equilibrio sia i venditori che i consumatori erano price-taker.

salario di riserva
Il reddito che un lavoratore otterrebbe nel caso in cui non avesse l’attuale occupazione, pari quindi al salario che otterrebbe nella migliore occupazione alternativa o al sussidio di disoccupazione.

Pensiamo invece a un compratore nel mercato del lavoro, ovvero un datore di lavoro che acquisti il tempo di un lavoratore. In questo caso il prezzo è il salario, e un datore di lavoro che agisse allo stesso modo di un compratore di pane offrirebbe ai lavoratori il minimo salario al quale essi sarebbero disposti a lavorare. Come sappiamo (dal Capitolo 6), il minimo salario possibile è il salario di riserva.

Sappiamo dal Capitolo 6 che un datore di lavoro che scegliesse questo strategia non farebbe un buon affare, in quanto un lavoratore che riceve solo il suo salario di riserva non si preoccupa di perdere il lavoro e quindi non ha nessun incentivo a lavorare con impegno. Abbiamo invece visto come il datore di lavoro scelga un salario che bilanci il costo del salario stesso e l’effetto positivo che un maggior salario ha sulla motivazione del lavoratore a impegnarsi.

Contratti completi ed incompleti

Nel mercato del pane, il contratto tra compratore e venditore riguarda il pane, e comprando il pane il compratore ottiene ciò che vuole. Si tratta quindi di un contratto completo (si ricordi che un contratto non deve necessariamente essere scritto e firmato per essere giuridicamente applicabile: normalmente, la ricevuta di acquisto è sufficiente per ottenere il rimborso se il pane che avete acquistato come fresco risulta essere vecchio di una settimana).

contratto incompleto
Un contratto che non specifica, in un modo che sia verificabile, tutti gli aspetti dello scambio rilevanti per i contraenti (o per altri soggetti).

Al contrario, nel mercato del lavoro, il contratto di lavoro generalmente riguarda il tempo del dipendente e non il lavoro in sé. Ma poiché ciò cui l’impresa è interessata è il lavoro, possiamo dire che il contratto di lavoro è un contratto incompleto: un elemento importante per una delle due parti (l’impegno profuso dal lavoratore) non è specificato dal contratto.

Contrariamente a quanto succede nel mercato del pane, pagare più del minimo necessario per acquistare il tempo di un lavoratore non è uno spreco di denaro; è il modo con cui i datori di lavoro ottengono ciò che vogliono (lavoro) in modo da massimizzare i profitti. E poiché i datori di lavoro decidono il prezzo (cioè il salario) da offrire ai lavoratori, in questo mercato essi sono price-maker e non price-taker. Questo è il motivo per cui il modello di equilibrio competitivo con agenti price-taker, presentato nel Capitolo 8, non è applicabile al mercato del lavoro.

Efficienza paretiana e mutui vantaggi non sfruttati

Nel Capitolo 4 abbiamo presentato diverse esempi di interazioni sociali nelle quali l’equilibrio di Nash non è Pareto efficiente; si pensi al caso del dilemma del prigioniero o del gioco del bene pubblico.

Nel modello del mercato del pane del Capitolo 7, una volta raggiunto l’equilibrio (cioè nel punto di intersezione fra domanda e offerta) non ci sono opportunità di ottenere mutui vantaggi che non sono state sfruttate. Non è possibile migliorare la condizione di un individuo — ad esempio spingendolo a scambiare una quantità maggiore o minore — senza peggiorare la situazione di almeno un altro soggetto. Di conseguenza, l’equilibrio competitivo è anche Pareto efficiente.

Questo non è vero nel mercato del lavoro. La competizione fra molti compratori (le imprese che assumono i lavoratori) e molti venditori (le persone in cerca di lavoro) produce un risultato di equilibrio — descritto dal salario e dal livello di occupazione — che non è Pareto efficiente. Questo vuol dire che esiste almeno un altro esito — una diversa combinazione di salario e livello di occupazione possibile con le risorse e la tecnologia disponibili — che sarebbe preferito tanto dai lavoratori quanto dai datori di lavoro.

Per capire meglio questa possibilità, supponiamo di trovarci nel punto di equilibrio del mercato del lavoro, e immaginiamo che uno dei lavoratori disoccupati (identico ai lavoratori occupati) vada da un datore di lavoro e chieda di essere assunto, impegnandosi a lavorare con lo stesso impegno del resto dei lavoratori ma a un salario inferiore.

Tornando alla figura 7.6, possiamo capire perché il datore di lavoro potrebbe accettare. La curva dei profitti totali nel riquadro inferiore di quella figura è piatta nel punto di massimo. Questo vuol dire che, se non ci sono variazioni nel livello del salario, assumere qualcuno in più o qualcuno in meno rispetto all’ammontare che massimizza il profitto non produce differenze rilevanti nei profitti dell’impresa. Di conseguenza, il datore di lavoro può ragionevolmente ritenere che se offrisse a questo lavoratore un salario leggermente minore e costui lavorasse con lo stesso impegno degli altri, i suoi profitti aumenterebbero.

D’altra parte, per il lavoratore disoccupato, ottenere un’occupazione fa una grande differenza, visto che riceverebbe un vantaggio pari alla rendita da occupazione. L’accordo raggiunto è quindi mutuamente vantaggioso per le parti, nonostante la rendita da occupazione ottenuta sia leggermente inferiore a quella degli altri lavoratori (a causa del salario leggermente inferiore).

L’esempio descritto mostra come sia possibile, almeno tecnicamente, un diverso risultato in grado di migliorare sia la situazione del datore di lavoro sia quella del lavoratore disoccupato che ottiene il lavoro; si tratta di assumere lavoratori, pagando a di loro un salario e all’ultimo lavoratore assunto un salario leggermente più basso. Ne consegue che la combinazione () non è Pareto efficiente.

Ma, se questo miglioramento è possibile, perché il datore di lavoro non assume il disoccupato? La risposta è che questo accordo, anche se tecnicamente possibile, non è economicamente possibile. Non è infatti possibile assicurare il rispetto della promessa dell’ultimo assunto di lavorare con lo stesso impegno degli altri in cambio di un salario minore. Si ricordi che, sulla curva della fissazione del salario, è il minimo che le imprese possono pagare a lavoratori identici per assicurarsi che l’impegno sia adeguato. Il problema quindi ci riporta alla caratteristica fondamentale della relazione fra l’impresa e i suoi lavoratori: il contratto è incompleto in quanto non è possibile specificare (cioè sottoscrivere in modo che il rispetto dell’impegno possa essere fatto valere ad esempio di fronte ad un giudice) un determinato livello di impegno da parte del lavoratore. Di conseguenza l’equilibrio di Nash nel mercato del lavoro è Pareto inefficiente.

Politica e sociologia dei mercati

C’è un’ulteriore differenza fra il mercato del pane e il mercato dei baristi. Il panettiere probabilmente non conosce né il nome né altro di molte delle persone che comprano il suo pane; l’unica cosa rilevante è che essi stanno pagando il prezzo corretto per il pane che acquistano. Allo stesso modo è probabile che l’unica caratteristica del panettiere che interessi ai compratori sia la qualità del pane che vende.

Pensiamo adesso al caso dei baristi. Quali sono le probabilità che il proprietario del bar non conosca il nome del barista che ha assunto? La differenza è che, mentre il mercato del pane tende ad essere caratterizzato da singole interazioni fra persone tendenzialmente estranee, le interazioni sul mercato del lavoro sono continuative e avvengono fra persone che non solo si conoscono, ma tendono a sviluppare relazioni sociali.

Al proprietario del bar importa delle caratteristiche del barista perché la sua personalità, il suo senso di lealtà, il suo rispetto per le norme sociali (tra cui onestà e dedizione al lavoro), influenzano la qualità e la quantità dell’impegno che metterà nel lavoro. Al compratore di pane non interessano questi aspetti del panettiere perché l’unica cosa che importa è la qualità del pane, che può essere facilmente determinata e, nel caso sia insoddisfacente, porterà a scegliere una panetteria diversa al prossimo acquisto.

Un’altra differenza fondamentale è che il supervisore dirige l’attività del barista — in che modo questi deve vestirsi, a che ora deve presentarsi al lavoro, quanto tempo può perdere durante l’orario di lavoro — aspettandosi che le direttive impartite siano rispettate. Poiché il barista ha una rendita da occupazione che perderebbe in caso di licenziamento, il datore di lavoro è in una situazione di potere e può quindi ottenere dal barista un certo comportamento, pena la perdita del lavoro.

Se il compratore di pane si lamentasse dell’abbigliamento del panettiere, probabilmente sarebbe invitato a rivolgersi a un altro negozio. La differenza è che nel mercato del pane né il compratore né il venditore ottengono una rendita. Per ognuno di loro la transazione che stanno concludendo porta un beneficio virtualmente identico a quello della loro miglior alternativa. Quando entrambi possono decidere di interrompere la transazione senza alcun costo, nessuno dei due può esercitare alcun potere sull’altro.

Queste differenze — economiche, politiche e sociologiche — fra il mercato del pane e il mercato dei baristi, che riassumiamo nella tabella 9.3, sono anche le ragioni per le quali il modello del mercato del pane e il suo equilibrio di mercato con agenti price-taker non funziona per il mercato del lavoro.

Mercato Pane: equilibrio di mercato con agenti price-taker Baristi: prezzo fissato dai datori di lavoro e disoccupazione di equilibrio
Acquirenti Singoli consumatori Imprese (datori di lavoro)
Venditori Imprese (forni) Singoli lavoratori
Cos’è venduto? Pane Tempo dei lavoratori
Cosa vuole l'acquirente? Pane L’impegno del lavoratore, non il suo tempo
C’è competizione fra i venditori? Sì: ci sono molti forni in competizione per vendere il pane Sì: ci sono molti baristi, o aspiranti tali, che competono per vendere il proprio tempo
Il contratto è completo? Sì: se il pane non è fresco, si possono riavere indietro i soldi No: i profitti dell’impresa dipendono dall’impegno del lavoratore, che non è oggetto del contratto
Gli acquirenti sono price-taker? Sì: i singoli acquirenti non possono contrattare un prezzo minore (e non sono disposti a pagare un prezzo maggiore) rispetto a tutti gli altri No: il compratore (l’impresa) fissa il salario che minimizza il costo di ottenere l'impegno del lavoratore; non otterrebbe benefici offrendo al lavoratore il minimo salario che questi accetterebbe per lavorare
C’è eccesso di offerta o di domanda in equilibrio? No: il mercato è in equilibrio, e gli scambi avvengono al minor prezzo che il venditore è disposto ad accettare Si: per massimizzare il proprio profitto le imprese offrono un salario maggiore del salario di riserva (il prezzo minimo accettabile per il lavoratore/venditore)

Differenze fra il mercato del lavoro e il mercato competitivo dei beni.

Tabella 9.3 Differenze fra il mercato del lavoro e il mercato competitivo dei beni.

Domanda 9.12 Scegli le risposte corrette

Quali delle seguenti affermazioni sono corrette?

  • I contratti sono completi sia nei mercati competitivi dei beni, sia nel mercato del lavoro.
  • Nel mercato competitivo dei beni i compratori sono price-taker, mentre nel mercato del lavoro i compratori di occupazione (le imprese) sono price-maker.
  • Nei mercati competitivi non ci sono rendite da estrarre né per i compratori né per i venditori. Al contrario nel mercato del lavoro, i venditori estraggono una rendita da occupazione.
  • Le norme sociali non influenzano il risultato né nel mercato dei beni né nel mercato del lavoro.
  • In un mercato competitivo dei beni, se ciò che viene acquistato non è ciò che viene pubblicizzato, è possibile perseguire legalmente il venditore per fare in modo che il contratto venga rispettato. In un mercato del lavoro, il contratto ha per oggetto il tempo del lavoratore, e non il lavoro stesso (o comunque l’impegno), e di conseguenza è incompleto.
  • In un mercato competitivo, il singolo compratore non può contrattare un prezzo minore di quello di mercato. Di conseguenza essi sono price-taker. Nel mercato del lavoro le imprese fissano il salario allo scopo di minimizzare il costo necessario per far lavorare i dipendenti con impegno, e non trarrebbero alcun beneficio dall’offrire il minor salario possibile, ossia quello appena sufficiente a far accettare il lavoro ai lavoratori (i venditori). In questo caso quindi i compratori sono price-maker.
  • In un mercato competitivo dei beni, la seconda miglior alternativa per il compratore è di comprare in un negozio diverso, mentre la seconda miglior alternativa per il venditore è quella di vendere ad un altro cliente. Nessuna delle parti è in alcun modo danneggiata dall’interrompere la transazione, di conseguenza non ottengono alcuna transazione. Al contrario nel mercato del lavoro i venditori (i lavoratori) si trovano in una condizione peggiore se la loro alternativa è la disoccupazione. Di conseguenza i lavoratori ricevono una rendita da occupazione.
  • Nei mercati dei beni, i contratti sono applicati, se necessario, dai tribunali e non dalle norme sociali. D’altro canto, nei mercati del lavoro l’etica del lavoro dei lavoratori e/o i loro sentimenti di reciprocità verso i datori di lavoro influenzano la loro produttività sul lavoro.

9.13 Conclusioni

Il modello del mercato del lavoro è piuttosto diverso dal modello di equilibrio competitivo con venditori e compratori price-taker analizzato nel Capitolo 8. La differenza più evidente è che il mercato del lavoro non è mai in equilibrio.

La disoccupazione involontaria nell’equilibrio nel mercato del lavoro è un risultato inevitabile per due motivi:

La disoccupazione di equilibrio è influenzata dal modo con cui lo Stato regola il mercato del lavoro e gli altri mercati.

La disoccupazione può essere più alta della disoccupazione di equilibrio come conseguenza di una diminuzione della domanda aggregata per beni e servizi. Nell’esempio della famiglia di minatori in Australia, questo è accaduto a causa di un cambiamento globale della domanda per le materie prime. Ma ci sono molte altre cause di fluttuazioni nella domanda aggregata, che verranno analizzate nei prossimi capitoli.

Nel caso in cui la disoccupazione sia al di sopra del suo valore di equilibrio a causa della insufficiente domanda aggregata, lo Stato e la Banca Centrale possono usare la politica fiscale e la politica monetaria per ridurla. Questa scelta è generalmente più efficace rispetto al meccanismo di riequilibrio interno del mercato, basato sul taglio di salari e prezzi da parte delle imprese e sul conseguente aumento della domanda da parte di famiglie e imprese.

Un modello principale-agente analogo a quello del mercato del lavoro verrà utilizzato nel prossimo capitolo per analizzare un mercato molto diverso, quello del credito. Mentre nel mercato del lavoro il principale è il datore di lavoro e l’agente è il lavoratore, nel mercato del credito il principale è colui che presta il denaro e l’agente è colui che prende a prestito. Abbiamo visto in questo capitolo che nell’equilibrio del mercato del lavoro ci sono delle persone involontariamente disoccupate, alla ricerca di un lavoro e che sarebbero disposte a lavorare al salario corrente. Analogamente, vedremo che nel mercato dei credito ci sono persone alla ricerca di un prestito e disponibili a pagare il tasso di interesse corrente ma incapaci di ottenerlo.

Concetti introdotti nel Capitolo 9

Prima di procedere, verificate di aver ben compreso questi concetti:

  1. La curva della fissazione del salario è stata stimata per molte economie. Per sapere come, potete leggere Blanchard, O. e J. Wolfers (2000), “The role of shocks and institutions in the rise of European unemployment: the aggregate evidence”, The Economic Journal, 110, pp. 1–33. 

  2. Bewley, T. F. (2007), “Fairness, reciprocity and wage rigidity”, in Behavioral Economics and its Applications, a cura di P. Diamond e H. Vartiainen, Princeton University Press, Princeton (NJ). 

  3. Campbell, C. M. e K. S. Kamlani (1997), “The reasons for wage rigidity: evidence from a survey of firms”, Quarterly Journal of Economics, 112, pp. 759–789. 

  4. Hirsch, B. T. (2008), “Sluggish institutions in a dynamic world: can unions and industrial competition coexist?”, Journal of Economic Perspectives, 22, pp. 153–176.