Heatpipe tunnel Copenhagen: Bill Ebbesen, https://goo.gl/dYuIr7, licensed under CC BY 3.0

Capitolo 14 Disoccupazione e politica fiscale

Come la politica fiscale può attenuare le fluttuazioni di occupazione e reddito

politica fiscale
Variazioni nel livello delle imposte o della spesa pubblica realizzate allo scopo di stabilizzare l’economia. Vedi anche: stimolo fiscale, moltiplicatore fiscale, domanda aggregata

Nell’agosto 1960, tre mesi prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti, il quarantatreenne senatore John F. Kennedy, trovò il tempo per una breve crociera con il suo yacht, il Marlin, nel Nantucket Sound, al largo del Massachusetts. Quel giorno l’equipaggio era speciale: comprendeva John Kenneth Galbraith e Seymour Harris, entrambi economisti di Harvard, e Paul Samuelson, un economista dell’MIT e in seguito premio Nobel. Non erano stati reclutati per le loro abilità nautiche e, a parte Harris, il senatore non li conosceva neppure. Il futuro presidente li aveva invitati perché voleva saperne di più sulla “nuova teoria economica”, che John Maynard Keynes, l’economista di cui parleremo più diffusamente in questo capitolo, aveva formulato negli anni della Grande depressione. Quando Kennedy era un ragazzo, nel decennio prima della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti e molti altri paesi avevano affrontato un drastico calo della produzione (possiamo vedere il dato degli Stati Uniti nella figura 14.1) e una disoccupazione di massa che persistette per oltre 10 anni.

Kennedy aveva molto da imparare. Ammise che aveva a fatica superato l’unico esame di economia sostenuto ad Harvard. Il futuro presiedente avrebbe in seguito passato un giorno intero, durante le gare di vela dell’America’s Cup, ad ascoltare le spiegazioni di Harris, che gli assegnò anche delle letture di approfondimento. Successivamente, Harris impartì anche delle vere e proprie lezioni private al senatore, venendo appositamente in aereo a Washington da Boston, dove lavorava.

Nel 1948, Samuelson aveva scritto il libro di testo Economics, il primo che conteneva queste nuove idee. Nello stesso anno Harris aveva promosso queste stesse idee nel volume da lui curato Saving American Capitalism (“Salvare il capitalismo americano”), che raccoglieva 31 saggi di 24 diversi autori. In quel momento storico sembrava che il capitalismo avesse bisogno di essere salvato: le economie pianificate dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati, un modello proposto come alternativa al capitalismo, non avevano sofferto la Grande depressione. Kennedy aveva bisogno dell’analisi economica per capire quali politiche avrebbero potuto promuovere la crescita, ridurre la disoccupazione ed evitare al contempo l’instabilità economica.

Abbiamo visto nel Capitolo 13 che l’instabilità economica è una caratteristica non solo delle economie basate sull’agricoltura, ma anche di quelle capitaliste. La figura 14.1 mostra la crescita annua del PIL reale degli Stati Uniti dal 1870.

Fluttuazioni della produzione e dimensione del governo negli Stati Uniti (1870–2015).

Figura 14.1 Fluttuazioni della produzione e dimensione del settore pubblico negli Stati Uniti (1870–2015).

The Maddison Project, 2013 Version; US Bureau of Economic Analysis, GDP & Personal Income; World Bank; wallis.2000

Notiamo dopo la fine della Seconda guerra mondiale una sensibile attenuazione dell’andamento ciclico dell’economia. La figura 14.1 mostra anche un altro importante cambiamento intervenuto nello stesso periodo: l’accresciuto ruolo dello Stato in economia. La linea rossa mostra l’andamento del gettito fiscale dall’imposizione federale, statale e locale in percentuale del PIL, un indicatore della dimensione dell’intervento pubblico nell’economia.

La percentuale di lavoratori occupati nel settore agricolo, che abbiamo visto essere una delle cause di volatilità dell’economia, si è ridotta dal 50% del 1870 al 20% all’inizio della Seconda guerra mondiale, ma i dati non indicano alcun aumento della stabilità dell’economia in questo periodo. Come abbiamo visto, le famiglie tentano di ridurre le fluttuazioni nei loro consumi ma non sempre ci riescono, in parte a causa del fatto che incontrano limiti nell’accesso al mercato del credito.

Il fatto che le fluttuazioni nella crescita della produzione si siano drasticamente ridotte contemporaneamente all’aumento del ruolo dello Stato non è sufficiente per affermare che un aumento della spesa pubblica stabilizzi l’economia (si ricordi che la correlazione statistica non implica la causalità). Tuttavia, ci sono buone ragioni per ritenere che l’andamento crescente della linea rossa sia fra le ragioni che hanno portato all’appiattimento della linea blu. In questo capitolo cercheremo di capire perché un aumento del intervento pubblico nell’economia possa rappresentare una spiegazione almeno parziale della maggiore stabilità dell’economia nella seconda metà del XX secolo.

Ciò che Harris insegnò a Kennedy era influenzato dal contrasto tra la volatilità dell’economia prima della Seconda guerra mondiale e la crescita più stabile con assenza di profonde recessioni del dopoguerra. Per quale motivo nell’economia si verificano disoccupazione, inflazione e instabilità della produzione e quali politiche possono affrontare questi problemi?

Grande moderazione
Periodo tra gli anni Ottanta e la crisi finanziaria del 2008, caratterizzato, nelle economie avanzate, da una scarsa volatilità della produzione e del reddito. Il nome ‘Grande moderazione’ fu suggerito dagli economisti James Stock e Mark Watson e reso popolare dall’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke.

Nel Capitolo 13, abbiamo analizzato il ciclo economico dal punto di vista di una famiglia; questo ci ha permesso di spiegare perché la fluttuazioni di occupazione e reddito comportino costi sociali e in che modo le famiglie cerchino di limitarne gli effetti sul proprio benessere. In questo capitolo analizzeremo il ruolo del settore pubblico. Come abbiamo visto nella figura 14.1, il grande aumento nella dimensione del settore pubblico dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato accompagnato dalla riduzione della ampiezza delle fluttuazioni dei cicli economici. Dopo il 1990 e fino alla crisi finanziaria globale del 2008, l’andamento del ciclo economico nelle economie avanzate diventò ancora più piatto, e questo spiega perché tale periodo viene spesso indicato come Grande moderazione.

14.1 La propagazione degli shock

In un’economia capitalista la spesa privata in investimenti è determinata dalle aspettative di profitti futuri, al netto della tassazione. Come abbiamo visto nel Capitolo 13, gli investimenti tendono a presentarsi a ondate, per due ragioni principali:

domanda aggregata
La somma delle componenti della domanda dei beni e dei servizi prodotti in un’economia (consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette). Vedi anche: consumo, investimento, spesa pubblica, esportazioni, importazioni

Abbiamo bisogno di uno strumento di analisi che ci aiuti a capire come la decisione delle imprese (e delle famiglie) di aumentare o ridurre la spesa per investimenti influenzi il sistema economico. Si ricordi che alcune famiglie sono in grado di assorbire le oscillazioni temporanee del proprio reddito ma, per le famiglie con limitato accesso al credito, un aumento del reddito dovuto al fatto di aver trovato lavoro o di essere passati da un lavoro part-time a uno full-time comporterà un aumento della spesa per i consumi. Di conseguenza, cambiamenti nel reddito corrente influenzano la spesa, aumentando a loro volta il reddito di qualcun altro e generando effetti indiretti nell’economia che amplificano l’effetto diretto dello shock sulla domanda aggregata generato da un aumento degli investimenti.

moltiplicatore
Meccanismo attraverso il quale una variazione della spesa autonoma determina, attraverso effetti diretti e indiretti, un aumento del livello di produzione aggregata. Con il termine moltiplicatore si indica anche il rapporto tra la dimensione della variazione finale della produzione aggregata e quella dell’aumento iniziale della spesa autonoma. Vedi anche: moltiplicatore fiscale

Per valutare l’impatto totale, diretto e indiretto, di un aumento della spesa per investimenti o di una riduzione della spesa pubblica, gli economisti utilizzano il concetto di moltiplicatore. Immaginiamo che si renda disponibile una nuova tecnologia: nell’economia ci sarà un aumento della spesa in investimenti. La produzione di nuovi beni capitali aumenterà, così come aumenterà il reddito di coloro che li producono. Il flusso circolare di spesa, reddito e produzione, mostrato nella figura 13.7, illustra questo processo.

Per capire perché il PIL potrebbe aumentare più dell’iniziale aumento di spesa per investimenti, illustreremo il funzionamento del moltiplicatore del reddito e della spesa. A questo scopo, considereremo l’effetto aggregato del comportamento di spesa delle famiglie, mettendo insieme la reazione delle famiglie che riescono ad attenuare le fluttuazioni dei propri consumi con quelle che non ci riescono. I consumi delle famiglie dipendono, fra le altre cose, dal reddito corrente. È opportuno ricordare che nel modello del Capitolo 13, in risposta all’aumento temporaneo di 1 € del proprio reddito, le famiglie che riescono ad attenuare le variazioni di consumo non aumentano la spesa in consumi dello stesso ammontare, o addirittura non la aumentano per niente, mentre le famiglie con limitato accesso al credito aumentano il proprio consumo di un ammontare pari all’aumento del reddito.

Col termine moltiplicatore si indica comunemente anche al rapporto tra l’effetto complessivo, diretto e indiretto, sul PIL e l’aumento iniziale della spesa, in questo caso per investimenti. Diremo dunque che:

Come avremo modo di vedere, il moltiplicatore risulta maggiore di uno se la spesa addizionale aggregata in consumi dovuta all’aumento temporaneo del reddito di 1 € è maggiore di zero, ma minore di 1 € (ad esempio, di 60 centesimi). Dopo aver mostrato il funzionamento del processo di moltiplicazione del reddito e della spesa, considereremo le ipotesi che sono alla base di questo modello e ne discuteremo la validità anche in relazione alla situazione contingente dell’economica.

Nel 2008, quando in risposta alla recessione i governi presero in considerazione temporanei aumenti di spesa e tagli di imposte, la dimensione del moltiplicatore divenne oggetto di dibattito fra politici ed economisti. Ritorneremo su questo dibattito più avanti in questo capitolo.

14.2 Il modello del moltiplicatore

Iniziamo con un semplice modello in cui l’intervento pubblico e il commercio internazionale sono esclusi. Di conseguenza in questo modello sono possibili solo due tipi di spesa: i consumi e gli investimenti. Assumiamo che il consumo aggregato sia formato da due componenti:

consumo autonomo
La parte del consumo che non dipende dal livello del reddito corrente.
funzione del consumo aggregato
Funzione che mette in relazione il livello di spesa per i consumi dell’intera economia con altre variabili. Nel modello del moltiplicatore, tali variabili sono il reddito disponibile e il consumo autonomo. Vedi anche: reddito disponibile, consumo autonomo

Possiamo quindi scrivere la spesa in consumi in forma di equazione, che chiameremo funzione del consumo aggregato:

propensione marginale al consumo
Variazione nella spesa per consumi determinata da un aumento unitario del reddito disponibile.

Il termine indica l’effetto sul consumo aggregato di un’unita addizionale di reddito, e viene definito propensione marginale al consumo. Nella figura 14.2, la propensione marginale al consumo è rappresentata dalla pendenza della retta: una retta più ripida indica una maggiore risposta dei consumi a una variazione del reddito, una retta più piatta significa che le famiglie stanno dilazionando i propri consumi in modo da mantenerli stabili al variare del reddito. Assumeremo che la propensione marginale al consumo sia positiva, ma minore di uno. Questo vuol dire che, in caso di aumento del reddito, solo una parte del reddito aggiuntivo verrà consumata, mentre la parte restante sarà risparmiata.

La funzione del consumo aggregato.

Figura 14.2 La funzione del consumo aggregato.

Il consumo autonomo

È l’ammontare fisso che le famiglie spenderanno indipendentemente dal proprio attuale livello di reddito.

Figura 14.2a È l’ammontare fisso che le famiglie spenderanno indipendentemente dal proprio attuale livello di reddito.

Il consumo che dipende dal reddito

La retta crescente indica la parte dei consumi che dipende dal reddito (e di conseguenza dal prodotto) corrente.

Figura 14.2b La retta crescente indica la parte dei consumi che dipende dal reddito (e di conseguenza dal prodotto) corrente.

La propensione marginale al consumo

La pendenza della retta dei consumi è uguale alla propensione marginale al consumo.

Figura 14.2c La pendenza della retta dei consumi è uguale alla propensione marginale al consumo.

Nell’analisi che segue useremo una funzione del consumo aggregato in cui la propensione marginale al consumo, , è pari a 0,6. Questo vuol dire che un’unità addizionale di reddito (ad esempio un Euro) incrementa i consumi di 1 € 0,6 = 60 centesimi.

Naturalmente questo numero medio nasconde una grande variabilità fra le famiglie, che differiscono fra loro sia in termini di ricchezza, sia in termini di limitazioni di accesso al credito. Molte famiglie hanno poca ricchezza e, perfino nei paesi più ricchi, circa una famiglia su quattro non ha accesso al mercato del credito. Come abbiamo visto nel Capitolo 13, a giocare un ruolo è anche la mancanza di forza di autodisciplina da parte delle famiglie, che possono avere difficoltà a limitare i propri consumi presenti. Di conseguenza, sia per le famiglie che non hanno accesso al mercato del credito, sia per quelle che, a fronte della possibilità di una futura diminuzione del reddito, non riescono ad autoimporsi di risparmiare, i consumi seguono da vicino l’andamento del reddito.

Le famiglie con una ricchezza limitata hanno poca possibilità di mantenere un consumo stabile in caso di un brusco calo del reddito. La propensione marginale al consumo per questo gruppo è vicino allo 0,8. Per il piccolo gruppo di famiglie che detiene la maggior parte della ricchezza, invece, il reddito corrente gioca un ruolo molto relativo nel determinare le decisioni di consumo e di conseguenza la loro propensione marginale al consumo sarà vicina a zero. Questo vuol dire che, per le famiglie ricche, un aumento del reddito corrente di 1 € farebbe aumentare il consumo giusto di qualche centesimo.

Il termine nella funzione del consumo aggregato, preso alla lettera, corrisponderebbe al consumo di una persona priva di reddito, ma non è questa l’interpretazione migliore: essa rappresenta semplicemente quella parte di consumo che non dipende dal reddito (e che per questa ragione è definito consumo autonomo).

Dato che la funzione del consumo considera in modo esplicito come variabile solo il reddito corrente, le aspettative riguardo al reddito futuro saranno incluse nel consumo autonomo. Per capire cosa questo voglia dire nella pratica, si ricordi, dal Capitolo 13, che il consumo cambia se le persone diventano più o meno ottimiste riguardo alle proprie prospettive future di occupazione e di reddito.

Nella figura 14.3 è illustrato il modo nel quale le aspettative abbiano influenzato il consumo durante la crisi finanziaria del 2008, evidenziando la natura eccezionale di questo episodio. La figura mostra in che modo la fiducia dei consumatori negli Stati Uniti sia cambiata durante la crisi. L’indice di fiducia dei consumatori che abbiamo usato è quello elaborato dall’Università del Michigan, basato su interviste mensili fatte a un campione di 500 famiglie, cui viene chiesto come valutino la propria situazione finanziaria e la situazione economica globale, tanto per il breve quanto per il lungo periodo. Nel grafico è anche riportato l’andamento di alcuni indicatori macroeconomici chiave: reddito disponibile, consumo di beni durevoli come automobili e arredamento, e consumo di beni non durevoli, come i prodotti alimentari. Tutte le serie nella figura 14.3 sono riportate sotto forma di numeri indice, usando il primo trimestre del 2008 come anno base (ponendo cioè pari a 100 il valore di ciascuna variabile in quel momento).

Fiducia e consumo delle famiglie negli Stati Uniti durante la crisi finanziaria globale (2008 Q1 – 2009 Q4).

Figura 14.3 Fiducia e consumo delle famiglie negli Stati Uniti durante la crisi finanziaria globale (2008 Q1 – 2009 Q4).

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Dall’analisi della figura possiamo ricavare alcune osservazioni interessanti:

Perché questo drastico calo nel consumo di beni durevoli? Uno dei motivi principali è che le famiglie diventarono improvvisamente pessimiste circa la stabilità delle proprie condizioni lavorative, come si evince dal netto declino dell’indice di fiducia dei consumatori. Il fallimento della banca di investimenti Lehman Brothers nel Settembre 2008 mise in serio dubbio la stabilità del sistema bancario; inoltre, il maggior peso del debito delle famiglie, dovuto al crollo del prezzo delle abitazioni, indusse le famiglie con mutui a posticipare gli acquisti di oggetti costosi, come auto e frigoriferi. È importante tenere presente che le spese per il consumo di beni durevoli possono essere facilmente posticipate. Da questo punto di vista, esse assomigliano molto di più agli investimenti che non ai consumi (anche se i beni di consumo durevoli fanno parte del consumo nella contabilità nazionale). Di conseguenza ci aspettiamo che la serie storica dei beni di consumo durevoli sia molto più volatile rispetto a quella dei beni di consumo non durevoli.

Mostreremo ora in che modo uno shock si trasmette al sistema economico. Nella figura 14.4 sono rappresentati il livello di produzione dal sistema economico (sull’asse orizzontale) e la domanda per tale produzione (sull’asse verticale). Tutte le quantità sono misurate in termini reali, dato che siamo interessati a capire in che modo variazioni nella domanda aggregata creino variazione nella produzione e nell’occupazione.

equilibrio nel mercato dei beni
No definition available.

Equilibrio nel mercato dei beni: il grafico del moltiplicatore.

Figura 14.4 Equilibrio nel mercato dei beni: il grafico del moltiplicatore.

L’equilibrio nel mercato dei beni

Il punto A rappresenta un possibile equilibrio nel mercato dei beni: a meno di cambiamenti nelle scelte di spesa il sistema manterrà quel livello di produzione.

Figura 14.4a Il punto A rappresenta un possibile equilibrio nel mercato dei beni: a meno di cambiamenti nelle scelte di spesa il sistema manterrà quel livello di produzione.

La bisettrice

La retta a 45° mostra tutte le combinazioni nelle quali la produzione è uguale alla domanda aggregata, ovvero tutte le possibili combinazioni di equilibrio nel mercato dei beni.

Figura 14.4b La retta a 45° mostra tutte le combinazioni nelle quali la produzione è uguale alla domanda aggregata, ovvero tutte le possibili combinazioni di equilibrio nel mercato dei beni.

I consumi aggregati

La prima componente della domanda aggregata sono i consumi, rappresentati dalla retta introdotta nella figura 14.2.

Figura 14.4c La prima componente della domanda aggregata sono i consumi, rappresentati dalla retta introdotta nella figura 14.2.

Gli investimenti

L’aggiunta degli investimenti alla retta dei consumi la trasla verso l’alto.

Figura 14.4d L’aggiunta degli investimenti alla retta dei consumi la trasla verso l’alto.

La retta bisettrice mostra tutti i punti nei quali la produzione è uguale alla domanda aggregata (il valore dell’ascissa è uguale al valore dell’ordinata). Questo corrisponde a quanto detto nel Capitolo 13, parlando di flusso circolare abbiamo visto infatti che, nel sistema economico, la spesa per beni e servizi (domanda aggregata) è uguale alla produzione di tali beni e servizi (produzione aggregata). Possiamo quindi dire che:

Ma come facciamo a sapere in quale punto della bisettrice si trovi il sistema economico? Sarà in una posizione caratterizzata da un basso livello di produzione, che implica elevata disoccupazione o in una posizione nella quale la produzione è più elevata, e dunque la disoccupazione più bassa? Assumendo che le imprese siano disposte a produrre qualsiasi quantità di beni sia domandata dai compratori, possiamo rispondere analizzando le singole componenti della domanda aggregata; dato che, per ipotesi, non vi sono né spesa pubblica né commercio internazionale, in questo modello essa si compone solamente di:

L’equazione della domanda aggregata è quindi:

Notiamo che l’aggiunta degli investimenti alla retta del consumo ne provoca semplicemente una traslazione verso l’alto: da questo punto di vista, gli investimenti sono simili al consumo autonomo. Possiamo vedere dalla figura 14.4 che la retta della domanda aggregata ha un’intercetta pari a e un coefficiente angolare pari a , ed è quindi più piatta rispetto alla bisettrice. La figura 14.4 mostra come viene determinato il livello della produzione nel sistema economico: visto che la produzione è uguale alla domanda aggregata (la bisettrice), e la domanda aggregata è pari a (la linea più piatta), il sistema economico si deve trovare nel punto A, in corrispondenza del quale le due rette si intersecano.

La stessa figura mostra anche quali siano gli effetti di un cambiamento nel livello del consumo autonomo () o degli investimenti. Utilizzeremo la stessa metodologia impiegata nel Capitolo 9 quando abbiamo studiato cosa succede in un mercato quando variano l’offerta o la domanda: vedremo in che modo le variazioni del consumo autonomo o degli investimenti rendano il precedente livello della produzione non più un livello di equilibrio e come possiamo individuare il nuovo livello di equilibrio.

Le variazioni nel consumo autonomo o degli investimenti, modificano il vecchio equilibrio in quanto provocano un cambiamento nella domanda aggregata, che di conseguenza modifica il livello di produzione e di occupazione. Nella figura 14.5 utilizziamo il grafico del moltiplicatore per analizzare l’effetto di una riduzione degli investimenti di 1,5 miliardi di euro.

Il moltiplicatore in azione: una recessione causata da una riduzione degli investimenti.

Figura 14.5 Il moltiplicatore in azione: una recessione causata da una riduzione degli investimenti.

L’equilibrio del mercato dei beni

L’economia inizialmente si trova nel punto A, nel quale il mercato dei beni si trova in equilibrio.

Figura 14.5a L’economia inizialmente si trova nel punto A, nel quale il mercato dei beni si trova in equilibrio.

Una riduzione degli investimenti

Una riduzione degli investimenti fa diminuire la domanda aggregata di 1,5 miliardi di euro; di conseguenza l’economia trasla verso il basso dal punto A al punto B.

Figura 14.5b Una riduzione degli investimenti fa diminuire la domanda aggregata di 1,5 miliardi di euro; di conseguenza l’economia trasla verso il basso dal punto A al punto B.

Le imprese reagiscono

Riducendosi la domanda, le imprese tagliano la produzione e l’occupazione. Il reddito diminuisce di un ammontare equivalente, rappresentato dallo passaggio dal punto B al punto C.

Figura 14.5c Riducendosi la domanda, le imprese tagliano la produzione e l’occupazione. Il reddito diminuisce di un ammontare equivalente, rappresentato dallo passaggio dal punto B al punto C.

La riduzione dei consumi

Le famiglie subiscono una riduzione dei redditi e molte di esse, avendo limitato accesso al credito, riducono i consumi. L’equazione del consumo mostra che questo comportamento porta ad una riduzione iniziale del consumo aggregato pari a 0,6 volte la riduzione del reddito, pari alla distanza fra il punto C e il punto D.

Figura 14.5d Le famiglie subiscono una riduzione dei redditi e molte di esse, avendo limitato accesso al credito, riducono i consumi. L’equazione del consumo mostra che questo comportamento porta ad una riduzione iniziale del consumo aggregato pari a 0,6 volte la riduzione del reddito, pari alla distanza fra il punto C e il punto D.

Le imprese reagiscono ancora

Le imprese reagiscono tagliando la produzione: l’output diminuisce e l’economia si muove dal punto D al punto E.

Figura 14.5e Le imprese reagiscono tagliando la produzione: l’output diminuisce e l’economia si muove dal punto D al punto E.

… e così via

Il processo prosegue fino a quando l’economia raggiunge il punto Z.

Figura 14.5f Il processo prosegue fino a quando l’economia raggiunge il punto Z.

La nuova retta della domanda aggregata

Passa per il punto Z e individua il nuovo equilibrio dell’economia determinato dallo shock iniziale degli investimenti.

Figura 14.5g Passa per il punto Z e individua il nuovo equilibrio dell’economia determinato dallo shock iniziale degli investimenti.

La riduzione complessiva dell’output

La riduzione totale della produzione a seguito dello shock eccede quindi l’iniziale diminuzione degli investimenti; la produzione è infatti diminuita di 3,75 miliardi.

Figura 14.5h La riduzione totale della produzione a seguito dello shock eccede quindi l’iniziale diminuzione degli investimenti; la produzione è infatti diminuita di 3,75 miliardi.

Il moltiplicatore è pari a 2,5

La variazione complessiva dell’output è pari a 2,5 volte la variazione iniziale degli investimenti.

Figura 14.5i La variazione complessiva dell’output è pari a 2,5 volte la variazione iniziale degli investimenti.

Il primo effetto di una riduzione degli investimenti è una riduzione diretta della domanda aggregata per un ammontare di 1,5 miliardi di euro. Tuttavia una spesa minore per investimenti implica anche minore produzione e minori redditi; le imprese licenzieranno lavoratori causando un’ulteriore diminuzione della spesa. Possiamo pensare al caso di famiglie con limitato accesso al credito, nella quali alcuni membri perdono il lavoro: esse vorrebbero mantenere i propri consumi stabili, ma non essendo in grado di indebitarsi sono costrette a ridurli, causando un’ulteriore riduzione di produzione e reddito. L’equazione del consumo mostra che questo comportamento causa una riduzione del consumo aggregato pari a 0,6 volte la riduzione del reddito. Il processo descritto prosegue fino a quando l’economia raggiunge il punto Z.

A seguito dello shock rappresentato dalla diminuzione degli investimenti, l’intercetta della retta è diminuita di 1,5 miliardi di euro, causando una traslazione verso il basso della curva della domanda aggregata. La produzione è diminuita di 3,75 miliardi di euro, cioè in misura maggiore della riduzione degli investimenti (pari a 1,5 miliardi): questo è l’effetto del moltiplicatore del reddito e della spesa.

Diciamo che il valore del moltiplicatore è pari a 2,5, poiché la variazione totale della produzione è 2,5 volte più grande della variazione iniziale degli investimenti. Un moltiplicatore pari a 2,5 è irrealisticamente grande; come vedremo nel prossimo paragrafo, in un modello più generale che tenga conto anche di tasse e importazioni, il moltiplicatore avrà un valore minore.

modello del moltiplicatore
No definition available.

Riassumiamo quanto abbiamo visto applicando il modello del moltiplicatore, e proviamo a trarre alcune conclusioni.

L’ultima conclusione si basa sull’assunto che nella nostra economia vi siano risorse non sfruttate sotto forma di capacità inutilizzata negli impianti di produzione e lavoratori disoccupati. Stiamo inoltre assumendo che i salari non siano influenzati dai cambiamenti nel livello della produzione. L’ipotesi di capacità inutilizzata a salari costanti implica che i costi non aumentino all’aumentare della produzione e di conseguenza le imprese siano disposte ad offrire la produzione aggiuntiva senza modificare i prezzi. Se così non fosse, una parte della spesa addizionale si tradurrebbe in un aumento di prezzi e salari invece che in un aumento della produzione reale — come discuteremo nel prossimo capitolo. Se nel sistema economico non vi fosse capacità inutilizzata e i salari fossero variabili, il moltiplicatore sarebbe minore rispetto a quanto indicato in questo paragrafo.

Possiamo vedere l’effetto sulla produzione di una variazione della componente autonoma della domanda aggregata combinando le due equazioni che determinano le rette nel grafico del moltiplicatore. L’equazione della bisettrice è semplicemente data da Y = DA. Combinando questa equazione con l’equazione della domanda aggregata otteniamo:

Raccogliendo i termini a sinistra,

Infine se dividiamo tutto per otteniamo:

domanda autonoma
Componenti della domanda aggregata che non dipendono dal reddito corrente.

Siamo quindi in grado di calcolare di quanto aumenterà o diminuirà la produzione aggregata moltiplicando il valore del moltiplicatore per la variazione nella domanda autonoma. Un modo alternativo di rappresentare algebricamente i risultati dell’analisi grafica è presentato nell’Einstein.

La variazione dell’output nella figura 14.5 è pari a 2,5 volte lo shock iniziale degli investimenti, di conseguenza lo shock è stato amplificato. In termini algebrici possiamo scrivere che , dove (la variazione dell’output) è pari a k, il valore del moltiplicatore, moltiplicato per (la variazioni degli investimenti).

Domanda 14.1 Scegli le risposte corrette

La figura 14.2 rappresenta la funzione di consumo di un’economia, dove C è la spesa aggregata per consumi e Y è il reddito corrente aggregato. Quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • La propensione marginale al consumo rappresenta la quota dei consumi in rapporto al reddito, C/Y.
  • La propensione marginale al consumo è data dall’intercetta della retta sull’asse verticale.
  • La propensione marginale al consumo è normalmente inferiore a 1 in quanto alcune famiglie sono in grado di stabilizzare i propri consumi nel tempo.
  • Se il reddito corrente di un’economia è Y = 100 miliardi di dollari e la propensione marginale al consumo è 0,6, la spesa aggregata per consumi è pari a C = 60 miliardi di dollari.
  • La propensione marginale al consumo è la quota di un incremento di reddito che viene spesa in consumi. Nel nostro caso è data da c1. C/Y è invece la propensione media al consumo.
  • La propensione marginale al consumo è rappresentata dall’inclinazione della curva.
  • Le famiglie che stabilizzano i propri consumi nel tempo aumentaranno i propri consumi in misura inferiore all’incremento del loro reddito.
  • C è c0 + c1Y, ovvero 60 miliardi più la componente fissa (o autonoma) dei consumi c0.

Domanda 14.2 Scegli le risposte corrette

Il grafico che segue illustra la variazione nell’equilibrio del mercato dei beni in presenza di un aumento degli investimenti pari a 2 mld di euro.

Il mercato aggregato dei beni quando gli investimenti aumentano di 2 mld di euro.

La propensione marginale al consumo dell’economia è 0,5. Sulla base di questa informazione, quali tra le seguenti affermazioni sono corrette?

  • Il nuovo equilibrio dopo l’aumento degli investimenti è rappresentato da E.
  • Per effetto dell’aumento degli investimenti, la domanda aggregata aumenta complessivamente di 2 mld × 0.5 = 1 mld di euro.
  • Il moltiplicatore è pari a 2.
  • La distanza tra C e D è pari a tre quarti della distanza tra A e B (1,5 mld di euro).
  • L’equilibrio è in corrispondenza del punto in cui la retta del consumo aggregato interseca la bisettrice del I quadrante. Quindi il nuovo equilibrio è rappresentato da Z.
  • Il grafico mostra che un aumento dell’investimento si traduce in un aumento di 4 mld di euro della domanda aggregata.
  • Il moltiplicatore è pari a 1/(1 − 0,5) = 2.
  • La distanza tra A e B è l’aumento iniziale dell’investimento. In C, la produzione Y è aumentata di 2 mld di euro rispetto a B, e questo determina un aumento della domanda aggregata paria ΔY (variazione di Y) per la propensione marginale al consumo, ovvero 2 mld × 0,5 = 1 mld di euro.

Einstein Calcolare il moltiplicatore

Consideriamo gli effetti di un aumento degli investimenti pari a 1,5 miliardi di euro. Per ottenere il valore del moltiplicatore possiamo calcolare l’aumento totale della produzione dopo round del processo. La crescita della domanda e della produzione nel primo round è pari ad 1,5 miliardi, nel secondo round è ( 1,5 miliardi), nel terzo round è 1,5 miliardi) = ( 1,5 miliardi), e così via. L’aumento totale della domanda e della produzione dopo fasi è dunque la somma di tutti le variazioni da 1 a , ovvero:

Dato che la propensione marginale al consumo è minore di uno, è possibile dimostrare che, al crescere di , la somma dei termini fra parentesi assume il valore limite di . Il termine fra parentesi è, dal punto di vista matematico, una serie geometrica, il cui valore limite può essere calcolato come segue.

Se k è il moltiplicatore, avremo che:

moltiplicando entrambi i membri di questa equazione per , otteniamo:

dividendo ora per abbiamo:

Al crescere di , assumendo < 1, il numeratore tende ad 1. Quindi, al limite:

Nell’esempio in questione, la propensione marginale al consumo è, in media, 0,6. Questo implica che il moltiplicatore è pari a:

Per ottenere la somma di tutti i successivi aumenti della produzione causati dall’aumento iniziale degli investimenti e della domanda aggregata è quindi possibile applicare il moltiplicatore alla variazione iniziale di 1,5 miliardi di euro: 2,5 × 1,5 miliardi € = 3,75 miliardi €.

14.3 La ricchezza delle famiglie e la spese per consumi

Dal Capitolo 13 sappiamo che nella maggior parte delle economie il consumo è la componente principale del PIL. Di conseguenza, per capire in che modo varino la produzione e l’occupazione è importante capire cosa possa determinare una variazione del consumo.

Abbiamo visto che uno shock dal lato degli investimenti fa traslare la curva di domanda e si propaga nell’economia perché le famiglie aggiustano le proprie spese in risposta alle variazioni del proprio reddito. Ci siamo concentrati su alcune ragioni per cui le famiglie non sono in grado di mantenere i consumi stabili nel tempo (ad esempio a causa di un limitato accesso al credito), e abbiamo visto che questo si riflette sulla dimensione del moltiplicatore e quindi sulla pendenza della curva di domanda aggregata. Tuttavia è anche possibile che sia una variazione nelle scelte di consumo e risparmio a produrre una traslazione della curva della domanda aggregata.

Una traslazione della domanda aggregata potrebbe essere causata da una variazione del consumo autonomo, rappresentato dal termine nella funzione della consumo aggregato, . È facile rendersi conto che una variazione di produrrebbe una risposta del moltiplicatore in termini di produzione e occupazione del tutto analoga a quella prodotta da una variazione degli investimenti.

mutuo
Contratto che permette a una famiglia o a un’impresa di prendere in prestito una quantità di denaro per acquistare un bene senza pagarne l’intero prezzo al momento dell’acquisto. Chi accende un mutuo si impegna a ripagare il debito e gli interessi nell’arco di un certo numero di anni. Il debito è spesso concesso dietro garanzia patrimoniale (ad esempio mediante ipoteca sull’immobile acquistato). Vedi anche: garanzia patrimoniale
risparmio precauzionale
L’aumento dei risparmi finalizzato ad aumentare la propria ricchezza fino al livello di ricchezza obiettivo. Vedi anche: ricchezza obiettivo
ricchezza obiettivo
Il livello di ricchezza che una famiglia ambisce a raggiungere, in base ai propri obiettivi o alle proprie preferenze e alle aspettative sul futuro. Assumiamo che le famiglie cerchino di mantenere costante questo livello di ricchezza, anche a fronte di cambiamenti nella propria situazione economica.

Ma cosa può determinare una modifica delle decisioni di consumo? Immaginiamo che il prezzo delle abitazioni diminuisca drasticamente. Specialmente nel caso in cui la famiglia abbia un mutuo da pagare sulla casa in cui abita, l’effetto sarebbe quello di ridurre la ricchezza della famiglia, e la reazione potrebbe essere quella di aumentare il risparmio. Parliamo in questo caso i risparmio precauzionale. Questo comportamento può essere meglio compreso ipotizzando che la famiglia in questione abbia un livello di ricchezza che giudica desiderabile mantenere o raggiungere; possiamo definire tale livello di ricchezza come ricchezza obiettivo. Quando succede qualcosa che allontana la ricchezza della famiglia relativamente da tale livello desiderabile, la reazione è una riduzione o un aumento del risparmio per riallineare la ricchezza con il suo livello obiettivo. Se ad esempio la ricchezza diminuisse, la famiglia potrebbe aumentarla diminuendo il consumo autonomo in modo da aumentare il risparmio precauzionale.

Grande depressione
Periodo di caduta drastica e prolungata della produzione e dell’occupazione, negli anni Trenta del XX secolo, originato dalla crisi del 1929.

Nel 1929, una diminuzione della produzione e del reddito, che a prima vista apparve come la semplice componente negativa di un ciclo economico simile ad altre avvenute nei decenni precedenti, si trasformò invece in un disastro economico globale di grandissime proporzioni — noto come la Grande depressione. La caduta della produzione e dell’occupazione durante la Grande depressione evidenzia in modo chiaro le due ragioni per le quali il consumo aggregato può diminuire sensibilmente — i limiti di accesso al credito che rendono il consumo dipendente dal reddito corrente innescando il processo del moltiplicatore e le variazioni del risparmio necessarie per allineare la ricchezza corrente alla ricchezza obiettivo

Romer, C. D. (1993), “The nation in depression”, Journal of Economic Perspectives, 7, pp. 19–39.

Per capire il meccanismo economico in azione durante la Grande depressione, ricorriamo al grafico mostrato nella figura 14.6. Il punto A rappresenta la situazione iniziale dell’economia nel terzo trimestre del 1929. Questa situazione fu modificata da un’iniziale caduta degli investimenti. Lo shock fece traslare la curva della domanda aggregata dal livello pre-crisi a quello della crisi; La linea tratteggiata dal punto B mostra il livello di output che si sarebbe dovuto osservare durante il ciclo per effetto del moltiplicatore: ci sarebbe stata certamente una recessione, ma nessuna Grande depressione. Ma la crisi fu resa molto più grave dal crollo della domanda per beni di consumo anche da parte di coloro che avevano mantenuto il proprio lavoro.

La domanda aggregata durante la Grande depressione: il moltiplicatore e i processi di feedback positivo.

Figura 14.6 La domanda aggregata durante la Grande depressione: il moltiplicatore e i processi di feedback positivo.

gordon.1986

Il 1929

Il punto A rappresenta la situazione iniziale dell’economia.

Figura 14.6a Il punto A rappresenta la situazione iniziale dell’economia.

gordon.1986

La caduta degli investimenti

Provoca una traslazione della curva della domanda aggregata dal livello pre-crisi a quello di crisi.

Figura 14.6b Provoca una traslazione della curva della domanda aggregata dal livello pre-crisi a quello di crisi.

gordon.1986

Una “normale” recessione

Se fosse una recessione normale, l’economia si sposterebbe nel punto B.

Figura 14.6c Se fosse una recessione normale, l’economia si sposterebbe nel punto B.

gordon.1986

La depressione del 1933

L’output diminuì molto più di quanto possa essere spiegato attraverso il solo moltiplicatore, fino al punto C.

Figura 14.6d L’output diminuì molto più di quanto possa essere spiegato attraverso il solo moltiplicatore, fino al punto C.

gordon.1986

La riduzione del consumo avvenne in due differenti passaggi.

Le ricerche effettuate in seguito alla Grande depressione hanno fornito diverse spiegazioni della caduta del consumo autonomo negli Stati Uniti, che qui riassumiamo.

capitale umano
L’insieme di conoscenze, abilità, attitudini e caratteristiche personali che influenzano la produttività sul lavoro o i guadagni di un individuo. Il valore del capitale umano può crescere grazie a un investimento in istruzione, formazione e abilità sociali.

Per spiegare perché anche le famiglie senza limiti accesso al credito riducessero i propri consumi, analizzeremo la composizione della ricchezza o dei beni delle famiglie. Nel Capitolo 10 abbiamo introdotto il concetto di ricchezza ricorrendo all’immagine del volume di acqua in una vasca da bagno. In quel caso ci eravamo concentrati sulla ricchezza materiale, mentre nella figura 14.7 abbiamo ampliato il concetto di ricchezza ricomprendendovi anche i redditi da lavoro futuri attesi, ovvero il capitale umano.

Seguendo l’analisi della figura 14.7 è possibile visualizzare la ricchezza complessiva di una famiglia come somma dei valori di tutte le sue attività al netto dei suoi debiti (che qui assumiamo siano dati solamente dal mutuo sulla casa), incluso il flusso atteso dei redditi netti ottenuti dal proprio lavoro negli anni futuri. Siccome questi redditi sono ovviamente incerti, parliamo della ricchezza corrente della famiglia come ricchezza attesa. Come avremo modo di vedere:

patrimonio netto
Differenza tra attività e passività. Vedi anche: stato patrimoniale

Ricchezza della famiglia: concetti chiave.

Figura 14.7 La ricchezza di una famiglia: concetti chiave.

I redditi da lavoro futuri attesi

Sono rappresentati dal rettangolo arancione.

Figura 14.7a Sono rappresentati dal rettangolo arancione.

La ricchezza finanziaria

Il rettangolo verde chiaro.

Figura 14.7b È rappresentata dal rettangolo verde.

Il valore netto dell’abitazione di proprietà della famiglia

È rappresentata dal rettangolo blu.

Figura 14.7c È rappresentata dal rettangolo blu.

La ricchezza compessiva della famiglia

È la somma dei tre rettangoli.

Figura 14.7d È la somma dei tre rettangoli.

Le famiglie possono avere anche un debito

Questo è rappresentato dal rettangolo rosso.

Figura 14.7e Questo è rappresentato dal rettangolo rosso.

Il patrimonio netto della famiglia

È dato dalla somma delle attività materiali (ricchezza finanziaria e valore dell’abitazione, non consideriamo dunque i guadagni futuri) al netto del debito.

Figura 14.7f È dato dalla somma delle attività materiali (ricchezza finanziaria e valore dell’abitazione, non consideriamo dunque i guadagni futuri) al netto del debito.

Il valore dell’abitazione

Il valore netto dell’abitazione è dato dal valore dell’abitazione meno il mutuo (debito) che la famiglia ancora deve alla banca.

Figura 14.7g Il valore netto dell’abitazione è dato dal valore dell’abitazione meno il mutuo (debito) che la famiglia ancora deve alla banca.

La ricchezza obiettivo

Per la famiglia da noi considerata, la ricchezza complessiva (comprensiva dei redditi attesi futuri da lavoro) è pari alla ricchezza obiettivo.

Figura 14.7h Per la famiglia da noi considerata, la ricchezza complessiva (comprensiva dei redditi attesi futuri da lavoro) è pari alla ricchezza obiettivo.

In che modo una famiglia con una ricchezza come quella mostrata dalla colonna A della figura 14.8 avrebbe interpretato, nei primi mesi del 1929, le notizie in merito alla chiusura delle fabbriche, al crollo del mercato azionario e ai fallimenti delle banche? In che modo avrebbe aggiustato la propria spesa per beni durevoli e beni non durevoli? Dare una risposta a queste domande può aiutare a capire come si verificò la Grande depressione.

La Grande depressione: le famiglie riducono i consumi per ristabilire la loro ricchezza obiettivo.

Figura 14.8 La Grande depressione: le famiglie riducono i consumi per ristabilire la loro ricchezza obiettivo.

Prima della Depressione

Le famiglie stavano prendendo decisioni di consumo in linea con le loro aspettative riguardo al proprio patrimonio netto e i ricavi da lavoro futuri. Questo è evidenziato dal fatto che la ricchezza totale è uguale alla ricchezza obiettivo.

Figura 14.8a Le famiglie stavano prendendo decisioni di consumo in linea con le loro aspettative riguardo al proprio patrimonio netto e i ricavi da lavoro futuri. Questo è evidenziato dal fatto che la ricchezza totale è uguale alla ricchezza obiettivo.

La Depressione

Alla fine del 1929 (colonna B) la recessione aveva mutato le aspettative.

Figura 14.8b Alla fine del 1929 (colonna B) la recessione aveva mutato le aspettative.

Aumentano i risparmi

Ne derivò uno scarto fra la ricchezza obiettivo delle famiglie e la loro ricchezza attesa complessiva. Le famiglie aumentarono quindi i loro risparmi.

Figura 14.8c Ne derivò uno scarto fra la ricchezza obiettivo delle famiglie e la loro ricchezza attesa complessiva. Le famiglie aumentarono quindi i loro risparmi.

acceleratore finanziario
Il meccanismo attraverso il quale la capacità di imprese e famiglie di indebitarsi aumenta all’aumentare del valore delle garanzie fornite al creditore (solitamente una banca).

Gli stessi meccanismi operano in direzione opposta quando i prezzi delle case aumentano, circostanza che tende a far aumentare i consumi.

Esercizio 14.1 Lo stato patrimoniale di una famiglia

Consideriamo una famiglia formata da due genitori e due figli gravata da un mutuo sulla casa, che supponiamo sia stato per metà ripagato. La famiglia possiede anche un’automobile e un portafoglio di azioni di alcune società e risparmi in un fondo pensione; essa spende il proprio reddito in cibo, in abbigliamento e nel pagamento dell’università per i figli (specie se deve mantenerli in un’altra città o se frequentano un’università privata).

  1. Quale di questi elementi entrerebbero nello stato patrimoniale della famiglia?
  2. Pensate a dei valori per le voci di spese tipici del vostro paese. Usando l’esempio dello stato patrimoniale di una banca della tabella 10.10 come guida, costruite lo stato patrimoniale di questa ipotetica famiglia.

Esercizio 14.2 Il prezzo delle abitazioni in Europa

Diversamente dagli Stati Uniti, in molti paesi europei (Francia, Germania e Italia) è difficile per le famiglie aumentare il proprio accesso al credito sfruttando un aumento del valore di mercato delle case. Inoltre, per l’acquisto di una casa è molto più raro ottenere un mutuo pari al 100% del suo valore.

  1. In che modo vi aspettate che un aumento del prezzo delle case influenzi la spesa delle famiglie in questi paesi?
  2. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito i prestiti sono concessi più facilmente sulla base dell’aumento del valore netto della casa detenuto dalla famiglia e i mutui coprono quasi il 100% del valore dell’immobile. La risposta alla domanda 1 potrebbe cambiare, considerando il caso dei paesi anglosassoni?
  3. Cosa potete concludere in merito al ruolo dell’acceleratore finanziario nei paesi europei paragonato a quello dei paesi anglosassoni?

Nota: un articolo di John Muellbauer1 dà alcune informazioni aggiuntive sull’effetto della variazioni del prezzo delle abitazioni sulla spesa in Europa e negli Stati Uniti.

Domanda 14.3 Scegli le risposte corrette

Quale tra le seguenti affermazioni sulla ricchezza delle famiglie è corretta?

  • La ricchezza materiale di una famiglia è pari alla sua ricchezza finaziaria più il valore della sua abitazione.
  • La ricchezza totale intesa in senso ampio è pari alla ricchezza materiale più i guadagni futuri attesi.
  • Una famiglia aggiusta i propri risparmi precauzioniali in risposta a cambiamenti della propria ricchezza obiettivo.
  • Se la ricchezza obiettivo di una famiglia eccede la ricchezza attesa, la famiglia ridurrà i risparmi e aumenterà i consumi.
  • La ricchezza materiale è la ricchezza netta, ovvero la ricchezza finanziaria più il valore dell’abitazione meno il debito.
  • Questa è la definizione di ricchezza in senso ampio.
  • Un famiglia aggiusta i propri risparmi precauzionali in risposta alla differenza (positiva o negativa) tra ricchezza effettiva e ricchezza obiettivo.
  • Se la ricchezza obiettivo eccede la ricchezza attesa, la famiglia aumenterà i propri risparmi per coprire la differenza, riducendo di conseguenza i consumi.

14.4 La spesa per investimenti

Nel Capitolo 13, abbiamo evidenziato il contrasto fra la volatilità degli investimenti e la relativa stabilità della spesa per consumi. Ma in che modo le imprese prendono le loro decisioni di investimento? Pensiamo a una manager o a un proprietario di un’impresa che debba prendere un decisione su cosa fare con i profitti accumulati. Ci sono quattro possibili scelte.

  1. Distribuirli: usare i fondi per aumentare le remunerazioni dei manager o dei lavoratori, oppure per pagare i dividendi agli azionisti.
  2. Risparmiare: usare i fondi per comprare un’attività finanziaria che produca interessi, come ad esempio un’obbligazione, oppure per ridurre lo stock di debito dell’impresa.
  3. Investire all’estero: costruire nuova capacità produttiva in un paese estero.
  4. Investire nel proprio paese: costruire nuova capacità produttiva nel proprio paese.

La quarta scelta è quella che coinvolge gli investimenti nel nostro modello (dal punto di vista dell’impresa anche la terza lo è, ma essendo una spesa effettuata in un paese estero andrà ad alimentare gli investimenti nella contabilità nazionale di quel paese). Se assumiamo che non ci sia alcun motivo per modificare le remunerazioni dei dipendenti, possiamo analizzare la decisione del proprietario dell’impresa usando lo stesso metodo utilizzato per studiare la decisione di Marco nel Capitolo 10.

La desiderabilità di consumare di più oggi piuttosto che in futuro dipende, come abbiamo discusso nel Capitolo 10, dal tasso di sconto intertemporale () del proprietario. Il proprietario dell’impresa valuterà questa possibilità considerando il rendimento che può ottenere rinunciando a consumare ora. Se l’imprenditore decidesse di risparmiare acquistando un’attività finanziaria, il suo ricavo sarebbe dato dal tasso di interesse r. Se egli investisse in capacità produttiva, il guadagno sarebbe invece dato dal tasso di profitto di quell’investimento che, come nel Capitolo 10, chiameremo .

politica monetaria
Azioni intraprese dalla banca centrale (o dal governo attraverso di essa) per influenzare il livello dell’attività economica attraverso la variazione dei tassi di interesse o del prezzo dei titoli finanziari.

È dunque chiaro perché il tasso di interesse è uno dei fattori che influenza le scelte di investimento. Abbiamo visto nel Capitolo 10 che il tasso d’interesse può essere influenzato dalle politiche delle banche centrali (politica monetaria). Se si ha del denaro disponibile, il tasso di interesse è il costo opportunità di usarlo per acquistare attrezzature, macchinari e strutture che aumentato lo stock di capitale invece di risparmiarlo ottenendo un rendimento . Altrimenti, se non si ha del denaro disponibile, il tasso di interesse è il costo di prenderlo in prestito per effettuare l’investimento. Se ordiniamo gli investimenti in base alla loro profittabilità netta attesa, è evidente che un tasso di interesse minore aumenta il numero di progetti il cui tasso di rendimento atteso è maggiore del tasso di interesse (si ricordi a questo riguardo l’analisi dell’investimento di Marco nella figura 10.10 del Capitolo 10). In sintesi, un tasso di interesse maggiore riduce gli investimenti, mentre un tasso minore li aumenta.

La figura 14.9 rappresenta questo meccanismo nel caso di un’economia composta da due imprese, A e B. Per ciascuna impresa, sono disponibili tre progetti di investimento di diversa entità e rendimento, che sono mostrati in ordine decrescente rispetto al tasso di rendimento atteso. Guardando la figura 14.9 è possibile capire in che modo il tasso di interesse determini quale progetto di investimento viene realizzato. Il grafico in basso nella figura aggrega le due imprese per mostrare in che modo l’investimento aggregato risponde ad una variazione del tasso di interesse.

Investimenti, tasso di profitto atteso e tasso di interesse in un economia con due imprese.

Figura 14.9 Investimenti, tasso di profitto atteso e tasso di interesse in un economia con due imprese.

L’impresa A

L’impresa A ha a disposizione tre progetti di investimento, diversi per dimensione e profitto atteso. Sono mostrati in ordine decrescente rispetto al tasso di profitto atteso.

Figura 14.9a L’impresa A ha a disposizione tre progetti di investimento, diversi per dimensione e profitto atteso. Sono mostrati in ordine decrescente rispetto al tasso di profitto atteso.

L’impresa B

Anche l’impresa B ha a disposizione tre progetti di investimento.

Figura 14.9b Anche l’impresa B ha a disposizione tre progetti di investimento.

La decisione di investimento

Con un tasso di interesse del 5%, l’impresa A realizza il progetto 1 mentre l’impresa B non realizza alcun progetto. Se invece il tasso di interesse fosse del 2%, l’impresa A sceglierebbe sia il progetto 1 che il progetto 2, e B sceglierebbe tutti e tre i suoi progetti.

Figura 14.9c Con un tasso di interesse del 5%, l’impresa A realizza il progetto 1 mentre l’impresa B non realizza alcun progetto. Se invece il tasso di interesse fosse del 2%, l’impresa A sceglierebbe sia il progetto 1 che il progetto 2, e B sceglierebbe tutti e tre i suoi progetti.

La decisione di investimento nell’aggregato

Il grafico in basso aggrega i potenziali investimenti delle due imprese, ordinandoli sempre in base al proprio tasso di profitto atteso.

Figura 14.9d Il grafico in basso aggrega i potenziali investimenti delle due imprese, ordinandoli sempre in base al proprio tasso di profitto atteso.

L’investimento aggregato aumenta

L’investimento complessivo nell’economia aumenta dopo una riduzione del tasso di interesse. Vengono realizzati cinque progetti invece di uno soltanto.

Figura 14.9e L’investimento complessivo nell’economia aumenta dopo una riduzione del tasso di interesse. Vengono realizzati cinque progetti invece di uno soltanto.

La figura 14.10 illustra invece l’effetto di una variazione delle aspettative di profitto. Il tasso di profitto atteso di ciascun progetto può aumentare a causa del miglioramento nelle condizioni dal lato dell’offerta dell’economia; ad esempio l’impiego di un innovativo sistema di produzione. Rappresentiamo la maggiore profittabilità come un aumento dell’altezza delle colonne che rappresentano i diversi progetti e vediamo che, per ogni livello di tasso di interesse, il livello di investimento aumenta.

L’effetto sull’investimento aggregato di un aumento del tasso di profitto atteso di alcuni progetti (effetto sul lato offerta).

Figura 14.10 L’effetto sull’investimento aggregato di un aumento del tasso di profitto atteso di alcuni progetti (effetto sul lato offerta).

Se il tasso di interesse è al 5%

Con un tasso di interesse pari al 5%, solo un progetto viene realizzato.

Figura 14.10a Con un tasso di interesse pari al 5%, solo un progetto viene realizzato.

Un miglioramento delle prospettive di profitto

Un miglioramento delle prospettive di profitto (cambiamento sul lato offerta) fa aumentare il tasso profitto atteso associato a ciascun progetto.

Figura 14.10b Un miglioramento delle prospettive di profitto (cambiamento sul lato offerta) fa aumentare il tasso profitto atteso associato a ciascun progetto.

L’effetto sugli investimenti

Con lo stesso livello del tasso di interesse, gli investimenti aumentano: vengono realizzati due progetti aggiuntivi.

Figura 14.10c Con lo stesso livello del tasso di interesse, gli investimenti aumentano: vengono realizzati due progetti aggiuntivi.

Uno spostamento verso l’alto può anche essere causato da una diminuzione dei prezzi attesi dei fattori produttivi, come, ad esempio, una riduzione prevista del prezzo dell’energia o dei salari o una riduzione della tassazione durante il periodo di vita del progetto di investimento.

rischio di espropriazione
Il rischio che un bene o un’attività patrimoniale sia sottratto al suo proprietario dallo Stato o da un altro soggetto

Un altro caso di effetto positivo dal lato dell’offerta è un cambiamento istituzionale, ad esempio una migliore tutela dei diritti di proprietà in grado di ridurre il rischio che altri soggetti (ad esempio, un grande proprietario terriero in grado di minacciare un piccolo coltivatore, come Bruno nel Capitolo 5) si approprino dell’investimento. La riduzione del rischio di espropriazione è un esempio di miglioramento del contesto nel quale si svolge l’attività imprenditoriale.

Anche variazioni attese sul lato della domanda possono modificare le scelte di investimento. Nella figura 14.11 l’altezza delle colonne rimane inalterata, ma la loro ampiezza (che rappresenta l’ammontare di investimento profittevole nei diversi progetti) è aumentato. Ciò può essere dovuto a un aumento permanente della domanda nel caso in cui la capacità produttiva disponibile non sia sufficiente a far fronte alle nuove vendite previste, per cui occorre aumentare la capacità produttiva grazie a nuovi progetti d’investimento.

L’effetto sugli investimenti di un aumento del livello di capacità desiderato (cambiamento dal lato domanda).

Figura 14.11 L’effetto sugli investimenti di un aumento del livello di capacità desiderato (cambiamento dal lato domanda).

Se il tasso d’interesse è al 2%

Vediamo il livello iniziale degli investimenti con un tasso di interesse del 2%.

Figura 14.11a Vediamo il livello iniziale degli investimenti con un tasso di interesse del 2%.

Si prevede un aumento della domanda

La pressione sull’attuale capacità produttiva dovuta alla previsione di un aumento della domanda fa aumentare la dimensione desiderata di ogni progetto, facendo aumentare gli investimenti.

Figura 14.11b La pressione sull’attuale capacità produttiva dovuta alla previsione di un aumento della domanda fa aumentare la dimensione desiderata di ogni progetto, facendo aumentare gli investimenti.

funzione dell’investimento aggregato
Equazione che mette in relazione la spesa per investimenti dell’economia con altre variabili, come il tasso di interesse e i profitti attesi. Vedi anche: tasso di interesse

In un’economia caratterizzata da diverse migliaia di imprese, possiamo presentare l’insieme dei potenziali progetti d’investimento con una retta decrescente. Tale retta rappresenta la funzione dell’investimento aggregato. La risposta in termini di investimento a un cambiamento del tasso di interesse è mostrato nello spostamento lungo la curva da C ad E. Nella figura 14.12 viene inoltre mostrato l’effetto di un aumento della profittabilità degli investimenti, dovuti a variazioni positive dal lato dell’offerta e dal lato della domanda: tali variazioni fanno aumentare l’investimento da C a D a parità del tasso d’interesse e sono rappresentate come una traslazione verso destra della curva.

La funzione dell’investimento aggregato: gli effetti del tasso d’interesse e delle aspettative di profitto.

Figura 14.12 La funzione dell’investimento aggregato: gli effetti del tasso d’interesse e delle aspettative di profitto.

I progetti d’investimento potenziali

In un’economia caratterizzata da migliaia di imprese, l’insieme di tutti i potenziali progetti d’investimento può essere rappresentato da una funzione dell’investimento aggregato decrescente.

Figura 14.12a In un’economia caratterizzata da migliaia di imprese, l’insieme di tutti i potenziali progetti d’investimento può essere rappresentato da una funzione dell’investimento aggregato decrescente.

Una riduzione del tasso di interesse

In risposta ad una riduzione del tasso d’interesse, gli investimenti aumentano da C ad E.

Figura 14.12b In risposta ad una riduzione del tasso d’interesse, gli investimenti aumentano da C ad E.

Un aumento dei profitti attesi.

Se migliorano le aspettative di profitto, la curva dell’investimento aggregato trasla verso destra. Se il tasso d’interesse rimane fisso al 4%, gli investimenti aumentano da C a D.

Figura 14.12c Se migliorano le aspettative di profitto, la curva dell’investimento aggregato trasla verso destra. Se il tasso d’interesse rimane fisso al 4%, gli investimenti aumentano da C a D.

Gli studi empirici effettuati suggeriscono che la spesa delle imprese in macchinari e attrezzature non sia molto sensibile alle variazioni del tasso d’interesse. L’effetto molto limitato delle variazioni del tasso d’interesse nelle scelte d’investimento delle imprese (cui corrisponde nella figura il fatto che la pendenza della curva sia molto elevata) evidenzia l’importanza che hanno le variazioni sul lato dell’offerta e della domanda, che influiscono sulla posizione della funzione dell’investimento (figure 14.10 e 14.11).

Il tasso d’interesse influenza la spesa per investimenti anche al di fuori del settore delle imprese, attraverso i suoi effetti sulle decisioni delle famiglie di acquistare abitazioni nuove o più spaziose e influenzando per questa via il settore edilizio. Il tasso d’interesse ha anche un effetto significativo sulla domanda per i beni di consumo durevoli, come automobili ed elettrodomestici, che vengono spesso acquistati a credito.

Domanda 14.4 Scegli le risposte corrette

Nella figura 14.9 sono rappresentati i possibili progetti di investimento per le imprese A e B. Sulla base di queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Quando il tasso di interesse è del 5%, entrambe le imprese si limiteranno ad intraprendere progetto 1
  • La banca centrale può far sì che tutti i progetti siano iniziati riducendo il tasso di interesse al 1,5%.
  • Quando ci si aspetta che la domanda venga aumentata permanentemente oltre il livello di capacità degli impianti e delle attrezzature esistenti, gli investimenti aumenteranno per effetto di un aumento del tasso di profitto atteso.
  • L’aspettativa di un aumento del prezzo dell’energia porta a una caduta dei tassi di profitto attesi, e quindi ad una riduzione nel numero di progetti di investimento che risultano profittevoli per dato tasso di interesse. L’effetto è una riduzione degli investimenti.
  • Per l’impresa B, il tasso di profitto atteso dal progetto 1 è inferiore al 5%. Pertanto, solo l’impresa A intraprenderà il proprio progetto 1.
  • A un tasso di interesse del 1,5%, l’impresa A non intraprenderà il progetto 3.
  • Con uno shock positivo di domanda permanente, l’altezza delle colonne rimane invariata ma aumenta l’entità degli investimenti che risultano profittevoli. Ciò aumenta l’ampiezza delle colonne, portando a maggiori investimenti (per ciascun tasso di interesse)
  • Simmetricamente, una riduzione nel prezzo dell’energia riduce i costi per le imprese e aumenta le aspettative di profitto, con la conseguenza he un maggior numero di progetti avrà un profitto atteso maggiore del tasso di interesse.

Domanda 14.5 Scegli le risposte corrette

Il grafico della figura 14.12 mostra la funzione di investimento aggregato di un’economia. Basandosi sul grafico, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Ceteris paribus, un aumento del tasso d’interesse porterebbe ad una diminuzione degli investimenti a causa di una traslazione verso sinistra della curva degli investimenti.
  • Un aumento della tassazione sulle imprese farebbe traslare la curva degli investimenti verso destra.
  • La previsione di un aumento permanente della domanda fa traslare la curva degli investimenti verso destra.
  • Una retta più ripida indica una maggiore sensibilità del livello di investimento aggregato ai cambiamenti del tasso d’interesse.
  • La retta degli investimenti rappresenta, ceteris paribus, la relazione fra gli investimenti e il tasso d’interesse. Di conseguenza, una diminuzione degli investimenti dovrebbe essere rappresentata da un movimento lungo la curva (es. da E a C), non da uno spostamento della curva.
  • Un aumento della tassazione sulle imprese diminuirebbe il tasso di profitto atteso, facendo traslare la curva verso sinistra. Ciò produrrebbe una diminuzione degli investimenti.
  • Una maggiore domanda rende profittevole investire in progetti di maggiore dimensione, facendo aumentare gli investimenti per ogni dato tasso d’interesse.
  • Una retta più ripida implica una minore variazione, ovvero una minore sensibilità, degli investimenti al tasso d’interesse.

14.5 Il modello del moltiplicatore con spesa pubblica ed esportazioni nette

In questo paragrafo aggiungeremo al modello il settore pubblico e la banca centrale in modo da mostrare in che modo essi possano stabilizzare (o destabilizzare) l’economia in seguito a uno shock. Come prima, ipotizzeremo che le imprese siano disponibili a offrire qualsiasi ammontare di beni che venga domandato.

Abbiamo visto nel Capitolo 13 che, includendo il settore pubblico e le interazioni economiche con l’estero — importazioni ed esportazioni — la domanda aggregata può essere così scomposta:

È utile analizzare ciascuna componente singolarmente.

Consumi

La spesa per consumi delle famiglie dipende dal loro reddito al netto della tassazione. Ipotizziamo in semplice schema di tassazione, che prevede l’imposizione di un’imposta proporzionale la reddito di aliquota t. Il reddito disponibile delle famiglie, ovvero il reddito dopo il pagamento delle imposte, sarà dunque . La propensione marginale al consumo, , esprimerà ora la frazione del reddito disponibile (e non del reddito lordo) consumata, per cui la funzione del consumo aggregato sarà:

Tutti i fattori che influenzano il consumo al di là del reddito disponibile corrente sono inclusi nel consumo autonomo, , e hanno l’effetto di traslare la funzione del consumo aggregato nel grafico del moltiplicatore. Questi fattori includono la ricchezza attesa e la ricchezza obiettivo, la capacità di accesso al mercato del credito e le variazioni del tasso d’interesse.

Investimenti

Abbiamo appena visto che la spesa per investimento è influenzata dal tasso d’interesse e dai profitti attesi al netto della tassazione. La funzione dell’investimento aggregato è tale che:

Spesa pubblica

esogeno
Qualcosa che è determinato all’esterno del modello e non è il risultato del modello stesso. Vedi anche: endogeno

Se escludiamo i trasferimenti, la maggior parte della spesa pubblica è diretta a finanziare i servizi pubblici, il sistema sanitario e l’istruzione. Possiamo dunque supporre che il suo ammontare non vari al variare del reddito, e che tale grandezza possa essere dunque considerata esogena.

Nel grafico del moltiplicatore, un aumento della spesa pubblica fa traslare la curva della domanda aggregata verso l’alto.

Esportazioni nette

propensione marginale all’importazione
Variazione nelle importazioni dovuta a un aumento unitario del reddito totale.

La nostra economia vende prodotti e servizi all’estero sotto forma di esportazioni. L’ammontare di beni e servizi prodotti all’estero e domandati nell’economia (le sue importazioni) dipende dal reddito. La frazione di ogni unità addizionale di reddito che viene spesa nelle importazioni prende il nome di propensione marginale all’importazione (m), e assume valori compresi fra zero e uno. In formule:

tasso di cambio
Indica la quantità di valuta nazionale necessaria ad acquistare un’unità di valuta estera (quotazione incerto per certo), per cui il tasso aumenta in corrispondenza di un deprezzamento della valuta nazionale e diminuisce in corrispondenza di un suo apprezzamento. Nel caso dell’euro si usa la quotazione certo per incerto, per cui si esprime il tasso di cambio come unità di valuta estera necessarie ad acquistare un euro.

Se i costi di produzione in un paese diminuiscono in modo da poter vendere i suoi prodotti nel mercato mondiale a un prezzo più basso di quello degli altri paesi, la domanda per le sue esportazioni aumenterà, e la domanda interna di importazioni diminuirà. Vedremo nel prossimo capitolo che anche il tasso di cambio influenza i prezzi dei beni di un paese sul mercato internazionale. Anche la crescita del mercato internazionale fa aumentare le esportazioni. Per ora, tuttavia, ignoreremo questi effetti e assumeremo che anche le esportazioni siano una grandezza esogena.

Mettendo insieme tutte le componenti della domanda aggregata otteniamo quindi:

Vediamo che sia la tassazione sia le importazioni riducono la grandezza del moltiplicatore. Si ricordi che il moltiplicatore ci dice di quanto aumenta il PIL a fronte di aumento unitario della spesa autonoma (cioè un aumento del consumo autonomo, degli investimenti, della spesa pubblica o delle esportazioni). Quando includiamo la tassazione e le importazioni nel nostro modello, l’effetto moltiplicativo indiretto di un aumento della spesa sul PIL sarà minore, visto che una parte del reddito delle famiglie viene assorbito direttamente dallo Stato attraverso la tassazione e una parte viene usata per acquistare beni e servizi all’estero. Assumendo che lo Stato non aumenti automaticamente la sua spesa all’aumentare del gettito fiscale, e che i paesi esteri non aumentino le loro importazioni di beni del nostro paese per il fatto che noi aumentiamo le nostre importazioni di beni dall’estero, l’aumento della domanda che viene assorbita dal pagamento delle imposte e dalle importazioni non determinerà ulteriori aumenti indiretti del reddito nell’economia interna. Analogamente al risparmio, le tasse e le importazioni vengono considerate perdite dal flusso circolare del reddito. Il risultato è quello di ridurre l’effetto indiretto di una variazione autonoma della spesa su domanda aggregata, produzione e occupazione.

Riassumendo:

L’Einstein che segue mostra come calcolare il valore del moltiplicatore una volta incluse nel modello la tassazione e le importazioni. Per illustrare il meccanismo assumeremo un’aliquota fiscale del 20% (cioè 0,2) e una propensione marginale all’importazione pari a 0,1. Prima di introdurre lo Stato avevamo fissato la propensione marginale al consumo a 0,6. Mantenendo tale valore, il moltiplicatore calcolato con la nuova formula sarà pari a 1,6, ben inferiore dunque al 2,5 ottenuto in precedenza. Nel prossimo paragrafo vedremo in che modo gli economisti hanno stimato la dimensione del moltiplicatore partendo dai dati economici reali e perché tale dimensione è così importante.

Esercizio 14.3 Il modello del moltiplicatore

Considerate il modello del moltiplicatore illustrato in questo paragrafo.

  1. Confrontate due economie identiche, che differiscono fra loro unicamente nella percentuale di famiglie con limitato accesso al credito. In quale di queste economie il moltiplicatore è maggiore? Illustrate graficamente la risposta.
  2. Sulla base del confronto fra queste due economie, vi aspettereste che il moltiplicatore vari durante il ciclo economico?
  3. Alcuni economisti hanno stimato che la dimensione del moltiplicatore durante la Grande depressione fosse pari a 1,8. Spiegate in che modo le seguenti caratteristiche dell’economia statunitense del tempo potrebbero aver influenzato il suo valore: dimensione dell’intervento pubblico (vedi la figura 14.1), l’assenza di sussidi di disoccupazione e la bassa percentuale delle importazioni.

Domanda 14.6 Scegli le risposte corrette

La domanda aggregata di un’economia aperta è data dalla somma di consumo netto C, investimenti I (i quali dipendono dal tasso di interesse r), la spesa pubblica G e le esportazioni nette X-M:

è il consumo autonomo, è la propensione marginale al consumo, e m la propensione marginale all’importazione. Quando l’economia si trova in equilibrio la domanda aggregata è uguale alle produzione: AD = Y. Risolvendo rispetto ad Y si ottiene:

Data questa equazione, quale delle seguenti variazioni determina un aumento del moltiplicatore?

  • Una diminuzione della spesa pubblica.
  • Una diminuzione del tasso di interesse.
  • Una diminuzione della propensione marginale all’importazione.
  • Un aumento dell’aliquota fiscale.
  • G influenza il livello di AD ma non il moltiplicare.
  • r influenza I(r), che a sua volta influenza il livello di AD, ma non il moltiplicatore.
  • Una riduzione di m aumenta il moltiplicatore, in quanto riduce le perdite o dispersioni nel flusso circolare dell’economia.
  • Un aumento di t riduce il moltiplicatore.

Einstein Il moltiplicatore in un’economia aperta con settore pubblico

Possiamo nuovamente sfruttare la condizione di equilibrio nel mercato dei beni, ovvero l’uguaglianza fra produzione e domanda aggregata (condizione che nel grafico del moltiplicatore è espressa dal punto di intersezione fra la curva della domanda aggregata e la bisettrice), per derivare la formula del moltiplicatore. In primo luogo, riscriviamo l’equazione della domanda aggregata risolvendo rispetto alla produzione:

da cui:

Questa espressione evidenzia che il moltiplicatore è minore quando vengono introdotti l’intervento pubblico e il commercio estero:

Infatti, il denominatore della frazione a sinistra è maggiore di quello della frazione a destra:

14.6 La politica fiscale: come smorzare (o amplificare) le fluttuazioni

Sono tre i modi principali attraverso i quali la spesa pubblica e la tassazione possono smorzare le fluttuazioni nell’economia.

azione nascosta
No definition available.
azzardo morale
Il termine si riferisce a una situazione nella quale una delle parti di un’interazione compie un’azione che ha un impatto sui profitti o sul benessere dell’altra parte e tale azione non è controllabile tramite contratto perché è non osservabile o non verificabile. Ad esempio, un individuo con un’assicurazione sulla casa può avere un minore incentivo a prevenire incendi o altri danni all’abitazione rispetto al caso di assenza di assicurazione. Ci si riferisce all’azzardo morale anche come ‘problema dell’azione nascosta’. Vedi anche: asimmetria informativa, azione nascosta, contratto incompleto, too big to fail
informazione nascosta
Il problema dell’informazione nascosta emerge quando alcune caratteristiche di quanto è scambiato o altri aspetti della transazione sono noti solo ad alcuni degli individui coinvolti. Ad esempio, un individuo che acquista un’assicurazione sanitaria è consapevole del proprio stato di salute, ma la compagnia assicurativa non lo può conoscere con certezza. Vedi anche: asimmetria informativa, azione nascosta, selezione avversa
politica fiscale
Variazioni nel livello delle imposte o della spesa pubblica realizzate allo scopo di stabilizzare l’economia. Vedi anche: stimolo fiscale, moltiplicatore fiscale, domanda aggregata

Sarebbe possibile per i lavoratori assicurarsi privatamente contro la possibilità di perdere il lavoro? La risposta è no: il mercato non è in grado di fornire questo tipo di assicurazione (siamo cioè in presenza di un fallimento del mercato) per almeno tre ragioni.

condivisione del rischio
Quando un gruppo di soggetti decide di sostenere collettivamente il costo di un evento negativo che colpisce uno di essi o una parte di essi. Ad esempio, un gruppo di famiglie condivide i propri risparmi per permettere a una famiglia di mantenere il proprio livello di consumo nel caso di una temporanea diminuzione del reddito o aumento della spesa.
azione nascosta
Il problema dell’azione nascosta sorge quando un’azione compiuta da uno dei soggetti coinvolti in una relazione contrattuale non può essere verificata dagli altri soggetti. Ad esempio, il datore di lavoro non può sapere (o non può verificare) quanto si impegnino i suoi dipendenti. Vedi anche: azzardo morale, informazione nascosta
azzardo morale
Il termine si riferisce a una situazione nella quale una delle parti di un’interazione compie un’azione che ha un impatto sui profitti o sul benessere dell’altra parte e tale azione non è controllabile tramite contratto perché è non osservabile o non verificabile. Ad esempio, un individuo con un’assicurazione sulla casa può avere un minore incentivo a prevenire incendi o altri danni all’abitazione rispetto al caso di assenza di assicurazione. Ci si riferisce all’azzardo morale anche come ‘problema dell’azione nascosta’. Vedi anche: asimmetria informativa, azione nascosta, contratto incompleto, too big to fail
informazione nascosta
Il problema dell’informazione nascosta emerge quando alcune caratteristiche di quanto è scambiato o altri aspetti della transazione sono noti solo ad alcuni degli individui coinvolti. Ad esempio, un individuo che acquista un’assicurazione sanitaria è consapevole del proprio stato di salute, ma la compagnia assicurativa non lo può conoscere con certezza. Vedi anche: asimmetria informativa, azione nascosta, selezione avversa
asimmetria informativa
Si ha quando informazioni rilevanti sono disponibili solo ad alcune delle parti coinvolte in un’interazione economica. Vedi anche: selezione avversa, azzardo morale, informazione nascosta, azione nascosta
stabilizzatore automatico
La parte del sistema di imposte e trasferimenti pubblici che ha l’effetto di smorzare le fluttuazioni del ciclo economico. Un esempio sono i sussidi di disoccupazione.

I sussidi di disoccupazione sono uno esempio di stabilizzatore automatico, tipico delle economie moderne. Abbiamo già visto un altro stabilizzatore automatico: il sistema di tassazione proporzionale riduce la dimensione del moltiplicatore e smorza il ciclo economico.

Nella nostra lista, il terzo strumento che lo Stato può utilizzare per smorzare le fluttuazioni economiche è l’uso di politiche fiscali allo scopo di stabilizzare la domanda aggregata e quindi il livello di produzione. L’intervento può consistere in un aumento della spesa pubblica o in una riduzione della tassazione quando l’obiettivo è sostenere la domanda aggregata in una fase di regressione; o viceversa, in una fase di boom, una riduzione della spesa o un aumento della pressione fiscale. Va tuttavia considerato che modificare il livello di spesa della pubblica amministrazione è un’operazione complessa, che richiede tempo, anche perché solitamente queste misure devono passare il vaglio dei parlamenti nazionali; per questo motivo per stabilizzare l’economia si ricorre più spesso alla politica monetaria che alla politica fiscale. La politica fiscale mantiene comunque un ruolo di grande importanza, specialmente nel caso di recessioni particolarmente severe o quando il ricorso della politica monetaria è impossibile.

La fallacia di composizione e il paradosso del risparmio

paradosso del risparmio
Un individuo che consuma di meno risparmia di più, ma se tutti gli individui consumassero di meno il risparmio aggregato potrebbe diminuire invece di aumentare. Poiché la riduzione dei consumi riduce la domanda aggregata e quindi la produzione e il reddito, il tentativo di aumentare i risparmi è vano se l’aumento della propensione a risparmiare non è accompagnato da un aumento degli investimenti (o di un’altra componente della domanda aggregata, come la spesa pubblica). Vedi anche: fallacia di composizione

Mettendo a confronto una famiglia con l’intero sistema economico, è possibile capire meglio le ragioni per le quali un aumento del deficit dello Stato durante un periodo di recessione è molto spesso l’unico modo per uscire rapidamente dalla crisi. Nel corso della crisi, una famiglia vede il suo bilancio andare in rosso ed è preoccupata dalla riduzione della sua ricchezza. Una risposta saggia a questa situazione può essere quella di ridurre le spese e aumentare i risparmi, per non far diminuire la ricchezza e per poter affrontare al meglio un futuro più incerto. È proprio questo comportamento quello che abbiamo visto nella figura 14.8, parlando della Grande depressione. Keynes mostrò che, quando l’economia si trova in recessione, quel che appare saggio a livello di singola famiglia (il risparmio precauzionale), non lo è per nulla quando consideriamo le decisioni di politica economica.

Consideriamo il tentativo di aumentare il risparmio da parte di una singola famiglia e confrontiamolo con quello compiuto da tutte le famiglie contemporaneamente. La famiglia taglierà le proprie spese e metterà i propri risparmi addizionali sotto il materasso, lasciandolo lì fino a quando deciderà che sia saggio spenderlo.

fallacia di composizione
L’idea errata che ciò che è vero per una parte (ad esempio una singola famiglia) debba essere vero anche per il tutto (l’economia nel suo complesso). Vedi anche: paradosso del risparmio

Se tutte le famiglie fanno lo stesso, tagliando le proprie spese e tesaurizzando i propri risparmi, nell’ipotesi che null’altro cambi nell’economia, vi saranno un aumento del risparmio e una riduzione della spesa per consumi. Dal paragrafo precedente sappiamo che questa situazione si può rappresentare come una riduzione del consumo autonomo, : la domanda aggregata trasla verso il basso. L’economia, attraverso il processo del moltiplicatore, si muove verso livelli di produzione, reddito e occupazioni più bassi. Questo fenomeno è noto come paradosso del risparmio: il tentativo di tutte le famiglie simultaneamente di aumentare i risparmi riducendo i consumi non fa che peggiorare ulteriormente la situazione economica generale, riducendo il reddito. Il fatto che ciò che è vero per una parte dell’economia non sia vero per l’economia nel suo insieme è noto come fallacia di composizione.

Una singola famiglia può aumentare il proprio risparmio oggi, se si aspetta un evento sfortunato domani — ad esempio una malattia o un licenziamento; quando e se l’evento sfortunato avrà luogo, la famiglia disporrà delle risorse necessarie per farvi fronte. Tuttavia, se tutte le famiglie fanno la stessa scelta mentre l’economia è in recessione, questo comportamento non fa che peggiorare le cose, riducendo ulteriormente la domanda aggregata, con il risultato che più persone perderanno il lavoro, facendo così realizzare il temuto evento negativo. La ragione è che nel sistema economico considerato nel suo complesso spese e guadagni sono complementari. La spesa di uno è il guadagno di un altro.

Si può evitare questo effetto? Lo Stato può contribuire ad assorbire gli shock lasciando operare gli stabilizzatori automatici, e può stimolare l’economia (ad esempio con un aumento temporaneo della spesa pubblica o una riduzione temporanea della tassazione) fino a quando la fiducia dei consumatori e delle imprese non sarà aumentata e il settore privato non sarà nuovamente disposto a spendere. Il deficit di bilancio aumenterà, ma, come Keynes comprese molto bene, ciò permetterà di evitare il peggioramento della recessione.

Grandi Economisti John Maynard Keynes

John Maynard Keynes' Portrait

John Maynard Keynes (1883–1946) e la Grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso hanno cambiato il corso del pensiero economico. Fino a quel momento, gli economisti consideravano la disoccupazione come il risultato delle imperfezioni presenti nel mercato del lavoro. Se questo mercato avesse operato in modo ottimale, si pensava, non ci sarebbe stato eccesso di offerta di lavoro. L’elevata e persistente disoccupazione che caratterizzò il decennio precedente alla Seconda guerra mondiale spinse Keynes a guardare diversamente al problema.

Keynes nacque a Cambridge, in Inghilterra, da una famiglia di accademici. Studiò matematica al King’s College di Cambridge e divenne un economista e prominente allievo di un altro celebre professore di quella università, Alfred Marshall. Già prima della Prima Guerra Mondiale, Keynes era considerato un’autorità a livello mondiale nel campo della teoria quantitativa della moneta e del gold standard; a quei tempi, aveva una posizione piuttosto conservatrice sulla politica economica, visto che riconosceva all’intervento pubblico un ruolo assai limitato. Ma su questo le sue idee sarebbero presto cambiate.

Nel 1919, poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, pubblicò il saggio Le conseguenza Economiche della Pace, nel quale si opponeva agli accordi di pace di Versailles, sostenendo che la Germania non avrebbe mai potuto ripagare i danni di guerra che le erano stati imposti dalle potenze vincitrici e che insistere nel pretendere tali risarcimenti avrebbe portato a una nuova crisi globale. Il libro gli fece guadagnare notorietà a livello mondiale.2

Nel 1925 Keynes prese posizione contro il ritorno del Regno Unito al gold standard, il sistema di cambi fissi basato sulle parità con l’oro, sostenendo che la conseguenza di questa scelta sarebbe stata una contrazione dell’economia. Nel 1929 il Regno Unito fu investito dalla crisi globale, cui seguì la Grande depressione. Keynes si battè con passione per mostrare che le politiche monetarie ortodosse richieste dal gold standard avrebbero solo peggiorato la recessione e che il mondo aveva invece bisogno di politiche di sostegno della domanda aggregata. Nel 1931 il Regno Unito fu costretto ad abbandonare definitivamente il sistema aureo.

Nel 1936 pubblicò la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, nella quale spiegava il suo punto di vista sviluppando un modello innovativo del funzionamento dell’economia. Le tesi della Teoria Generale, e in particolare l’idea del moltiplicatore, illustrato in questo capitolo, ebbero un grande impatto in tutto il mondo. Nella Teoria Generale, Keynes sosteneva che in situazioni in cui il tasso di interesse è già molto basso, per alleviare la depressione è necessaria un’espansione fiscale. L’influenza del suo contributo è talmente duratura che la risposta iniziale di molti paesi alla crisi del 2008 è stata l’applicazione di politiche keynesiane.3

Durante la Seconda guerra mondiale Keynes si dedicò al problema della ricostruzione post-bellica, adoperandosi perché non si ripetessero gli errori commessi in seguito alla Prima, dai quali aveva inutilmente messo in guardia i suoi contemporanei. Nel 1944, insieme all’americano Harry Dexter White, guidò la conferenza internazionale di Bretton Woods (così chiamata perché si svolse nell’omonima località del New Hampshire), che portò alla creazione del sistema monetario internazionale, il cui funzionamento sarebbe stato regolato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Il sistema di Bretton Woods fu concepito in modo da evitare che un paese in recessione e con una sofferenza nella bilancia dei pagamenti fosse obbligato a seguire le politiche recessive richieste dall’adesione al gold standard; nel nuovo sistema, un paese in questa situazione avrebbe potuto usare la politica fiscale per perseguire il pieno impiego e al contempo avrebbe potuto svalutare il suo tasso di cambio per incoraggiare le esportazioni, ridurre le importazioni, e raggiungere l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti.

Keynes ebbe una vita ricca di esperienze e interessi: accanto all’impegno accademico e a quello al servizio del suo Paese, affiancò le attività di proprietario di un settimanale politico (The Nation, poi assorbita da New Statesman), di speculatore finanziario, di presidente del CdA di una compagnia di assicurazioni e di membro della Camera dei Lord. Fu anche il fondatore dell’Arts Council of Great Britain e presidente della Covent Garden Opera Company. Si sposò con la ballerina russa Lydia Lopokova e fu un membro di rilievo del Bloomsbury Group, un importante circolo londinese di artisti e letterati, di cui faceva parte anche la scrittrice Virginia Woolf.

Questo è quanto Keynes scrisse nel 1926, in un pamphlet intitolato La fine del laissez-faire:4

“Per parte mia credo che il capitalismo, saggiamente governato, possa probabilmente essere reso più efficiente di qualsiasi altro sistema oggi in vista ai fini del raggiungimento degli obbiettivi economici, ma che in sé stesso sia per molti aspetti estremamente criticabile. Il nostro problema è di far emergere un’organizzazione sociale che sia la più efficiente possibile e che non comprometta l’ideale di un sistema di vita soddisfacente per tutti.”

Il taglio delle imposte e l’aumento della spesa pubblica G durante una recessione rappresentano forme di stimolo fiscale. Il loro scopo è quello di contrastare la caduta della domanda aggregata del settore privato. Un taglio delle imposte incoraggia il settore privato ad aumentare la spesa, mentre un aumento della spesa pubblica G contribuisce direttamente alla domanda aggregata. La figura 14.13 mostra in che modo l’aumento di G possa controbilanciare una diminuzione del consumo privato, come quello causato dal paradosso del risparmio. Al pari di una variazione esogena degli investimenti, una variazione della spesa pubblica opera attraverso il moltiplicatore, per cui l’aumento della produzione sarà generalmente maggiore dell’aumento di G.

L’espansione fiscale può controbilanciare una diminuzione del consumo privato.

Figura 14.13 L’espansione fiscale può controbilanciare una diminuzione del consumo privato.

L’equilibrio del mercato dei beni

L’economia si trova inizialmente nel punto A, il punto di equilibrio del mercato dei beni, dove la domanda è uguale alla produzione.

Figura 14.13a L’economia si trova inizialmente nel punto A, il punto di equilibrio del mercato dei beni, dove la domanda è uguale alla produzione.

L’economia entra in recessione

Questo accade in seguito ad una caduta della fiducia dei consumatori, che causa una diminuzione di . La retta della domanda aggregata trasla verso il basso e l’economia si muove dal punto A al punto B.

Figura 14.13b Questo accade in seguito ad una caduta della fiducia dei consumatori, che causa una diminuzione di . La retta della domanda aggregata trasla verso il basso e l’economia si muove dal punto A al punto B.

Uno stimolo fiscale: l’aumento di G

Supponiamo che lo stato, per contrastare la riduzione della domanda aggregata decida di aumentare la spesa pubblica dal livello G al livello G′. La curva DA trasla verso l’alto e l’economia si muove nel punto C.

Figura 14.13c Supponiamo che lo stato, per contrastare la riduzione della domanda aggregata decida di aumentare la spesa pubblica dal livello G al livello G′. La curva DA trasla verso l’alto e l’economia si muove nel punto C.

In che modo la politica fiscale può amplificare le fluttuazioni

La posizione di Keynes era critica verso gli errori di politica economica che possono amplificare gli effetti del ciclo economico. Non è raro che gli stati scelgano di aumentare la tassazione o di tagliare le spese durante una recessione, perché sono preoccupati degli effetti di tale recessione sul proprio bilancio. Il saldo del bilancio delle Amministrazioni pubbliche è dato dalla differenza fra le entrare pubbliche T (calcolate al netto della spesa per trasferimenti) e la spesa pubblica G per beni e servizi, cioè . Come abbiamo visto, quando l’economia è in recessione i trasferimenti governativi, come ad esempio i sussidi di disoccupazione, aumentano, mentre il gettito fiscale diminuisce; di conseguenza il bilancio peggiora e può anche andare in deficit.

deficit pubblico
Corrisponde alla differenza tra le spese e le entrate dello Stato; si dice che il bilancio dello Stato è in deficit quando le spese superano le entrate. Vedi anche: avanzo pubblico
avanzo pubblico
La differenza tra le entrate e le spese dello Stato. Siamo in avanzo quando le prime superano le seconde. Vedi anche: avanzo primario, deficit pubblico

Quando il bilancio ha un saldo negativo si parla di disavanzo o deficit pubblico — la spesa pubblica per beni e servizi, incluse le spese per investimenti, più la spesa per trasferimenti (come pensioni e sussidi di disoccupazione) sono maggiori del gettito fiscale. Viceversa, si è in avanzo pubblico quando il gettito fiscale è maggiore della spesa pubblica. Riassumendo:

Il peggioramento del bilancio delle Amministrazioni pubbliche durante una recessione è connaturato al suo ruolo di stabilizzatore. Quando il governo decide di ignorare tale effetto e cerca di ridurre il proprio deficit, il possibile risultato è un aggravamento della recessione.

Supponiamo che lo Stato provi, durante una recessione, a consolidare il proprio bilancio riducendo il deficit attraverso un taglio della spesa. Questa scelta, al pari di quella di aumentare la tassazione, viene comunemente indicata come politica di austerità. Seguendo l’analisi della figura 14.14 possiamo vedere come l’effetto, determinando un’ulteriore riduzione della domanda aggregata, sia un peggioramento della recessione. Mentre l’austerità riduce la spesa pubblica G, l’aggravamento della recessione, via riduzione del gettito fiscale e aumento dei trasferimenti, ostacola la riduzione del deficit e paradossalmente potrebbe addirittura peggiorarlo.

Le misure di austerità possono peggiorare una recessione.

Figura 14.14 Le misure di austerità possono peggiorare una recessione.

equilibrio nel mercato dei beni

L’economia si trova inizialmente nel punto A, il punto di equilibrio nel mercato dei beni, nel quale la domanda aggregata è pari alla produzione.

Figura 14.14a L’economia si trova inizialmente nel punto A, il punto di equilibrio nel mercato dei beni, nel quale la domanda aggregata è pari alla produzione.

L’economia entra in recessione

Questo accade a causa di un calo della fiducia dei consumatori, che provoca una riduzione di . La retta della domanda aggregata trasla verso il basso, e l’economia si sposta dal punto A al punto B.

Figura 14.14b Questo accade a causa di un calo della fiducia dei consumatori, che provoca una riduzione di . La retta della domanda aggregata trasla verso il basso, e l’economia si sposta dal punto A al punto B.

Le politiche di austerità

Supponiamo che lo Stato, nel tentativo di contrastare il peggioramento del proprio bilancio, decida di ridurre la sua spesa da G a G′. Questo alimenta la recessione causando un ulteriore aumento dei trasferimenti e la riduzione del gettito fiscale.

Figura 14.14c Supponiamo che lo Stato, nel tentativo di contrastare il peggioramento del proprio bilancio, decida di ridurre la sua spesa da G a G′. Questo alimenta la recessione causando un ulteriore aumento dei trasferimenti e la riduzione del gettito fiscale.

Quanto detto implica che lo Stato non dovrebbe mai imporre una politica di austerità per ridurre il deficit fiscale? In realtà, significa semplicemente che il momento saggio per farlo non è durante una recessione. Alimentare il deficit nel bilancio statale nelle condizioni economiche sbagliate può essere dannoso; in un quadro di politica economica ben funzionante, ci dovrebbero essere dei vincoli all’azione del governo, come vedremo più avanti, nel paragrafo 14.8.

feedback negativo
Si ha quando una variazione iniziale delle condizioni mette in moto forze che tendono a smorzarla. Vedi anche: feedback positivo
feedback positivo
Si ha quando una variazione iniziale delle condizioni mette in moto forze che tendono ad amplificarla. Vedi anche: feedback negativo

La tabella 14.1 riassume quanto appreso finora. La prima riga mostra in che modo il comportamento delle famiglie può migliorare o peggiorare la situazione economica. I termini feedback positivo e feedback negativo sono usati in riferimento ai meccanismi di amplificazione o attenuazione del ciclo economico.

I meccanismi di smorzamento controbilanciano gli shock (sono stabilizzanti) I meccanismi di amplificazione rinforzano gli shock (possono essere destabilizzanti)
Decisioni del settore privato
  • Distribuzione uniforme del consumo nel tempo
  • Le restrizioni nell'accesso al credito limitano la capacità di distribuire i consumi
  • L'aumento del valore di beni dati come garanzie (i prezzi delle abitazioni) può aumentare la ricchezza e far aumentare i consumi
  • Un aumento della capacità produttiva utilizzata in un periodo di boom incoraggia gli investimenti
  • Decisioni del governo e della banca centrale
  • Stabilizzatori automatici (es. sussidi di disoccupazione)
  • Politiche anticicliche (fiscali o monetarie)
  • Limitare l'effetto degli stabilizzatori automatici in recessione
  • Spendere in deficit quando la domanda è insufficiente senza generare surplus nelle fasi di espansione
  • Il ruolo del settore privato e di quello pubblico durante il ciclo economico.

    Tabella 14.1 Il ruolo del settore privato e di quello pubblico durante il ciclo economico.

    Esercizio 14.4 Tagli alla spesa durante una recessione

    Assumiamo che inizialmente il bilancio pubblico si trovi in pareggio.

    1. Il bilancio pubblico migliora, peggiora o rimane invariato se, ceteris paribus, lo Stato decide di tagliare la spesa pubblica durante una fase recessiva?
    2. Date una vostra valutazione di una politica di questo tipo.

    Domanda 14.7 Scegli le risposte corrette

    Quali tra le seguenti affermazioni sono corrette?

    • Mantenere il bilancio in pareggio durante una recessione aiuta a stabilizzare l’economia.
    • Parlando di stabilizzatori automatici ci si riferisce al fatto che gli shock sono in parte controbilanciati dalla tendenza della famiglie a stabilizzare il proprio consumo in caso di variazioni nel reddito.
    • Il moltiplicatore degli stimoli fiscali è maggiore quando l’economia sta operando alla piena capacità.
    • Uno stimolo fiscale può essere messo in atto sia attraverso la spesa pubblica aumentando la domanda in modo diretto, sia tramite una riduzione della pressione fiscale al fine di aumentare la spesa del settore privato.
    • Se lo Stato mantiene il bilancio in pareggio, non sta facendo niente per contrastare la diminuzione della domanda del settore privato.
    • Gli stabilizzatori automatici sono le politiche che mantengono stabili i redditi delle famiglie, come ad esempio le imposte e i sussidi di disoccupazione.
    • Illustrando la logica del moltiplicatore abbiamo ipotizzato che nell’economia ci fosse capacità inutilizzata. Se la capacità inutilizzata fosse ridotta o nulla, il moltiplicatore avrebbe un valore molto basso o addirittura nullo.
    • Un aumento di G aumenta la domanda aggregata in modo diretto mentre una riduzione della tassazione può far aumentare C e/o I, aumentando quindi la domanda del settore privato.

    14.7 Il moltiplicatore e le politiche economiche

    Nel modello del moltiplicatore abbiamo usato una modello molto semplificato per rappresentare i consumi, gli investimenti, il commercio internazionale e la politica fiscale. Ciò ha reso possibile esprimere il moltiplicatore in funzione di poche variabili (la propensione marginale al consumo, la propensione marginale all’importazione e l’aliquota fiscale). È tuttavia importante rendersi conto che, quando si applica il modello al mondo reale, non esiste un singolo moltiplicatore valido per tutte le circostanze.

    spiazzamento
    Questo termine viene usato in due contesti. Nel primo caso, indica l’effetto negativo che gli incentivi economici possono avere sulle motivazioni di carattere etico. Nel secondo caso, il termine si riferisce alla possibilità che un aumento della spesa pubblica riduca la spesa privata, cosa che potrebbe accadere in un’economia che sta utilizzando pienamente la capacità produttiva, o quando a una manovra fiscale espansiva si accompagna a un aumento del tasso di interesse.

    Il moltiplicatore avrà ad esempio un valore diverso se l’economia si trova in una situazione di piena utilizzazione della capacità e bassa disoccupazione rispetto o invece in una situazione di recessione. Se le risorse sono pienamente utilizzate, un aumento della spesa pubblica determinerà uno spiazzamento delle spese private. Per considerare il caso estremo, se tutti i lavoratori fossero già occupati, un aumento dei dipendenti pubblici (per fornire beni erogati dallo stato) sarebbe possibile solo spostando lavoratori dal settore privato. Se all’aumento della produzione del settore pubblico corrispondesse una pari riduzione di quella del settore privato, il moltiplicatore sarebbe uguale a zero.

    Normalmente, nessuno si aspetta che un governo operi un’espansione fiscale in un economia in piena occupazione — fatte salve alcune circostanze eccezionali, come ad esempio una guerra.

    La dimensione del moltiplicatore dipende anche dalle aspettative delle imprese. L’economia non assomiglia alla ruota di una bicicletta, la cui pressione può essere regolata al giusto livello pompando più o meno aria. Le famiglie e le imprese non solo reagiscono a cambiamenti nelle politiche, ma sono anche in grado di anticiparle. Se ad esempio le imprese prevedono che lo Stato interverrà per stabilizzare l’economia in seguito ad uno shock negativo, questo farà aumentare la loro fiducia, rendendo necessario uno stimolo inferiore da parte dello Stato. D’altro canto, se le famiglie pensano che un aumento della spesa pubblica oggi sarà seguito da una maggiore tassazione domani, potrebbero decidere di risparmiare in vista della necessità di far fronte alle maggiori imposte future, compensando almeno in parte l’effetto espansivo della spesa pubblica con una riduzione dei consumi privati. Se questo avviene l’efficacia dello stimolo fiscale risulterà minore.

    Quando la crisi finanziaria del 2008 ha causato, in molte economie, la più grande riduzione del PIL dai tempi della Grande depressione, i governi sono rivolti agli economisti per sapere se una politica fiscale espansiva potesse essere la risposta corretta. Il modello del moltiplicatore, ispirato all’analisi di Keynes degli effetti della Grande depressione, suggeriva di si. Tuttavia, nel 2008 molti economisti dubitavano che il modello keynesiano fosse ancora rilevante. La crisi ha rivitalizzato l’interesse verso questo modello e ha portato a un maggiore (anche se non unanime) consenso fra gli economisti sulla dimensione del moltiplicatore.

    Uno studio pubblicato nel 2012 dagli economisti Alan Auerbach e Yuriy Gorodnichenko ha mostrato in che modo la dimensione del moltiplicatore possa variare a seconda che si sia in una fase di espansione o di recessione dell’economia. Questo era esattamente il suggerimento di cui le autorità di politica economica avrebbero avuto bisogno nel 2008.5

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti, lo studio indica che un aumento della spesa pubblica di 1 $ aumenterebbe la produzione di un valore compreso tra 1,50 e 2 $ durante una recessione, ma solo di 0,50 $ in una fase espansiva. Auerbach e Gorodnichenko hanno esteso la loro ricerca ad altri paesi, ottenendo risultati simili; hanno inoltre considerato gli effetti di un aumento del consumo autonomo di un paese sui paesi coi quali esso intrattiene scambi commerciali, trovando che tali effetti sono di entità paragonabile a quella degli effetti indiretti dei successivi round di spesa nel paese di origine.

    COME GLI ECONOMISTI IMPARANO DAI FATTI Il moltiplicatore e la mafia

    esperimento naturale
    Uno studio empirico che sfrutta l’esistenza di un gruppo controllo determinatosi per effetto di condizioni naturali o storiche. Le differenze nelle legislazioni, nelle politiche, nel clima o in altri fenomeni offrono la possibilità di analizzare gruppi o popolazioni diverse come se fossero parte di un esperimento. La validità di questi studi dipende dal presupposto che la suddivisione dei soggetti nel gruppo di controllo sia casuale.
    causalità inversa
    Relazione di causalità bidirezionale, quando A influenza B e B influenza A.

    Potreste essere sorpresi dal fatto che gli economisti abbiano usato la lotta dello Stato italiano contro la mafia per stimare il valore del moltiplicatore, ma proprio questo hanno fatto gli economisti Antonio Acconcia, Giancarlo Corsetti e Saverio Simonelli.6 Adottando il metodo dell’esperimento naturale per evitare il problema della causalità inversa, hanno usato i dati sullo scioglimento degli enti locali per infiltrazioni mafiose per isolare le variazioni di spesa pubblica che non erano state causate da variazioni nel PIL. A seguito di una legge del 1991, il governo centrale italiano sciolse diversi consigli provinciali a causa della presenza di infiltrazioni mafiose e nominò al loro posto dei commissari. Questi tecnici tagliarono la spesa locale in media del 20%. La modifica del livello di spesa pubblica avvenne a causa dei legami con la mafia che avevano determinato lo scioglimento dei consigli provinciali e la nomina di nuovi commissari. E poiché non c’è nessun nesso causale diretto fra i legami con la mafia e la variazione del PIL, è stato possibile usare tale variazione nella spesa pubblica per stimare il suo effetto sul PIL senza incorrere nel problema di causalità inversa. La situazione è illustrata qui sotto:

    Usando questa metodologia, i ricercatori hanno trovato valori del moltiplicatore a livello locale pari a circa 1,5.

    Altri economisti hanno metodi altrettanto ingegnosi per stimare la dimensione del moltiplicatore. Volendo studiare gli effetti del pacchetto di misure di stimolo per l’economia messo in atto negli Stati Uniti subito dopo l’inizio della crisi (l’American Recovery and Reinvestment Act del 2009 prevedeva uno stimolo fiscale dal valore di 787 miliardi di dollari), dovremmo tenere conto del fatto che gli Stati più colpiti dalla crisi finanziaria hanno sperimentato una più alta disoccupazione, e quindi hanno attratto una quota maggiore della spesa federale. Il fatto che la disoccupazione possa aver determinato un maggior livello di spesa rende difficile stimare l’effetto della spesa su produzione e occupazione, che è quanto vorremo fare per calcolare la dimensione del moltiplicatore.

    Per evitare questo problema di causalità inversa è possibile sfruttare il fatto che una parte delle risorse era distribuito fra gli Stati attraverso un algoritmo che si basava su variabili che non dipendevano dalla gravità della recessione in quell’area. Per fare un esempio: la distribuzione degli interventi di manutenzione stradale straordinaria finanziati in questo pacchetto era basata sulla lunghezza delle autostrade in ciascuno Stato. Data la formula con cui venivano allocate queste risorse, e dato che un miglio in più di autostrada non ha alcun effetto diretto sulla variazione della disoccupazione, è possibile stabilire in che misura un aumento più o meno marcato dell’occupazione in alcuni Stati è collegata ad un maggiore o minore aumento della spesa.7

    Gli studi che hanno utilizzato questo approccio hanno stimato un moltiplicatore pari a 2, arrivando alla conclusione che l’American Recovery and Reinvestment Act ha creato fra 1 e 3 milioni di nuovi posti di lavoro.

    Benché prima della crisi del 2008 alcuni economisti fossero scettici sulla possibilità che il moltiplicatore fosse maggiore di uno, i governi di molti paesi hanno adottato programmi fiscali di stimolo nel biennio 2008–2009. Questi stimoli fiscali sono considerati uno dei principali motivi grazie ai quali in questi paesi è stata evitata una nuova Grande depressione.8

    Il dibattito sui moltiplicatori della politica fiscale continua. Qui sono riportare altri contributi facilmente disponibili in rete:

    QUANDO GLI ECONOMISTI SONO IN DISACCORDO L’impatto della spesa pubblica sul PIL

    Dopo la crisi del 2008, poche questioni di politica economica sono state tanto accese quanto quella sulla dimensione dei moltiplicatori. Qual è l’effetto sul PIL di un aumento dell’1% della spesa pubblica?

    La vivacità del dibattito è in parte una conseguenza delle differenze politiche fra le persone coinvolte. Quelli a favore di una maggiore spesa pubblica tendono a pensare che il moltiplicatore sia elevato, mentre chi vorrebbe limitare l’intervento pubblico nell’economia è più incline a ritenere che il moltiplicatore sia piccolo (è difficile dire se questo dipenda dal fatto che le convinzioni di ciascuno tendono a influenzare le stime ottenute o viceversa).

    Questo dibattito è in corso fin dalla prima formulazione teorica del moltiplicatore da parte di Keynes negli anni 30. La recente crisi economica lo ha rivitalizzato per due ragioni:

    1. spesso la politica monetaria non era utilizzabile: in seguito alla crisi finanziaria diverse fra le economie avanzate sono rimaste in recessione nonostante le banche centrali avessero tagliato i tassi di interessi fino a valori prossimi allo zero; visto che, come vedremo nel prossimo capitolo, i tassi di interesse non possono assumere valori negativi, le autorità di politica economica volevano sapere se uno stimolo fiscale avrebbe favorito la ripresa economica;
    2. il dibattito sull’efficacia delle politiche di austerità: dopo la crisi dell’Eurozona del 2010, molti paesi europei che erano in recessione hanno adottato misure di austerità per ridurre la spesa pubblica, con l’obiettivo di riportare i propri bilanci in pareggio.
    stimolo fiscale
    L’uso della politica fiscale da parte del governo (combinando la riduzione delle imposte a un aumento della spesa) allo scopo di far crescere la domanda aggregata. Vedi anche: moltiplicatore fiscale, politica fiscale, domanda aggregata

    Che siano di stimolo o di austerità, l’efficacia delle politiche adottate dipende dalla dimensione del moltiplicatore. Se il moltiplicatore è negativo — situazione che potrebbe avvenire nel caso in cui un aumento del deficit pubblico portasse a un’ulteriore calo della fiducia — un pacchetto di misure di stimolo porta a una riduzione del PIL, mentre politiche di austerità lo fanno aumentare. Se invece il moltiplicatore è positivo ma minore di uno, uno stimolo fiscale farebbe sì aumentare il PIL, ma in misura minore rispetto all’aumento di spesa pubblica. Se, come nel nostro modello, il moltiplicatore è maggiore di uno, uno stimolo fiscale farebbe aumentare il PIL in misura superiore all’aumento della spesa pubblica, mentre una politica di austerità rafforzerebbe la recessione.

    In base al tipo di metodologie e alle assunzioni fatte, gli economisti hanno fornito diverse stime del moltiplicatore, che vanno da valori negativi fino a valori maggiori di due. Durante la stesura dell’American Recovery and Reinvestment Act del 2009, i membri del Council of Economic Advisors del Presidente Obama stimarono un moltiplicatore pari a 1,6, mentre il Fondo Monetario Internazionale nel 2012 ha stimato che i moltiplicatori delle economie avanzate, successivamente alla crisi, avessero valori compresi fra 0,9 e 1,7.9

    Per essere efficace, la spesa pubblica deve spingere ad impiegare risorse chealtrimenti sarebbero rimaste inattive. Queste risorse possono essere lavoratori disoccupati (o sottoccupati) ma anche uffici, negozi o fabbriche che a causa della crisi lavorano a capacità ridotta. Quando un’economia funziona alla sua piena capacità (senza quindi risorse inutilizzate), una maggiore spesa pubblica finisce invece per spiazzare la spesa privata.

    Il disaccordo sulla dimensione del moltiplicatore coinvolse, nelle settimane successive all’approvazione dell’American Recovery and Reinvestment Act all’inizio del 2009, gli economisti Robert Barro e Paul Krugman. Usando dati sulla spesa bellica durante la Seconda guerra mondiale, Barro affermò che il moltiplicatore fosse pari al massimo a 0,8; per ogni dollaro di spesa in attrezzature militari, la produzione era aumentata di soli 80 centesimi.10 Krugman rispose che durante una guerra non ci sono risorse inutilizzate da sfruttare, essendo tutte le persone in età lavorativa impegnate al fronte o nelle fabbriche per sostenere lo sforzo bellico, ed essendo state messe in atto politiche di razionamento del consumo privato.11

    Durante la recessione che è seguita alla crisi dell’Eurozona nel 2010, mentre la ricerca economica stava ottenendo stime del moltiplicatore maggiori di uno, diversi governi europei (compreso quello italiano) hanno portato avanti misure fiscali di austerità per ottenere il pareggio di bilancio o per ridurre il deficit. Come risultato questi stessi paesi hanno avuto in quegli anni performance di crescita molto deludenti — un ulteriore indizio che, durante una recessione, il moltiplicatore è maggiore di uno. Occorre tuttavia ricordare che alcuni paesi dell’Eurozona, e l’Italia era uno di questi, non avevano in realtà molta scelta, avendo perso la possibilità di indebitarsi.

    Esercizio 14.5 Come stimare il moltiplicatore

    Considerate i tre metodi per stimare il moltiplicatore visti che abbiamo menzionato: la spesa per le autostrade negli Stati Uniti durante la grande recessione, gli scioglimenti per infiltrazioni mafiose in Italia, e la spesa bellica degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale. Per quale motivo secondo voi le stime ottenute sono così eterogenee? Motivate la risposta utilizzando quanto appreso in questo capitolo.

    Esercizio 14.6 Contributi alla variazione del prodotto interno lordo durante il ciclo economico

    Nella tabella 13.2 è riportato il contributi delle componenti principali della spesa (C, I, G, e ) alla crescita del PIL negli Stati Uniti durante la recessione del 2009. Possiamo usare la banca dati FRED per vedere in che modo questi contributi sono cambiati durante la fase di ripresa dalla recessione.

    • Andate sul sito della banca dati FRED.
    • Cercate Contribution to GDP nella barra di ricerca, e selezionate queste quattro serie annuali:

      Contribution to percent change in real gross domestic product: Personal consumption expenditures — Contribution to percent change in real gross domestic product: Gross private domestic investment — Contribution to percent change in real gross domestic product: Government consumption expenditure and gross investment — Contributions to percent change in real gross domestic product: Net exports of goods and services

    • Cliccate sul tasto Add to Graph per creare un grafico delle quattro serie.
    • Usate l’opzione Add Data Series per aggiungere una serie della crescita del PIL reale.

    Usate i dati scaricati per eseguire il seguente esercizio per il periodo dal 2007 al 2014:

    1. Verificate se la somma dei diversi contributi alla crescita è effettivamente pari (almeno in via approssimata) all’intera crescita del PIL?
    2. Descrivete i contributi alla crescita del PIL statunitense durante la fase di recessione (2008Q1-2009Q2) e in quella di ripresa dal 2009Q3 del ciclo economico. Se analizzate i dati usando il grafico FRED, vedrete la recessione ombreggiata nel grafico.
    3. Cosa potrebbe spiegare le differenze osservate nel ruolo del consumo e degli investimenti durante le fasi di recessione e ripresa del ciclo economico?
    4. Osservando il contributo alla crescita del PIL della spesa pubblica per consumi ed investimenti, cosa si può dedurre riguardo alla politica fiscale degli Stati Uniti durante la crisi?

    Nota: Per essere sicuri di capire in che modo vengono creati questi grafici FRED potreste scaricare i dati in formato Microsoft Excel e riprodurre la serie.

    Esercizio 14.7 La caduta della Francia

    In un articolo dell’Agosto 2014, “The Fall of France”, Paul Krugman criticava le politiche di austerità attuate in Francia.

    Usate quanto imparato riguardo al moltiplicatore fiscale per spiegare perché, secondo Krugman, l’austerità fiscale in Francia (e più in generale in Europa) fosse destinata al fallimento (provate a spiegare in particolare cosa intendesse Krugman col termine “fallire”).

    Esercizio 14.7 Stimoli fiscali che non aumentano il debito pubblico

    Assumiamo che l’economia sia in recessione e che lo Stato sia gravato da un alto livello di debito e dunque vuol riuscire a mantenere il bilancio in pareggio (). In che modo è possibile ottenere un effetto simile allo stimolo fiscale sul PIL mantenendo il bilancio in pareggio?

    Per rispondere alla domanda seguite i seguenti passaggi.

    1. Provate a rispondere con l’aiuto del grafico del moltiplicatore, avendo cura di indicare correttamente i punti di intersezione e gli angoli rilevanti. Costruite il grafico in maniera sufficientemente accurata da visualizzare l’esatta dimensione del moltiplicatore.
    2. Spiegate la conclusione raggiunta a parole: in che modo lo Stato può realizzare uno stimolo fiscale mantenendo il bilancio in pareggio?
    3. Derivate algebricamente il moltiplicatore in condizioni di bilancio in pareggio (Suggerimento: sarà necessario scrivere l’espressione della variazione del PIL associata ad una variazione sia di G che di T, imponendo che siano uguali)
    4. Riuscite ad individuare controindicazioni a questa politica?

    Per rispondere alla domanda fate le seguenti assunzioni:

    • diversamente da quanto facciamo di solito, assumete che la tassazione sia in somma fissa, ovvero indipendente dal reddito (cioè invece che ;
    • assumete che non vi siano scambi con l’estero.

    Potete aiutarvi nella risposta leggendo l’articolo di Robert Schiller “Stimulus, Without More Debt” (New York Times, 25 dic. 2010).

    Domanda 14.8 Scegli le risposte corrette

    Quali delle seguenti affermazioni sul moltiplicatore sono corrette?

    • Gli economisti tendono a concordare sulla stima del moltiplicatore.
    • La possibilità che vi sia causalità inversa rende particolarmente complessa la stima del moltiplicatore.
    • Se le famiglie anticipano che l’incremento della spesa pubblica sarà finanziata aumentando la tassazione in futuro il moltiplicatore sarà più elevato.
    • Se le imprese anticipano che la politica fiscale sarà efficace, il moltiplicatore sarà più elevato.
    • Le stime del moltiplicatore sono molto eterogenee.
    • Se gli stimoli fiscali sono di maggiore entità quando la disoccupazione è più elevata, allora la causalità inversa può essere un problema nella stima del moltiplicatore.
    • In questo caso le famiglie potrebbero aumentare il risparmio oggi per poter pagare domani le maggiori imposte attese; questo riduce la propensione marginale al consumo e quindi il moltiplicatore.
    • Le imprese aumentano gli investimenti se ritengono che l’economia si riprenderà velocemente, e questo fa aumentare la domanda.

    14.8 La politica di bilancio

    debito pubblico
    Corrisponde alla somma di tutti i titoli di Stato emessi nel corso degli anni per finanziare il deficit, al netto di quelli che sono già stati rimborsati.

    Dal paradosso del risparmio abbiamo appreso che in recessione per uno Stato è controproducente indebolire gli stabilizzatori automatici dell’economia. Abbiamo anche visto che l’uso di uno stimolo fiscale per sostenere la domanda aggregata può essere giustificato durante una recessione, a condizione che il moltiplicatore sia maggiore di uno. Perché quindi le politiche di stimolo all’economia sono spesso seguite da misure di austerità? La ragione è il debito pubblico. Per capire meglio il punto analizziamo nel dettaglio le entrare e le uscite dello Stato.

    Entrate

    Gli Stati raccolgono le imposte sul reddito, sui consumi (in Europa principalmente attraverso l’IVA o le imposte su particolari beni quali gli alcolici, il tabacco o gli oli combustibili), sulla ricchezza (incluse le imposte di successione), ecc.

    Spese

    La spesa pubblica include la spesa per consumi pubblici come l’assistenza sanitaria, l’istruzione, la difesa e per gli investimenti in opere pubbliche come strade e scuole.

    Le entrate dello Stato vengono anche usate per finanziare i trasferimenti dei sistemi previdenziali, che includono i sussidi di disoccupazione, le pensioni e i sussidi per invalidità. Lo Stato deve inoltre pagare gli interessi sul proprio debito. Sia i trasferimenti che gli interessi vengono pagati attraverso le entrare statali, ma non fanno parte di G (ovvero non sono parte del PIL) in quanto lo Stato non sta acquistando beni o servizi.

    Avanzo e disavanzo primario

    disavanzo primario
    Corrisponde alla differenza tra spesa pubblica e entrate pubbliche, quando la prima è calcolata al netto della spesa per interessi sul debito pubblico. Vedi anche: debito pubblico, deficit pubblico
    avanzo primario
    La differenza tra le entrate e le spese dello Stato, quando queste ultime sono calcolate al netto della spesa per interessi sul debito pubblico. Vedi anche: avanzo pubblico, deficit pubblico, disavanzo primario

    Il deficit dello Stato al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico prende il nome di disavanzo primario; specularmente, parliamo di avanzo primario quando le entrate sono maggiori della spesa al netto degli interessi (è questo ad esempio il caso dell’Italia). Se la situazione iniziale è un saldo primario pari a zero, uno fase depressiva di un ciclo economico determinerà automaticamente un disavanzo primario. Quando il ciclo entra nella fase espansiva il disavanzo primario diminuirà progressivamente, e durante la fase di boom, le entrate statali saranno maggiori delle spese.

    Quando c’è un disavanzo di bilancio, lo Stato è costretto a prendere in prestito le risorse necessarie per coprirlo. Gli Stati prendono denaro emettendo titoli di Stato che vengono acquistati da famiglie ed imprese. Le famiglie solitamente li acquistano in modo indiretto, ad esempio attraverso i fondi pensione. L’emissione di titoli di Stato si somma al debito pubblico.

    Grazie all’esistenza di un mercato finanziario globale, i titoli di Stato di un dato paese possono essere comprati anche da cittadini o imprese straniere. I titoli di Stato sono invitanti per gli investitori in quanto pagano un tasso d’interesse fisso e sono generalmente considerati un investimento sicuro: il rischio di insolvenza sui titoli di stato è generalmente basso. Gli investitori cercando di diversificare il loro portafoglio fra titoli più o meno rischiosi e i titoli di Stato normalmente sono i titoli più sicuri fra quelli disponibili sul mercato.

    crisi del debito sovrano
    Situazione in cui i titoli di Stato sono considerati così rischiosi che uno Stato non riesce più a prendere a prestito denaro.

    Quando i titoli di stato iniziano ad essere percepiti come rischiosi si può verificare una crisi del debito sovrano. Questo tipo di crisi non è rara fra i paesi in via di sviluppo e quelli emergenti. Tuttavia nel 2010 si è verificato un aumento dei tassi di interesse sui titoli di stato emessi da Stati ad economia avanzata come l’Italia, l’Irlanda, la Grecia, la Spagna e il Portogallo, chiaro segnale di un serio aumento del rischio di insolvenza. Fu l’inizio della crisi dell’Eurozona. I governi dei paesi colpiti da una crisi del proprio debito sovrano spesso non hanno alternative alle politiche di rigore fiscale perché, nel momento in cui non sono più in grado di rifinanziare il proprio debito, non possono spendere più di quanto le proprie entrare fiscali permettano.

    Uno stock di debito pubblico molto grande rispetto al PIL può essere un problema perché, come una famiglia, lo Stato deve pagare interessi sul proprio debito e per farlo potrebbe essere costretto ad aumentare le imposte. Ma gli Stati, a differenza delle famiglie, non sono costretti a restituire interamente il proprio debito: quando un’emissione di titoli arriva a scadenza, lo Stato tipicamente ne emetterà di nuovi, mantenendo lo stock di debito; a questa strategia di differimento, che prende il nome di rollover, fanno spesso ricorso anche le imprese. Dato che i titoli di Stato vengono generalmente considerati sicuri, c’è sempre domanda di debito pubblico da parte degli investitori privati.

    Debito pubblico del Regno Unito in rapporto al PIL (1700–2014).

    Figura 14.15 Debito pubblico del Regno Unito in rapporto al PIL (1700–2014).

    Come mostrano chiaramente i dati sul debito pubblico del Regno Unito dal 1700 al 2014, presentati nella figura 14.15, non esiste una regola generale su quale sia, per uno Stato, il livello sicuro del rapporto debito pubblico PIL. La dimensione del debito di uno Stato è misurata in relazione alla dimensione dell’economia, cioè come percentuale rispetto al PIL. I due picchi nel debito pubblico britannico del XX secolo furono causati dalla necessità di prendere in prestito quanto necessario a sostenere lo sforzo bellico. Anche le crisi finanziarie fanno aumentare il debito pubblico. Gli Stati prendono in prestito denaro per salvare istituti di credito in fallimento e per sostenere l’economia per la durata delle recessioni che seguono le crisi finanziarie: il rapporto debito/PIL della Gran Bretagna è cresciuto rapidamente dopo la crisi finanziaria del 2008, superando l’80%.

    È importante anche notare che, nonostante il Regno Unito sia uscito dalla Seconda guerra mondiale pesantemente indebitato, il debito è rapidamente diminuito nei decenni successivi: dal 260% del PIL al 50% del 1980. Come è stato possibile? In primo luogo, il governo inglese è stato in grado di mantenere un avanzo primario ogni anno dal 1948 al 1973 con l’eccezione di un solo anno, circostanza che indubbiamente ha aiutato a ridurre il rapporto debito-PIL. Tuttavia, è bene notare che il rapporto debito-PIL può ridursi anche in presenza di un disavanzo primario, a condizione che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso di interesse. Durante i decenni di rapida riduzione del rapporto debito-PIL, in aggiunta agli avanzi primari, l’economia britannica fu caratterizzata da una combinazione felice di crescita, bassi tassi di interesse nominale e inflazione.

    L’inflazione aiuta un paese a ridurre il proprio rapporto debito/PIL. Il motivo è che i titoli di Stato (e quindi lo stock di debito pubblico) vengono ripagati in base al loro valore nominale. Prendiamo il caso di un’emissione di titoli a 10 anni che, nel 1950, promette il rimborso di un milione di sterline nel 1960. Se durante il decennio c’è stata inflazione, questa ha determinato una crescita del PIL nominale, mentre il valore di un milione di sterline di debito non è cambiato; di conseguenza, il valore del debito in rapporto al PIL è diminuito. Come vedremo meglio nel Capitolo 15, l’inflazione riduce il valore reale di un debito. In molte economie avanzate ci sono stati lunghi periodi in cui il tasso di crescita è stato maggiore del tasso di interesse.12

    I paesi con una popolazione in fase di invecchiamento hanno tendenze demografiche che spingono verso un aumento del rapporto debito-PIL poiché la percentuale delle entrate dello Stato che viene spesa in pensioni, sanità e assistenza per gli anziani è destinata ad aumentare. Molti governi e molti elettori si trovano di fronte ad una scelta difficile, tra aumentare le entrate fiscali e ridurre i servizi.

    Possiamo riassumere le conclusioni principali della nostra discussione su politica fiscale e debito pubblico come segue:

    Per dare un’idea degli effetti degli interventi di politica economica, l’Economist ha sviluppato un modello interattivo che permette di mettersi nei panni di un ipotetico decisore politico e sperimentare diverse combinazioni di saldo primario, tasso di crescita, tasso d’interesse nominale e tasso d’inflazione al fine di evitare una crescita indefinita del rapporto debito/PIL in un paese a scelta.

    Esercizio 14.8 Efficienza ed equità

    In che modo si possono usare i criteri di efficienza paretiana e di equità per valutare il ricorso a politiche di stimolo fiscale in seguito alla crisi finanziaria globale del 2007–2008? Suggerimento: rivedete i paragrafi 5.2 e 5.3 del Capitolo 5, dove abbiamo introdotto questi criteri di valutazione.

    14.9 La politica fiscale in un’economia aperta

    Nel Capitolo 13 abbiamo visto che le economie agrarie erano spesso soggette shock dovuti alle guerre, alle malattie e alle condizioni climatiche. Nel Capitolo 11 abbiamo visto come la guerra di secessione americana influì sulle economie di paesi come Brasile, India e Regno Unito. Nelle economie moderne ciò che succede nel resto del mondo non solo è una fonte di shock, ma influisce anche sull’efficacia delle politiche economiche realizzate da ciascun paese. Per evitare di compiere scelte sbagliate, le autorità politiche devono essere a conoscenza di queste interazioni.

    L’importanza dei mercati esteri

    Le fluttuazioni economiche nei mercati esteri possono determinare, tramite l’effetto sulle importazioni nette , effetti positivi o negativi sulla domanda aggregata di un paese. La Cina, ad esempio, è un importante mercato per le esportazioni australiane (il 32% delle esportazioni australiane del 2013 era destinato alla Cina, per un valore pari al 6,5% della domanda aggregata australiana). Quando l’economia cinese rallentò sensibilmente, passando da una crescita del 10,6% del 2010 al 7,8% del 2013, l’effetto sulle esportazioni nette dell’Australia fu tale da determinare un rallentamento anche nella crescita di questo paese.

    Analogamente, il rallentamento dell’Eurozona a causa della crisi del 2010, seguita alla crisi finanziaria globale del 2008, è stata uno delle principali cause della lentezza con la quale l’economia britannica è uscita dalla recessione. Questo in quanto una larga porzione delle esportazioni del Regno Unito è diretta verso l’Unione Europea. Nel 2013, il 44% delle esportazioni britanniche è andato verso l’Unione Europea, per un valore pari al 13% della domanda aggregata del Regno Unito.

    Le importazioni smorzano le fluttuazioni interne

    Come abbiamo visto, il valore del moltiplicatore si riduce con l’aumento della propensione marginale all’importazione. Quando la domanda autonoma aumenta, viene stimolata la spesa, ma una parte di questa nuova spesa si rivolge verso beni prodotti all’estero (importazioni). Ciò riduce l’effetto espansivo sulla domanda interna.

    L’apertura agli scambi con l’estero limita l’efficacia degli stimoli fiscali

    L’apertura al commercio internazionale riduce inoltre la capacità dei governi di usare politiche espansive durante una recessione. Un chiaro esempio viene dalla situazione della Francia negli anni Ottanta: nei primi anni Ottanta l’economia francese era ancora provata dagli shock petroliferi che avevano colpito l’economia mondiale negli anni precedenti. Nel 1981 il candidato socialista François Mitterrand vinse le elezioni presidenziali e il primo ministro da lui nominato, Pierre Mauroy, portò avanti un programma di stimolo alla domanda aggregata, attraverso un aumento della spesa pubblica e una riduzione della pressione fiscale (nel modello del moltiplicatore ciò corrisponde ad un aumento di G e ad una diminuzione di t, l’aliquota fiscale).

    La figura 14.16 mostra cosa accadde alla Francia e al suo principale partner commerciale, la Germania. Le barra blu mostrano la produzione francese e quelle rossa la produzione tedesca. La figura mostra i dati di tre anni: nel primo anno non era presente alcuno stimolo, mentre il secondo anno fu caratterizzato dalla politica espansiva, i cui effetti si protrassero anche l’anno successivo.

    Successi e fallimenti della politica fiscale espansiva francese (1980–1983).

    Figura 14.16 Successi e fallimenti della politica fiscale espansiva francese (1980–1983).

    Osservando la figura 14.16 possiamo vedere come il saldo del bilancio pubblico in Francia (misurato dal rapporto , cioè come percentuale del PIL) divenne negativo. Possiamo desumerlo dal fatto che si passò da un bilancio in pareggio nel 1980, ad un disavanzo di quasi il 3% del PIL nel 1982, soglia superata nel 1983.

    Allo stesso tempo in Germania il bilancio nei tre anni rimase sostanzialmente in pareggio. Gli avanzi di bilancio furono pari rispettivamente a 0%, 0% e 0,2%. La politica espansiva francese fu un eccezione in Europa; produsse un’iniziale aumento della crescita francese nel 1982 (dal 1,6% al 2,4%) che però fu rapidamente riassorbita, con una riduzione del tasso di crescita l’1,2% nel 1983. Cosa andò storto?

    L’espansione economica portò le famiglie francesi ad aumentare i nostri consumi, ma per la maggior parte essi furono diretti all’acquisto di beni esteri. Lo stimolo del governo francese fu quindi trasmesso ai paesi che producevano prodotti più competiti, come il Giappone (per l’elettronica) e la Germania (per le auto). Ci fu in Francia un forte aumento delle importazioni: misurate rispetto al livello del 1979, le importazioni aumentarono del 17,9%, come mostrato nella figura 14.16. Le esportazioni della Germania aumentarono del 17,1% nel 1982 e di quasi il 14% nel 1983. Di conseguenza nel 1983 la crescita del PIL fu maggiore in Germania che in Francia. Della politica fiscale espansiva della Francia finirono insomma per beneficiare soprattutto i suoi partner commerciali, che producevano beni più competitivi. La Francia arretrò nel gruppo dei paesi europei, andando incontro ad una minore crescita e ad un elevato disavanzo (sopra il 3% nel 1983).

    Il fallimento della politica di Mitterrand si tradusse in termini economici in una forte pressione sul Franco francese (la moneta in corso in quel periodo). Nel periodo compreso fra il 1981 e il 1983, il governo francese fu costretto a svalutare il franco tre volte nel tentativo di rendere i suoi prodotti francesi più competitivi di quelli prodotti all’estero. Mauroy si dimise nel 1984 e il nuovo primo ministro introdusse delle politiche di austerità.

    Uno stimolo fiscale potrebbe non essere l’unica (o la migliore) politica disponibile durante una recessione: Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, ha illustrato un caso di successo di una politica di consolidamento fiscale: nel 2008 in Lettonia, nonostante lui la avesse inizialmente sconsigliata.13

    L’esperimento di Mitterrand evidenzia i limiti dell’utilizzo degli stimoli fiscali per cercare di stabilizzare una recessione. Nel caso della Francia, la politica fu concepita in modo sbagliato e finì per ritardare l’aggiustamento dell’economia francese agli shock che l’avevano colpita alla fine degli anni Settanta. È opportuno tenere presente che il problema, in Francia, non era solo l’alta disoccupazione. L’aumento della domanda aggregata aveva si stimolato maggiori spese, ma non tutto l’aumento di spesa si rivolse verso beni prodotti in Francia.

    Il moltiplicatore era molto piccolo e l’effetto spillover fu tale che la maggiore parte dello stimolo si trasferì agli altri paesi. Se le maggiori economie europee avessero adottato simultaneamente delle politiche fiscali espansive il risultato sarebbe stato ben diverso, dato che l’effetto spillover della Germania, ad esempio, avrebbe stimolato l’economia francese. Questo è un esempio di una scelta sbagliata di politica economica, dovuta alla mancata comprensione dei legami del paese con il resto del mondo; nella tabella 14.1 ci troveremmo in basso a destra.

    Esercizio 14.9 Coordinare uno stimolo

    gioco di coordinamento
    Gioco caratterizzato dalla presenza di (almeno) due possibili equilibri di Nash, di cui spesso uno è superiore all’altro in senso paretiano.

    Facciamo l’ipotesi che il mondo sia formato semplicemente da due paesi, o due blocchi di paesi, chiamati Nord e Sud. Assumiamo inoltre che il mondo si trovi in una situazione di recessione. Questa situazione può essere descritta attraverso un gioco di coordinamento come quello usato nel Capitolo 13 per descrivere gli investimenti. In questo caso le due strategie sono stimolare e non stimolare.

    Spiegate a parole in che modo il gioco di coordinamento possa descrivere i problemi che le autorità politiche nei due paesi si trovano ad affrontare a causa delle interdipendenze fra le due economie.

    Domanda 14.9 Scegli le risposte corrette

    Il grafico della figura 14.16 mostra gli effetti sulle economie di Francia e Germania dell’aumento della spesa pubblica e della riduzione delle imposte realizzati in Francia nel 1982. Sulla base di queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

    • Il saldo di bilancio della Francia è peggiorato di più del 3% come risultato della politica fiscale espansiva.
    • L’espansione fiscale si è rivelata un successo, che ha portato nel lungo periodo a un tasso di crescita del PIL superiore al 2%.
    • L’economia della Germania ha beneficiato di un effetto spillover dovuto alle maggior importazioni francesi di beni tedeschi.
    • Le economie europee non dovrebbero mai attuare politiche fiscali espansive a causa degli elevati livelli di integrazione commerciale.
    • Nel 1983 G-T, pari a zero nel 1980, raggiunse un valore inferiore a -3%.
    • Il tasso di crescita del PIL é aumentato al di sopra del 2% solo nel primo anno dell’espansione fisale (1982). Nel 1983 era già ridisceso ad un valore vicino all’1%.
    • Le esportazioni della Germania furono molto maggiori nel biennio 1982–1983 rispetto al biennio 1979–1980.
    • Politiche fiscali espansive potrebbero essere efficaci se fossero adottate da tutti i paesi europei contemporaneamente.

    14.10 Domanda aggregata e disoccupazione

    lato offerta
    In un mercato, gli individui che offrono un bene o servizio in cambio di denaro (per esempio, chi vende pane).
    lato domanda
    In un mercato, gli individui che offrono denaro in cambio di beni o servizi (per esempio, chi acquista pane).
    moltiplicatore
    Meccanismo attraverso il quale una variazione della spesa autonoma determina, attraverso effetti diretti e indiretti, un aumento del livello di produzione aggregata. Con il termine moltiplicatore si indica anche il rapporto tra la dimensione della variazione finale della produzione aggregata e quella dell’aumento iniziale della spesa autonoma. Vedi anche: moltiplicatore fiscale

    Abbiamo a questo punto due modelli per analizzare il livello di produzione e di occupazione e il tasso di disoccupazione in un economia.

    Mettendo insieme questi due approcci siamo in grado di spiegare in che modo l’economia, durante il ciclo economico, fluttui intorno all’equilibrio di lungo periodo del mercato del lavoro.

    Il modello del mercato del lavoro del Capitolo 9 è mostrato nella figura 14.17; il punto di equilibrio è individuato dal punto A. Vedremo che, durante il ciclo economico, l’economia tende a fluttuare intorno a tale punto e al corrispondente livello del tasso di disoccupazione, che nell’esempio è pari al 5%.

    Il lato dell’offerta aggregato dell’economia: il mercato del lavoro.

    Figura 14.17 Il lato dell’offerta aggregato dell’economia: il mercato del lavoro.

    funzione di produzione
    Funzione che esprime la relazione tra quantità di fattori produttivi (input) utilizzati e quantità di prodotto ottenuto (output). La funzione descrive le diverse tecniche disponibili per produrre un certo bene.

    La figura 14.18 colloca il grafico del moltiplicatore al di sotto di quello del mercato del lavoro, che sull’asse orizzontale riporta il numero di lavoratori, consentendo di misurare sia l’occupazione sia la disoccupazione. Nel grafico del moltiplicatore, invece, sull’asse orizzontale troviamo la produzione. La funzione di produzione mette in relazione l’occupazione e la produzione; in questo modello, la funzione di produzione è molto semplice: assumiamo che la produttività del lavoro sia costante è pari a , cosicché la funzione di produzione è espressa dalla funzione

    Per poter sovrapporre i grafici del modello dell’offerta e di quello della domanda, assumiamo che , e quindi .

    Lato dell’offerta e la della domanda dell’economia.

    Figura 14.18 Lato dell’offerta e la della domanda dell’economia.

    disoccupazione ciclica
    L’aumento della disoccupazione al di sopra del livello di equilibrio, dovuto a un calo della domanda aggregata associato all’andamento del ciclo economico.

    Le fluttuazioni di breve periodo dell’occupazione sono causate da variazioni nella domanda aggregata. Come abbiamo visto nel Capitolo 9, quando l’occupazione è al di sotto del valore di equilibrio a causa di una domanda aggregata insufficiente, la disoccupazione addizionale prende il nome di disoccupazione ciclica. Se c’è un eccesso di domanda, ci troviamo al di sopra del livello di equilibrio del mercato del lavoro e parliamo di occupazione ciclica.

    Nella figura 14.19 l’economia si trova inizialmente nel punto A di equilibrio del mercato del lavoro, con un livello di disoccupazione pari al 5%. Il livello di produzione in questo punto è detto livello di produzione normale. Ciò significa che il livello della domanda aggregata deve essere quello individuato dalla curva di domanda indicata nella figura come “normale”. Qualsiasi altro livello della domanda aggregata produrrebbe un diverso livello di occupazione.

    Fluttuazioni cicliche attorno alla disoccupazione di equilibrio.

    Figura 14.19 Fluttuazioni cicliche attorno alla disoccupazione di equilibrio.

    Equilibrio del mercato del lavoro

    Inizialmente l’economia si trova nel punto A, nel quale il mercato del lavoro è in equilibrio con una disoccupazione del 5%. Il livello della domanda aggregata deve essere quello mostrato dalla curva di domanda indicata come “normale”.

    Figura 14.19a Inizialmente l’economia si trova nel punto A, nel quale il mercato del lavoro è in equilibrio con una disoccupazione del 5%. Il livello della domanda aggregata deve essere quello mostrato dalla curva di domanda indicata come “normale”.

    Un boom

    Consideriamo il caso di un aumento degli investimenti che muova la curva della domanda aggregata fino a DA (alta). Produzione e occupazione crescono e l’economia si sposta in B: durante la fase di espansione la disoccupazione scende al di sotto del 5%. L’occupazione addizionale è detta occupazione ciclica.

    Figura 14.19b Consideriamo il caso di un aumento degli investimenti che muova la curva della domanda aggregata fino a DA (alta). Produzione e occupazione crescono e l’economia si sposta in B: durante la fase di espansione la disoccupazione scende al di sotto del 5%. L’occupazione addizionale è detta occupazione ciclica.

    Una recessione

    Se la curva della domanda aggregata si sposta verso il basso, per effetto del moltiplicatore produzione e occupazione scendono al livello C. La disoccupazione supera la soglia del 5%. La disoccupazione addizionale è detta disoccupazione ciclica.

    Figura 14.19c Se la curva della domanda aggregata si sposta verso il basso, per effetto del moltiplicatore produzione e occupazione scendono al livello C. La disoccupazione supera la soglia del 5%. La disoccupazione addizionale è detta disoccupazione ciclica.

    breve periodo
    Il termine non si riferisce a un periodo di tempo di una certa ‘breve’ durata, ma al periodo di tempo durante il quale possiamo considerare alcune variabili (valore totale dei beni capitali, tecnica, istituzioni) esogene rispetto al modello. Vedi anche: beni capitali, tecnica, istituzioni, medio periodo, lungo periodo

    Nella nostra analisi del ciclo economico attraverso il moltiplicatore abbiamo fatto una serie di ipotesi ceteris paribus. Abbiamo assunto che i prezzi, i salari, lo stock di capitale, la tecnologia e le istituzioni rimanessero costanti. Useremo il termine breve periodo per indicare l’insieme di queste ipotesi. L’obiettivo del modello è quello di fornire una previsione di ciò che succede alla produzione, alla domanda aggregata e all’occupazione in seguito ad uno shock dal lato della domanda (cioè uno shock dovuto agli investimenti, al consumo o alle esportazioni) o in seguito a scelte di politica fiscale o monetaria che influenzano la domanda aggregata.

    medio periodo
    Il termine non si riferisce a un periodo di tempo di una specifica ‘media’ durata, ma a un orizzonte temporale durante il quale sono considerate esogeni rispetto al modello il valore totale dei beni capitali, le tecniche e le istituzioni, mentre le altre variabili (produzione, occupazione, prezzi e salari) sono trattate come endogene. Vedi anche: beni capitali, tecnica, istituzioni, breve periodo, lungo periodo
    lungo periodo
    Il termine non si riferisce a un periodo di una specifica ‘lunga’ durata, ma a un orizzonte temporale durante il quale la maggior parte delle variabili sono trattate come endogene. Una curva di costo di lungo periodo, ad esempio, si riferisce ai costi che l’impresa sostiene quando può variare le quantità di tutti gli input, compresi i beni capitali; le tecniche disponibili e le istituzioni invece si continuano a considerare esogene. Vedi anche: tecnica, istituzioni, breve periodo, medio periodo

    Si noti che nella figura 14.19 il mercato del lavoro non si trova in equilibrio quando la produzione è maggiore o minore del livello normale. Il modello del mercato del lavoro è un modello di medio periodo in cui salari e prezzi possono variare. Quindi un equilibrio di breve periodo nel modello del moltiplicatore potrebbe non essere un equilibrio di medio periodo nel modello del mercato del lavoro. Nel prossimo capitolo modificheremo il modello della figura 14.19 chiedendoci cosa succede a salari e prezzi durante una fase di espansione o di recessione. La curva della fissazione del salario e quella della fissazione del prezzo consentono di studiare anche i processi di lungo periodo, quando non solo produzione, occupazione, prezzi e salari, ma anche istituzioni e tecnologie possono variare. L’analisi di lungo periodo (che esula dai temi trattati in questo volume) si occupa di spiegare in che modo influenzino l’economia cambiamenti nelle politiche e nelle istituzioni di base, come ad esempio l’indebolimento dei sindacati, l’aumento della competizione nei mercati di beni e servizi o nuove tecnologie che richiedono meno forza lavoro.

    La tabella 14.2 riassume i diversi modelli che abbiamo usato e useremo per studiare l’economia a livello aggregato.

    Capitolo 13, 14 14, 15
    Periodo Breve Medio
    Cosa è esogeno Prezzi, salari, stock di capitale, tecnologia, istituzioni Stock di capitale, tecnologia, istituzioni
    Cosa è endogeno Occupazione, domanda, produzione Occupazione, domanda, produzione, prezzi, salari
    Problema da affrontare I movimenti della domanda influenzano la disoccupazione Gli spostamenti della domanda e dell’offerta influenzano disoccupazione, inflazione e disoccupazione di equilibrio
    Politiche Lato domanda Lato domanda e lato offerta
    Modello Moltiplicatore Mercato del lavoro; Curva di Phillips

    Modelli per studiare l’economia a livello aggregato.

    Tabella 14.2 Modelli per studiare l’economia a livello aggregato.

    (modelli di) medio periodo
    No definition available.
    (modelli di) lungo periodo
    No definition available.

    Domanda 14.10 Scegli le risposte corrette

    Qui di seguito sono illustrati i modelli del mercato del lavoro e del moltiplicatore, che rappresentano rispettivamente il lato offerta di medio-lungo periodo e il lato domanda di breve periodo:

    Assumiamo che la funzione di produzione dell’economia sia Y = N, dove Y è la produzione e N è l’occupazione. Basandosi su queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

    • Un aumento degli investimenti fa traslare la curva AD verso l’alto, facendo aumentare la produzione aggregata. Ciò, nel breve periodo, porta a una traslazione verso l’alto della curva di determinazione dei prezzi e quindi a una maggiore occupazione.
    • Una diminuzione del consumo autonomo fra traslare verso il basso la curva AD, portando a una riduzione produzione aggregata. Questo causa una traslazione, nel breve periodo, a una traslazione verso sinistra della curva di determinazione dei salari, facendo aumentare la disoccupazione.
    • La produttività del lavoro si muove in linea con le variazioni di breve periodo della domanda aggregata.
    • I movimenti della domanda aggregata causano fluttuazioni cicliche di breve periodo della disoccupazione intorno al livello di equilibrio di medio periodo, rappresentato nel grafico del mercato del lavoro.
    • Nel breve periodo non c’è alcun movimento né della curva di determinazione dei prezzi né della curva di determinazione dei salari. Invece si verificano fluttuazioni cicliche della disoccupazione intorno al livello di medio periodo.
    • Nel breve periodo non c’è alcun movimento né della curva di determinazione dei prezzi né della curva di determinazione dei salari. Invece si verificano fluttuazioni cicliche della disoccupazione intorno al livello di medio periodo.
    • Nel nostro modello la produttività del lavoro è, per ipotesi, costante nel breve periodo.
    • Il modello del mercato del lavoro determina l’equilibrio di medio periodo mentre il modello della domanda aggregata determina l’equilibrio di breve periodo.

    14.11 Conclusioni

    Le economie sono soggette a frequenti shock che colpiscono la domanda aggregata, come una diminuzione degli investimenti delle imprese o un aumento del risparmio desiderato dalle famiglie. L’effetto di questi shock tende a essere amplificati dal moltiplicatore.

    D’altra parte, il moltiplicatore rende la politica fiscale lo strumento più efficace per stabilizzare l’economia. Nella seconda metà del XX secolo le economie avanzate hanno sperimentato una diminuzione dell’instabilità economica che è stata in parte dovuta ad un maggiore intervento pubblico nell’economia e all’esistenza di strumenti di stabilizzazione automatica che hanno ridotto le fluttuazioni della domanda aggregata.

    Le politiche fiscali attive hanno spesso avuto un ruolo importante nella stabilizzazione delle economie, ma non sempre hanno dato i risultati sperati. La Francia ha scoperto all’inizio degli anni Ottanta che in un contesto di economia aperta un’espansione fiscale mal progettata può portare ad un aumento del deficit pubblico senza che vi siano benefici apprezzabili per l’economia.

    La gravissima crisi del 2008 ci ha ricordato che anche i paesi ricchi possono essere colpiti delle crisi economiche e ha riconfermato l’importanza della politica fiscale come risposta alle recessioni. Sfortunatamente per l’Eurozona, i paesi maggiormente colpiti dalla crisi non sono stati in condizione di fornire i necessari stimoli fiscali a causa dei timori di una crisi del debito sovrano.

    Concetti introdotti nel Capitolo 14

    Prima di procedere, verificate di aver ben compreso questi concetti:

    1. Muellbauer, J. (2014), “Combatting eurozone deflation: QE for the people”, VoxEU. 

    2. Keynes, J. M. (1919), The Economic Consequences of Peace, Macmillan, Londra (trad. it. Le conseguenze economiche della pace, Rosenberg e Sellier, Torino, 1983). 

    3. Keynes, J. M. (1936), The General Theory of Employment, Interest and Money, Macmillan, Londra (trad. it. Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino, 1947). 

    4. Keynes, J. M. (1926), The End of Laissez-Faire, Hogarth, Londra (trad. it. La fine del laissez-faire e altri scritti economico-politici, Boringhieri, Torino, 1991). 

    5. Qui un riassunto dell’articolo del 2012: Auerbach, A. e Y. Gorodnichenko (2015), “How powerful are fiscal multipliers in recessions?”, NBER Reporter 2015 Research Summary. 

    6. Acconcia, A., G. Corsetti e S. Simonelli (2014), “Mafia and public spending: evidence on the fiscal multiplier from a quasi-experiment”, American Economic Review, 104, pp. 2185–2209. 

    7. Leduc, S. e D. Wilson (2015), “Are state governments roadblocks to federal stimulus? Evidence on the flypaper effect of highway grants in the 2009 Recovery Act”, Working Paper 2013-16, Federal Reserve Bank of San Francisco. 

    8. Almunia, M., A. Bénétrix, B. Eichengreen, K. O’Rourke e G. Rua (2010), “From Great Depression to Great Credit Crisis: similarities, differences and lessons”, Economic Policy, 25, pp. 219–265. 

    9. Fondo Monetario Internazionale (2012), “World Economic Outlook, October 2012: Coping with high debt and sluggish growth”

    10. “Government spending is no free lunch”, The Wall Street Journal, 22 gennaio 2009. 

    11. “War and non-remembrance”, The Conscience of a Liberal, Paul Krugman’s Blog on The New York Times, 22 gennaio 2009. 

    12. L’economista Brad DeLong ha mostrato che negli Stati Uniti per la maggior parte degli ultimi 125 anni il tasso di crescita è stato maggiore del tasso di interesse: DeLong, B. (2015), “Draft for ‘Rethinking Macroeconomics’ conference fiscal policy panel”, Washington Center for Equitable Growth. 

    13. Blanchard, O. (2012), “Lessons from Latvia”, IMFBlog.