25th Annual Sonoma County Hot Air Balloon Classic: Sean Freese, https://goo.gl/ET1nEi, licenza CC BY 2.0

Capitolo 15 Inflazione, disoccupazione
e politica monetaria

Come disoccupazione e livello di produzione nell’economia influenzano l’inflazione e quali sono le implicazioni per la definizione di efficaci politiche economiche di stabilizzazione dell’occupazione e dei redditi

Nel 1992 i consiglieri di Bill Clinton suggerirono di incentrare la campagna elettorale sul tema della salute e sulla necessità di un cambiamento, ma fu un terzo tema — la recessione del 1991 — a richiamare l’attenzione degli elettori, anche per via dell’efficacia dello slogan: “The economy, stupid!” (È l’economia, stupido!). Durante la recessione del 1991 molti americani avevano perso il lavoro e lo slogan serviva a focalizzare l’attenzione su questo tema. Quando si aprirono le urne, Clinton ricevette circa 6 milioni di voti in più del suo sfidante George H. W. Bush, il presidente in carica.

In democrazia, i risultati elettorali sono sempre influenzati dallo stato dell’economia e dal giudizio dell’elettorato sulla competenza del governo e dell’opposizione sui temi economici. Due importanti misure della performance di un’economia sono i tassi di disoccupazione e di inflazione. Nel Capitolo 13 abbiamo visto in dettaglio come queste grandezze influiscano sul benessere di un Paese. La figura 15.1 mostra, ad esempio, come il margine di vittoria di un candidato nelle elezioni presidenziali negli Stati Uniti sia inversamente correlato al tasso di inflazione (è alto quando l’inflazione è bassa).

Inflazione e elezioni presidenziali negli Stati Uniti (1912–2012).

Figura 15.1 Inflazione e elezioni presidenziali negli Stati Uniti (1912–2012).

Inflazione prima del 1950: bordo.etal.2001; dopo il 1950: Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED; Risultati delle elezioni: US National Archives, 1789–2012 Presidential Elections. Nel grafico, sono stati omessi due anni nei quali vi è stata deflazione. Se, come è plausibile ritenere, le persone sono avverse alle riduzioni oltre che agli aumenti dei prezzi, l’inclusione dei due dati in valore assoluto rende più forte la relazione evidenziata: l’R-quadro passa da 0,36 a 0,42 e il coefficiente di regressione relativo all’inflazione è sempre negativo e significativo.

Un politico che abbia a cuore, oltre che la propria carriera, le preoccupazioni dei suoi concittadini, deve trovare il modo di contenere al minimo sia l’inflazione sia la disoccupazione. È possibile?

Possiamo farci una prima idea del problema considerando l’esperienza di un ministro delle finanze tedesco nel suo duplice ruolo di politico e di economista. Helmut Schmidt, detto il “super ministro” perché nel governo della Repubblica Federale Tedesca del Cancelliere Willy Brandt ricopriva ad un tempo i ruoli di ministro dell’economia e ministro delle delle finanze, durante un comizio elettorale nel 1972 affermò che “il 5% di inflazione è più facile da sopportare del 5% di disoccupazione”, promettendo che il suo partito avrebbe dato priorità alla lotta alla disoccupazione e avrebbe allo stesso tempo tenuto a freno l’inflazione.

Helmut Schmidt (1918–2015) fu cancelliere della Repubblica Federale Tedesca dal 1974 al 1982. Nel 1972 l’inflazione nel suo Paese era al 5,5% (rispetto al 5,2% dell’anno precedente) e la disoccupazione era al 0,7% (rispetto allo 0,5% dell’anno precedente), nel 1975 queste due grandezze erano rispettivamente pari al 5,9% e al 3,1%.

Il giorno successivo il professor Otto Schlecht, capo del dipartimento di politica economica del suo ministero, obiettò che tale promessa, riportata dai giornali, fosse impossibile da realizzare. La risposta di Schmidt fu che era d’accordo, la sua affermazione era tecnicamente sbagliata, ma tuttavia non accettava consigli su cosa fosse opportuno dire durante un comizio di fronte a 10.000 minatori della Ruhr.

Da questo aneddoto traiamo due indicazioni sulla relazione tra economia e politica: la prima è che i politici, in quanto eletti, devono tenere conto del punto di vista dei loro elettori; la seconda è che nella conduzione della politica economica esistono dei vincoli da rispettare e non si può promettere qualsiasi cosa gli elettori desiderino (nel caso di Schmidt, un basso livello di disoccupazione e una bassa e stabile inflazione). Schmidt, in quanto economista, era ben conscio di tali vincoli, ma al comizio egli parlava da politico.

costo opportunità
È il beneficio netto che otterremmo dalla migliore alternativa a cui dobbiamo rinunciare per scegliere una certa azione.

Mentre chi conduce la politica economica lavora affinché disoccupazione e inflazione si attestino entrambe a livelli bassi, il sistema economico tende a muoversi diversamente: quando la disoccupazione scende, l’inflazione tende a salire, e viceversa. Questo è un problema che abbiamo già visto: le politiche devono puntare a ciò che è fattibile e ciò comporta l’individuazione di un compromesso tra un obiettivo e l’altro. Alternativamente, si può dire che un’inflazione più elevata rappresenta il costo opportunità per una minore disoccupazione, e che una maggiore disoccupazione è il costo opportunità di una minore inflazione. Inoltre, l’economia è soggetta a shock in grado di peggiorare sia l’inflazione sia la disoccupazione, limitando l’insieme delle combinazioni possibili. E l’esperienza della fine degli anni Sessanta mostrava che l’inflazione avrebbe continuato a salire se la disoccupazione fosse stata mantenuta ad un livello troppo bassa. Questo era il quadro nel quale ebbero luogo le considerazioni di Helmut Schmidt e la sua promessa elettorale.

inflation targeting
Regime di politica monetaria nel quale la banca centrale modifica i tassi di interesse in modo da influenzare la domanda aggregata, con lo scopo di mantenere l’economia vicina a un livello di inflazione predeterminato.

In seguito ad un periodo di elevata inflazione in tutto il mondo, verso la fine degli anni Ottanta vi fu un ripensamento su quale dovesse essere la conduzione della politica macroeconomica, e negli anni Novanta si diffuse l’adozione da parte delle banche centrali di politiche inflation targeting, cioè la fissazione di un tasso di inflazione obiettivo. Molti governi affidarono alla banca centrale il compito di moderare le oscillazioni economiche, lasciando alla politica fiscale un ruolo meno centrale; si affermò allo stesso tempo l’idea che, per ottenere un basso livello di disoccupazione compatibile con un’inflazione stabile, fosse necessario operare con politiche dal lato dell’offerta, quali l’aumento della concorrenza e un miglior funzionamento del mercato del lavoro.

Come visto nel Capitolo 11, l’abbondanza o la carenza di un bene si riflettono sul suo prezzo; abbiamo osservato le variazioni della domanda e dell’offerta di un bene rispetto sia alle variazioni del suo prezzo sia alla sua disponibilità. In questo capitolo non ci concentreremo sui prezzi relativi ma sull’inflazione e sulla deflazione, cioè l’aumento e la diminuzione del livello generale dei prezzi. Inizieremo la nostra analisi dal motivo per cui l’inflazione gode di una pessima reputazione.

15.1 Che c’è di male nell’inflazione?

inflazione
Aumento del livello generale dei prezzi nell’economia in un certo periodo di tempo, solitamente un anno. Vedi anche: deflazione, disinflazione
deflazione
Diminuzione nel tempo del livello generale dei prezzi. Vedi anche: inflazione
disinflazione
Diminuzione del tasso di inflazione. Vedi anche: inflazione, deflazione

Prima di rispondere alla domanda occorre chiarire il significato dei termini inflazione, deflazione e disinflazione.

Può essere utile utilizzare la metafora dell’automobile, associando l’andamento del livello dei prezzi alla distanza che essa percorre su una strada a partire da un punto iniziale.

Variazione dei prezzi

  • Inflazione: il livello dei prezzi è crescente
  • Deflazione: il livello dei prezzi è decrescente
  • Disinflazione: il tasso di inflazione è decrescente

Perché l’inflazione viene giudicata negativamente da parte degli elettori? Per alcuni individui il reddito è fissato in termini nominali; ciò significa che essi ricevono un ammontare prefissato di yuan, dollari o euro. Se i prezzi aumentano durante l’anno, alla fine dell’anno, essi avranno potuto acquistare meno beni e servizi rispetto a quanto avrebbero potuto fare all’inizio dell’anno (prima dell’aumento dei prezzi). In sostanza, l’aumento dei prezzi ha ridotto il loro potere di acquisto. Il peggioramento della loro situazione li spinge a votare contro quei partiti che a loro giudizio consentiranno un’inflazione più elevata.

Vi è poi da considerare il mercato del credito, dove un soggetto può guadagnare o perdere da una maggiore inflazione a seconda del lato su cui si trova. Riprendiamo la situazione vista nel Capitolo 10, nella quale Giulia (il debitore) e Marco (il creditore) erano in conflitto sul livello del tasso di interesse a cui Giulia avrebbe potuto prendere denaro a prestito. Giulia e Marco hanno hanno interessi divergenti anche rispetto all’inflazione: se i prezzi aumentano prima che Giulia restituisca il suo debito, Marco ottiene una somma con un potere di acquisto minore rispetto a ciò che avrebbe avuto con un’inflazione pari a zero.

tasso di interesse nominale
Il tasso di interesse al lordo del tasso di inflazione. È il tasso che viene normalmente riportato nelle quotazioni. Vedi anche: tasso di interesse reale, tasso di interesse
tasso di interesse reale
Il tasso di interesse al netto del tasso di inflazione (cioè: tasso di interesse nominale meno tasso di inflazione). Rappresenta l’ammontare di beni che si possono acquistare in futuro in cambio rinunciando a un’unità di consumo presente. Vedi anche: tasso di interesse nominale, tasso di interesse

Utilizzando la medesima logica della discussione sul debito pubblico del capitolo precedente, possiamo concludere che, quando il tasso di interesse nominale dovuto sui debiti contratti non si adegua alla presenza di inflazione (ad esempio perché è fisso)

tasso di interesse reale
Il tasso di interesse al netto del tasso di inflazione (cioè: tasso di interesse nominale meno tasso di inflazione). Rappresenta l’ammontare di beni che si possono acquistare in futuro in cambio rinunciando a un’unità di consumo presente. Vedi anche: tasso di interesse nominale, tasso di interesse
equazione di Fisher
Equazione che afferma che il tasso di interesse reale è pari alla differenza tra tasso di interesse nominale e inflazione attesa.

Per considerare l’impatto dell’inflazione sul mercato del credito, facciamo riferimento al tasso di interesse reale, definito attraverso l’equazione di Fisher:

Il tasso di interesse reale misura il potere di acquisto delle somme restituite al creditore sulla base dei prezzi vigenti al momento della restituzione. Supponiamo ad esempio che Giulia chieda in prestito 50 $ a Marco e che il rimborso dovuto dopo un anno sia pari a 55 $; il tasso di interesse nominale è dunque del 10%, ma se i prezzi crescono in un anno del 6%, in termini di potere d’acquisto la somma restituita eccede quanto prestato solo del 4% (il tasso di interesse reale), non del 10%.

Oltre ad avere un effetto redistributivo dai creditori (coloro che hanno attività finanziarie) e da coloro che percepiscono un reddito nominale fisso ai debitori, in alcuni casi l’inflazione danneggia il funzionamento dell’economia. Le analisi empiriche non hanno riscontrato effetti negativi di un’inflazione moderata sul sistema economico, ma un’inflazione elevata è spesso anche molto variabile, e quindi difficile da prevedere, nella sua entità. Variazioni molto pronunciate dei prezzi creano incertezza e rendono più difficile per gli individui e le imprese prendere le proprie decisioni sulla base dei prezzi.

prezzo relativo
Prezzo di un bene o servizio rispetto al prezzo di un altro bene o servizio (è espresso solitamente come un rapporto).
costi di menu
Costi che devono essere sostenuti per fissare e modificare i prezzi.

In una situazione di inflazione elevata e volatile diventa difficile comprendere in che misura l’aumento del prezzo corrisponda ad una effettiva scarsità del bene (individuata dai prezzi relativi) o rifletta altri fattori erratici. Gli individui riescono difficilmente a decidere se la quinoa è più costosa rispetto ad altre fonti proteiche. Per le imprese diventa più complicato capire quali sono i settori più profittevoli su cui investire, o su quale piantagione concentrarsi (orzo o quinoa, ad esempio). Inoltre, in caso di inflazione esse sono costrette ad aggiornare i prezzi più frequentemente di quanto non vorrebbero, sostenendo costi (in termini di tempo e di risorse) definiti costi di menu.

Consumatori e imprese starebbero forse meglio in un contesto di prezzi decrescenti? La risposta è no. Una riduzione del livello dei prezzi non è desiderabile per le stesse ragioni riportate per il caso di un aumento del livello dei prezzi, e può inoltre generare conseguenze ancora peggiori: le famiglie posticipano i consumi (soprattutto dei prodotti più costosi come frigoriferi, televisioni e automobili) perché si aspettano che i prezzi diminuiscano e i debitori vengono danneggiati perché il debito cresce in termini reali. Come visto nel Capitolo 14, un aumento in termini reali del debito deprime il livello dei consumi, in quanto alcune famiglie risparmiano di più per ripristinare il loro livello di ricchezza ottimale, mentre le altre si trovano vincolate nell’accesso al credito a causa dell’aumentato tasso di interesse reale. I bassi consumi determinano una riduzione della domanda aggregata e dell’attività economica, che a loro volta deprime ulteriormente i prezzi, innescando un circolo vizioso di prezzi decrescenti e stagnazione economica.

Questo è quanto accaduto in Giappone. L’economia nipponica ha conosciuto una straordinaria crescita nel secondo dopoguerra (come visto nel Capitolo 1): il tenore di vita, misurato dal PIL pro capite, nel 1950 era pari al 20% di quello americano, mentre nel 1980 era salito al 70%. Tuttavia negli ultimi 25 anni la crescita si è ridotta e la disoccupazione è aumentata. Per la prima volta dal dopoguerra un’economia avanzata ha attraversato un prolungato periodo di deflazione (il livello dei prezzi è diminuito per 12 anni su 21 dal 1995 al 2015).

Molti economisti ritengono che un livello moderato e stabile di inflazione sia un fattore positivo per l’economia. Il processo di innovazione e cambiamento che caratterizza un’economia dinamica è associato a livelli di domanda di lavoro più elevati in certi settori e imprese che in altri. Con prezzi crescenti, la diminuzione del salario reale nei settori “perdenti” viene mascherata dal fatto che i salari nominali crescono, o almeno non diminuiscono. Non è molto facile percepire diminuzioni del salario reale dovuti ad un’inflazione di modesta entità, ma tutti si accorgono di una riduzione del proprio salario nominale. In presenza di bassa inflazione il processo di aggiustamento del salario dei lavoratori di diverse industrie può avvenire senza che vi siano riduzioni di salario nominale. L’inflazione unge per così dire gli ingranaggi del mercato del lavoro. Un’altra ragione importante per preferire una moderata inflazione è che essa dà alla politica monetaria un maggiore spazio di manovra, consentendo di contrastare una recessione con una riduzione del tasso d’interesse reale, cosa assai più difficile se l’inflazione è zero.

Domanda 15.1 Scegli le risposte corrette

La seguente tabella mostra il tasso di inflazione di Giappone, Regno Unito, Cina e Sudan del Sud nel periodo 1996–2015 (fonte: World Bank).

  1996–2000 2001–2005 2006–2010 2011–2015
Giappone −1.9% −0.9% −0.5% 1.6%
Regno Unito 2.1% 1.7% 1.8% 1.8%
Cina 8.1% 2.4% 2.1% 0.8%
Sudan del Sud 54.1% 6.5% 0.6% −18.7%

Sulla base della tabella, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Prima del 2011 il Giappone ha vissuto un lungo periodo di disinflazione.
  • Nel Regno Unito i prezzi sono rimasti stabili tra il 2001 e il 2015.
  • Nel periodo 1996–2015 in Cina vi è stata deflazione.
  • In Sudan del Sud i prezzi nel 2015 erano più alti che nel 1996.
  • Il Giappone ha vissuto un periodo di prezzi decrescenti. La disinflazione rappresenta invece una situazione di prezzi crescenti, seppur a velocità decrescente.
  • Nel Regno Unito l’inflazione è rimasta stabile, significando un aumento dei prezzi costante.
  • La Cina ha vissuto un periodo di disinflazione (inflazione decrescente) anziché deflazione (inflazione negativa).
  • Nonostante la deflazione tra il 2011 e il 2015, i prezzi in Sudan sono aumentati nel periodo considerato a causa dell’elevata inflazione verificatasi tra il 1996 e il 2000.

Domanda 15.2 Scegli le risposte corrette

La seguente tabella mostra il tasso di inflazione e il tasso di interesse nominale del Giappone nel periodo 1996–2015 (fonte: World Bank).

  1996–2000 2001–2005 2006–2010 2011–2015
Tasso di interesse 1.5% 1.4% 1.3% 1.2%
Tasso di inflazione −1.9% −0.9% −0.5% 1.6%

Sulla base della tabella, quali delle seguenti affermazioni sono corrette?

  • Il tasso di interesse reale nel periodo 1996–2000 era −0.4%.
  • Il tasso di interesse reale è costantemente aumentato.
  • Nel corso del periodo considerato, il tasso di interesse reale è passato da valori positivi a valori negativi.
  • Il tasso di interesse reale è diminuito più velocemente di quello nominale.
  • In base all’equazione di Fisher, il tasso di interesse reale nel periodo 1996–2000 era 1.5 − (−1.9) = 3.4%.
  • I tassi di interesse reale dei quattro periodi sono stati: 3.4%, 2.3%, 1.8% e −0.4%.
  • Il tasso di interesse reale è stato positivo nei primi tre periodi e negativo nell’ultimo.
  • La diminuzione del tasso di interesse reale è maggiore di quella del tasso nominale poiché l’inflazione è crescente.

15.2 L’inflazione come effetto dell’incoerenza tra piani individuali

L’inflazione nasce a causa dell’incoerenza tra i piani di vendita e acquisto di beni e servizi degli individui e delle imprese. Per capire il punto, pensiamo ad un’economia composta da molte imprese (per semplicità imprese individuali) e dai loro dipendenti, che sono anche consumatori dei beni prodotti dalle imprese. Assumiamo che in ogni impresa i prezzi siano determinati dal dipartimento Marketing, mentre i salari vengano fissati dal dipartimento Risorse Umane.

Inizialmente, il dipartimento Marketing di ogni impresa, in base all’intensità della concorrenza nel mercato in cui opera, sceglie il livello di markup e di prezzo che massimizza i profitti (come analizzato nei capitoli 7 e 9). Il dipartimento Risorse Umane invece fissa il salario reale, definito come il salario nominale diviso per il livello generale dei prezzi. Esso corrisponde al minimo valore che i lavoratori sono disposti ad accettare per offrire la loro attività lavorativa e dipende dal tasso di disoccupazione (si vedano i capitoli 6 e 9).

Se le combinazioni di salari e prezzi adottate da tutte le imprese sono coerenti con l’obiettivo di massimizzazione dei profitti, non c’è ragione perché prezzi e salari debbano variare. A questo tasso di disoccupazione, in corrispondenza del quale il livello dei prezzi è costante (inflazione pari a zero), le curve del salario e del prezzo si intersecano e il mercato del lavoro è in equilibrio di Nash (come studiato nel Capitolo 9).

politiche protezionistiche
Misure attuate da uno Stato per limitare le importazioni al fine di proteggere le industrie locali dalla concorrenza estera. Possono consistere in imposte o limiti quantitativi sui beni importati.

Supponiamo adesso che il governo adotti delle politiche protezionistiche in grado di creare barriere all’entrata di imprese estere nel mercato interno. L’intensità della concorrenza dei mercati diminuisce e il livello di markup può aumentare. Se la stessa politica viene estesa a tutti i mercati, il livello generale dei prezzi cresce e i salari reali diminuiscono. Mentre l’impresa trae vantaggi dalle misure adottate in quanto può ottenere profitti più elevati, i lavoratori percepiscono una retribuzione reale inferiore, che peggiora la loro condizione. Il loro incentivo all’impegno nel lavoro diminuisce, e il dipartimento Risorse Umane deve alzare i salari nominali. Tutte le imprese si muovono nella medesima direzione, ripristinando il valore precedente del salario reale.

Non finisce qui: l’incremento del salario nominale corrisponde ad un aumento dei costi per l’impresa e, attraverso il markup, ad un ulteriore aumento dei prezzi e a una diminuzione del salario reale, che il dipartimento Risorse Umane deve correggere concedendo salari nominali maggiori. Il processo si protrae fino a che:

Nell’esempio descritto, l’inflazione aumenta in seguito alla modifica del grado di competitività dei mercati, mentre il tasso di disoccupazione resta invariato, ma vi possono essere altri fattori in grado di avviare il processo descritto. Supponiamo che l’intensità della concorrenza resti costante, ma si verifichi un aumento del livello di occupazione. In questo caso le imprese devono pagare salari maggiori per incentivare i dipendenti ad offrire il loro lavoro; il dipartimento Marketing si adegua, innalzando il livello dei prezzi per mantenere inalterato il markup e dando inizio al processo inflazionistico.

Per riassumere, l’inflazione può determinarsi a partire da:

La forza contrattuale dei lavoratori può aumentare al verificarsi di due circostanze:

Nel Capitolo 9 abbiamo analizzato alcune circostanze che possono determinare una traslazione verso l’alto della curva della fissazione del salario (maggiori sussidi di disoccupazione, sindacati più forti ecc.). Di seguito analizzeremo le cause degli spostamenti lungo la curva dei salari.

inflazione salariale
Aumento del salario nominale in un certo periodo di tempo, solitamente un anno. Vedi anche: salario nominale

La figura 15.2 considera tre possibili cause dell’inflazione. Nel paragrafo 15.3 spiegheremo come i cambiamenti nel potere contrattuale illustrati nella figura si traducono in inflazione. Il fatto che una maggior occupazione possa generare inflazione (la terza delle cause considerate) fu evidenziata dall’economista William (Bill) Phillips, che pubblicò un grafico (riportato nella figura 15.3) con i dati del livello di disoccupazione e l’inflazione salariale nell’economia britannica.

Tre cause dell’inflazione.

Figura 15.2 Tre cause dell’inflazione.

Aumenta il potere dei proprietari delle imprese rispetto ai consumatori

Può essere determinato da una minore intensità della concorrenza (effetto di medio-lungo periodo).

Figura 15.2a Può essere determinato da una minore intensità della concorrenza (effetto di medio-lungo periodo).

Aumenta il potere dei dipendenti rispetto ai proprietari delle imprese

Può essere determinato da un aumento del potere dei sindacati (effetto di medio-lungo periodo).

Figura 15.2b Può essere determinato da un aumento del potere dei sindacati (effetto di medio-lungo periodo).

Aumenta il potere dei dipendenti rispetto ai proprietari delle imprese

Può determinarsi nella fase favorevole del ciclo economico (effetto di breve-medio periodo).

Figura 15.2c Può determinarsi nella fase favorevole del ciclo economico (effetto di breve-medio periodo).

La curva di Phillips: inflazione dei salari e disoccupazione nel Regno Unito (1861–1913).

Figura 15.3 La curva di Phillips: inflazione dei salari e disoccupazione nel Regno Unito (1861–1913).

curva di Phillips
Relazione inversa tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione.

Grandi economisti Bill Phillips

Bill Phillips

William Phillips (1914–1975) fu un personaggio piuttosto particolare. Cresciuto in Nuova Zelanda, è stato cacciatore di coccodrilli, regista e prigioniero di guerra in Indonesia durante il secondo conflitto mondiale prima di diventare professore alla London School of Economics.

Phillips sfruttò le sue conoscenze ingegneristiche per costruire, mentre studiava sociologia a Londra nel 1949, una macchina idraulica in grado di rappresentare il funzionamento dell’economia britannica (seguendo l’esempio di Irving Fisher mezzo secolo prima, vedi il Capitolo 2). La macchina, denominata Monetary National Income Analogue Computer (MONIAC), utilizzava tubature trasparenti e liquidi di diversi colori per visualizzare le componenti del sistema economico, tra cui gli investimenti, il consumo, la spesa pubblica, le importazioni e le esportazioni. Il movimento dei liquidi consentiva di comprendere gli effetti di diversi shock economici (come l’aumento delle imposte o della spesa pubblica) sull’economia. Esemplari ancora funzionanti di questo marchingegno possono essere ammirati ancora oggi al London Science Museum e in numerose università nel mondo.1

In un articolo del 1958 diede un importante contributo alla scienza economica, identificando, a partire da un grafico con i dati del tasso di disoccupazione e dell’inflazione dei salari nell’economia britannica durante il periodo 1861–1913, una relazione empirica inversa tra le due variabili: a bassi tassi di disoccupazione corrispondevano alti livelli di inflazione, e viceversa. Tale relazione è nota come curva di Phillips.

Domanda 15.3 Scegli le risposte corrette

Il seguente grafico rappresenta il mercato del lavoro:

Il mercato del lavoro.

Supponiamo che il governo adotti delle misure in grado di limitare la concorrenza in un mercato. Occupazione e offerta di lavoro sono costanti. Quali delle seguenti affermazioni sono corrette?

  • Grazie al minor livello di concorrenza nel mercato, le imprese possono selezionare un markup maggiore e la curva dei prezzi si alza.
  • Con un mercato del lavoro in disequilibrio i lavoratori non sono adeguatamente motivati a livelli di salario reale bassi. I salari aumentano e la curva di salari si sposta verso l’alto.
  • Se le imprese sono in grado di sostenere un markup più elevato e i salari sono aumentati, i prezzi aumentano e il salario reale diminuisce attraverso uno spostamento lungo la curva dei prezzi.
  • Dopo l’aumento dei prezzi, se i lavoratori sono in grado di ottenere un salario reale elevato, il salario aumenta con uno spostamento lungo la curva dei salari.
  • Un markup più alto comporta uno spostamento della curva dei prezzi verso il basso.
  • In una situazione di disequilibrio del mercato ci si muove lungo la curva dei salari.
  • Il processo è descritto nel testo.
  • Il processo è descritto nel testo.

Domanda 15.4 Scegli le risposte corrette

Il seguente grafico rappresenta il modello del mercato del lavoro:

Assumiamo che si verifichi un aumento del potere contrattuale dei lavoratori, che porta a un processo inflazionistico. Quali delle seguenti affermazioni sono corrette?

  • Il potere contrattuale dei lavoratori può crescere in seguito a un aumento dei sussidi di disoccupazione, che sposta verso l’alto la curva di determinazione dei salari.
  • Il potere dei lavoratori può crescere in seguito all’aumento del tasso di disoccupazione lungo la curva di determinazione dei salari.
  • Dopo l’aumento iniziale del potere dei lavoratori, le imprese aggiustano il livello dei salari e dei prezzi spostando la curva di determinazione dei salari, creando inflazione.
  • Dopo l’aumento iniziale del potere dei lavoratori, le imprese aggiustano il livello dei salari e dei prezzi, creando inflazione; né la curva di determinazione dei prezzi né quella di determinazione dei salari subisce spostamenti.
  • La curva di determinazione dei salari si sposta verso l’alto se il potere dei lavoratori aumenta.
  • Un aumento del livello di disoccupazione lungo la curva dei salari determina una diminuzione del potere dei lavoratori e una riduzione del salario reale.
  • L’aumento del potere dei lavoratori può essere determinato da uno spostamento verso l’alto della curva dei salari o da una riduzione della disoccupazione lungo la stessa curva. Dopo tale aumento, tuttavia, le due curve non subiscono spostamenti. L’inflazione si verifica poiché l’economia non si trova nel loro punto di intersezione.
  • Si ha inflazione in quanto l’economia non si trova più nell’intersezione tra le due curve e non determina ulteriori movimenti nelle curve.

15.3 Inflazione, ciclo economico e curva di Phillips

In seguito alla previsione di un rialzo dell’inflazione, le banche centrali possono alzare il tasso di riferimento per rallentare la crescita della domanda aggregata e aumentare la disoccupazione ciclica, ristabilendo un livello di inflazione più contenuto. All’opposto, se vogliono ostacolare la diminuzione dell’inflazione, possono annunciare una riduzione del tasso di riferimento. Questa manovra stimola la domanda aggregata e contribuisce al ripristino di un maggiore livello di inflazione.

Assumiamo che i salari nominali (espressi in euro o dollari o sterline) vengano fissati dal dipartimento Risorse Umane con cadenza annuale e che i prezzi siano determinati dal dipartimento Marketing di conseguenza. Il salario reale, ovvero ciò cui i lavoratori sono interessati, è definito come il rapporto tra la retribuzione nominale e il livello generale dei prezzi:

salario reale
Il salario nominale corretto tenendo in considerazione la quantità di beni e servizi acquistabili. Considera quindi l’effetto di una variazione del livello dei prezzi tra un periodo e l’altro. Vedi anche: salario nominale

Il salario reale si trova sull’asse delle ordinate nel grafico del mercato del lavoro. Per comprendere come si verifica il fenomeno dell’inflazione durante un ciclo economico favorevole, consideriamo un’economia nella quale il mercato del lavoro è in equilibrio e i prezzi sono costanti. Supponiamo ora che essa venga colpita da uno shock positivo della domanda aggregata che riduce la disoccupazione al di sotto del livello di equilibrio.

spirale salari-prezzi
La situazione che si verifica se a un aumento iniziale dei salari segue un aumento dei prezzi, cui segue un altro aumento dei salari e così via (il punto di partenza può anche essere un aumento dei prezzi).

E poi casa accade? Assumiamo che la domanda aggregata rimanga ad un livello sostenuto in grado di tenere la disoccupazione al di sotto del punto di equilibrio. L’anno successivo, il dipartimento Risorse Umane si trova nella medesima situazione: con bassa disoccupazione i lavoratori chiedono salari nominali più elevati. Per l’impresa aumentano dunque i costi, e il dipartimento Marketing fissa prezzi ancora più elevati. Questo processo prende il nome di spirale salari-prezzi, e spiega come mai con bassa disoccupazione i prezzi aumentano non solo nell’anno in cui si ha il calo della disoccupazione, ma anche in quelli successivi. Se invece l’economia si trova in una fase di recessione, la spirale prezzi-salari opera nel senso inverso: i prezzi tendono a scendere anno dopo anno.

Possiamo chiederci perché i prezzi restassero costanti nel tempo prima del boom economico. Come vedremo, quando il mercato del lavoro è in equilibrio (fase normale del ciclo economico) non c’è nessuna pressione al rialzo o al ribasso dei salari (e dunque dei prezzi). L’equilibrio nel mercato del lavoro si verifica quando la curva della fissazione del prezzo e quella della fissazione del salario si intersecano (come visto nel Capitolo 9). Perché questo specifico tasso di disoccupazione è tanto speciale per il tasso di inflazione?

Nella figura 15.4, l’equilibrio nel mercato del lavoro si trova nel punto A, nel quale il salario reale determinato sulla curva della fissazione del salario coincide con quello individuato dalla curva della fissazione del prezzo. Nello specifico, si tratta di un equilibrio di Nash: sia i lavoratori, sia le imprese prendono la decisione migliore, date le strategie degli altri. In A sia le richieste di profitto da parte delle imprese sia quelle di salario avanzate dai lavoratori possono essere soddisfatte (in figura, la somma delle distanze che rappresentano il profitto per lavoratore e il salario reale per lavoratore è pari alla produttività del lavoratore, rappresentata dalla linea rossa tratteggiata). Il dipartimento Relazioni Umane non deve aumentare il livello dei salari, e di conseguenza il dipartimento Marketing mantiene i prezzi costanti.

Inflazione e spartizione della torta: prezzi stabili con mercato del lavoro in equilibrio.

Figura 15.4 Inflazione e spartizione della torta: prezzi stabili con mercato del lavoro in equilibrio.

In un’economia caratterizzata da prezzi stabili, in corrispondenza del tasso di disoccupazione che garantisce l’equilibrio del mercato del lavoro (punto A), salari e prezzi sono costanti e l’inflazione è zero.

Rappresentiamo ora sul grafico del mercato del lavoro cosa accade durante un boom economico, quando la disoccupazione è inferiore a quella rappresentata dal punto A. Nella figura 15.5 vediamo che la somma delle richieste di salario e di profitto eccede la produttività del lavoratore quando la disoccupazione si trova al di sotto del livello di equilibrio; in questo caso viene a crearsi una pressione al rialzo sui salari e sui prezzi (spirale salari-prezzi ascendente). In maniera opposta, una disoccupazione superiore al livello di equilibrio innesca una spirale salari-prezzi discendente. Raffigurando la relazione tra inflazione e disoccupazione nelle tre fasi del ciclo economico si ottiene una curva molto simile a quella di tracciata da Phillips: a bassa disoccupazione corrisponde un’inflazione più alta, e viceversa.

Inflazione e distribuzione della torta al variare della disoccupazione.

Figura 15.5 Inflazione e distribuzione della torta al variare della disoccupazione.

Equilibrio nel mercato del lavoro

In A il mercato del lavoro è in equilibrio. I salari reali sulla curva della fissazione del salario sono uguali a quelli sulla curva della fissazione del prezzo: le richieste relative ai salari reali e ai profitti reali per lavoratore sono compatibili con la produttività del lavoro.

Figura 15.5a In A il mercato del lavoro è in equilibrio. I salari reali sulla curva della fissazione del salario sono uguali a quelli sulla curva della fissazione del prezzo: le richieste relative ai salari reali e ai profitti reali per lavoratore sono compatibili con la produttività del lavoro.

Bassa disoccupazione

Se la disoccupazione è bassa, il salario reale richiesto dai lavoratori per garantire un impegno adeguato aumenta: la somma di salari reali e profitti reali per lavoratore richiesti è maggiore della produttività del lavoro.

Figura 15.5b Se la disoccupazione è bassa, il salario reale richiesto dai lavoratori per garantire un impegno adeguato aumenta: la somma di salari reali e profitti reali per lavoratore richiesti è maggiore della produttività del lavoro.

Alta disoccupazione

Se la disoccupazione è alta, i lavoratori perdono potere contrattuale: la somma di salari reali e profitti reali per lavoratore richiesti è inferiore alla produttività del lavoro.

Figura 15.5c Se la disoccupazione è alta, i lavoratori perdono potere contrattuale: la somma di salari reali e profitti reali per lavoratore richiesti è inferiore alla produttività del lavoro.

gap di contrattazione
Differenza tra il salario reale che le imprese desiderano offrire ai dipendenti per incentivarli a lavorare, e il salario reale compatibile con il markup che massimizza i profitti dell’impresa, dato il livello di concorrenza.

Ciò che in sostanza il modello ci dice è che il livello dei prezzi tende a muoversi quando il mercato del lavoro si trova al di sopra o al di sotto del livello di equilibrio. Quando i livelli del salario reale individuati dalla curva della fissazione del prezzo e da quella della fissazione del salario non coincidono, diciamo di essere in presenza di un gap di contrattazione, misurato graficamente dalla distanza verticale fra le due curve. Se il salario determinato sulla curva della fissazione del prezzo è 100 e quello individuato sulla curva della fissazione del salario è 101, il gap di contrattazione è pari all’1%.

Il gap di contrattazione e la curva di Phillips

Possiamo riassumere il nesso causale tra gap di contrattazione e inflazione come segue:

Quindi, per calcolare il tasso di inflazione (ricordate che il segno “” indica una definizione; in questo caso, l’inflazione è definita come variazione percentuale dei prezzi):

Gap di contrattazione

È la differenza fra il salario reale che l’impresa desidera offrire per incentivare i lavoratori (misurato sulla curva della fissazione del salario) e quello che consente alle imprese di mantenere il livello di markup desiderato (individuato sulla curva della fissazione del prezzo).

  • Quando il gap di contrattazione è positivo, il salario reale sulla curva della fissazione del salario è maggiore di quello sulla curva della fissazione del prezzo e le richieste di salario e profitto non sono coerenti.
  • Il gap di contrattazione in termini percentuali è dato dalla differenza fra il salario sulla curva della fissazione del salario e quello sulla curva della fissazione del prezzo del prezzo, divisa per il salario su quest’ultima curva.

Nella figura 15.6, sotto alle due curve della fissazione del prezzo e del salario abbiamo tracciato la curva di Phillips, con l’inflazione sull’asse verticale e l’occupazione su quello orizzontale. Se il mercato del lavoro è in equilibrio e i prezzi sono costanti, l’economia si manterrà nella posizione iniziale: non c’è alcuna pressione affinché il livello dei prezzi aumenti o diminuisca; questa situazione si rappresenta con un punto sulla curva di Phillips. Consideriamo ora un aumento del livello di occupazione in seguito ad un aumento della domanda aggregata: si crea un gap di contrattazione positivo e prezzi e salari cominciano a salire; le imprese alzano i salari in risposta ad una bassa disoccupazione e il livello dei prezzi sale per l’aumento del costo del lavoro. Se il divario di contrattazione è pari all’1%, prezzi e salari crescono dell’1%. Questa situazione individua un secondo punto sulla curva di Phillips.

Gap, inflazione e curva di Phillips.

Figura 15.6 Gap, inflazione e curva di Phillips.

Equilibrio nel mercato del lavoro

Il gap di contrattazione è zero e l’inflazione è zero.

Figura 15.6a Il gap di contrattazione è zero e l’inflazione è zero.

Bassa disoccupazione

Il gap di contrattazione è positivo e l’inflazione è positiva.

Figura 15.6b Il gap di contrattazione è positivo e l’inflazione è positiva.

Alta disoccupazione

Il gap di contrattazione è negativo e l’inflazione è negativa.

Figura 15.6c Il gap di contrattazione è negativo e l’inflazione è negativa.

Finché l’occupazione si mantiene al di sopra del suo livello di equilibrio, i lavoratori sono insoddisfatti, in quanto, diversamente dalle loro attese, il loro salario reale alla fine dell’anno non sarà cresciuto dell’1%. Essi avanzano dunque una nuova richieste di aumento. Come risultato, salari e prezzi crescono dell’1% anche l’anno successivo: le imprese alzano i salari dell’1% per adeguarli al livello individuato dalla curva della fissazione del salario, e aumenteranno i prezzi nella stessa misura in risposta all’aumento del costo del lavoro. Osserviamo una più bassa disoccupazione e una maggiore inflazione, come previsto dalla curva di Phillips.

Per completare la figura, includiamo il modello del moltiplicatore al di sotto dei grafici del mercato del lavoro e della curva di Phillips, così da integrare i modelli di breve e di medio periodo. Si evidenzia che:

Modelli di breve e medio termine: domanda aggregata, occupazione e inflazione.

Figura 15.7 Modelli di breve e medio termine: domanda aggregata, occupazione e inflazione.

Equilibrio nel mercato del lavoro

Quando il livello della domanda aggregata porta l’occupazione al livello di equilibrio (livello normale di attività), i prezzi sono stabili (inflazione zero).

Figura 15.7a Quando il livello della domanda aggregata porta l’occupazione al livello di equilibrio (livello normale di attività), i prezzi sono stabili (inflazione zero).

Effetti di un boom economico

Se la domanda aggregata aumenta (boom economico), il gap di contrattazione e l’inflazione sono positivi.

Figura 15.7b Se la domanda aggregata aumenta (boom economico), il gap di contrattazione e l’inflazione sono positivi.

Effetti di una recessione

Se la domanda aggregata si riduce (recessione), il gap di contrattazione e l’inflazione sono negativi.

Figura 15.7c Se la domanda aggregata si riduce (recessione), il gap di contrattazione e l’inflazione sono negativi.

Esercizio 15.1 Il gap di contrattazione in una fase di recessione

Supponiamo che, in un’economia in equilibrio nel mercato del lavoro e con prezzi stabili, all’inizio dell’anno 1 gli investimenti diminuiscano e il ciclo entri in una fase di recessione ed elevata disoccupazione.

  1. Spiegate perché il gap di contrattazione è negativo.
  2. Assumendo che il gap si attesti al −1%, disegnate un grafico con gli anni sull’asse delle ascisse e il livello dei prezzi su quello delle ordinate, e tracciate l’andamento dei prezzi nei 5 anni a seguire, assumendo che il gap rimanga costante e che il livello dei prezzi iniziale sia pari a 100.
  3. Chi vince e chi perde in questa economia?

Esercizio 15.2 Shock positivi e negativi

Tracciate il grafico del mercato del lavoro di un’economia in equilibrio e con prezzi stabili. Considerate:

  • uno shock positivo della domanda aggregata che riduce il tasso di disoccupazione del 2%;
  • uno shock negativo che lo incrementa del 2%.
  1. Cosa accade al gap di contrattazione nei due casi?
  2. Cosa vi aspettate che accada al livello dei prezzi nei due casi? Motivate le risposte.

Domanda 15.5 Scegli le risposte corrette

Nella figura 15.7 sono rappresentati i grafici del mercato del lavoro, della curva di Phillips e del modello del moltiplicatore. Sono inoltre riportate diverse combinazioni dei tassi di disoccupazione e dei gap di contrattazione. Sulla base delle informazioni fornite dalla figura, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • Quando il tasso di disoccupazione è zero non c’è inflazione.
  • Nella fase di boom l’aumento della domanda aggregata riduce il tasso di disoccupazione e crea un gap di contrattazione dell’1%.
  • Nella fase di recessione la riduzione della domanda aggregata aumenta il tasso di disoccupazione e crea un gap dello 0,5%.
  • La curva di Phillips mostra una correlazione positiva tra tasso di disoccupazione e inflazione.
  • Nel modello del mercato del lavoro c’è sempre un tasso di disoccupazione positivo (vedi capitolo 9). Se U è inferiore al 3%, si determina un gap positivo maggiore di quello associato a U = 3; lo stesso vale per l’inflazione, che è pari a zero solo quando il tasso di disoccupazione è del 6%.
  • Nel punto B la disoccupazione è inferiore a quella di equilibrio e il gap è positivo.
  • In caso di recessione il gap è negativo e vale −0,5%.
  • La curva di Phillips mostra una correlazione positiva tra occupazione e inflazione, cioè una correlazione negativa tra disoccupazione e inflazione.

15.4 Inflazione e disoccupazione: vincoli e preferenze

La curva di Phillips originale e il modello della figura 15.7 indicano la presenza di uno stabile trade-off tra inflazione e disoccupazione. Nel nostro esempio di curva di Phillips, se il governo desidera perseguire un’inflazione annua dell’1% può sostenere nel tempo un livello di domanda aggregata cui corrisponde un tasso di disoccupazione del 3%.

insieme possibile
L’insieme di tutte le combinazioni di beni tra le quali un individuo può scegliere, tenendo conto dei vincoli cui è soggetto (economici, fisici, ecc.). Vedi anche: frontiera possibile

Se preferisce la stabilità dei prezzi (inflazione pari a zero), la domanda aggregata dovrà essere mantenuta al suo livello normale, cui corrisponde una disoccupazione del 6%. Questo suggerisce che la curva di Phillips possa essere vista come un insieme possibile all’interno del quale l’autorità di politica economica può selezionare la combinazione desiderata di disoccupazione e inflazione.

Le preferenze del governo riguardo a inflazione e disoccupazione possono essere raffigurate nel modo usuale, come curve di indifferenza. La forma di tali curve di indifferenza è analizzata nella figura 15.8. Diversamente da quanto solitamente accade con le curve di indifferenza, nei casi in cui punti più distanti dall’origine sono associati a combinazioni più gradite (si preferisce avere una maggiore quantità dei beni rappresentati sugli assi), in questo caso il punto ottimo è rappresentato da F, in cui l’inflazione è al livello desiderato e vi è piena occupazione. Come abbiamo visto nel paragrafo 15.1, il governo spesso preferisce un tasso di inflazione basso e stabile (supponiamo al 2%). Al di sopra di tale livello le curve di indifferenza hanno una pendenza positiva, poiché si è disposti ad accettare un’inflazione più alta (al di sopra dell’obiettivo) per un livello di occupazione maggiore; al di sotto della soglia del 2% invece le curve di indifferenza sono decrescenti, in quanto il governo è pronto ad allontanarsi dall’obiettivo di inflazione (abbassandola) per aumentare il livello di occupazione.

Assumiamo che i rendimenti marginali dei due obiettivi (alta occupazione e bassa inflazione) siano decrescenti. Man mano che ci si allontana dal 2% di inflazione e ci si avvicina alla piena occupazione, la curva di indifferenza si appiattisce, perché si è progressivamente più contrari ad allontanarsi dal livello di inflazione desiderato. All’opposto, la curva di indifferenza è più ripida in prossimità del livello di inflazione del 2%, poiché il governo preferisce non allontanarsi eccessivemente dalla piena occupazione.

La curva di Phillips e le preferenze del governo.

Figura 15.8 La curva di Phillips e le preferenze del governo.

Le preferenze del governo

La figura rappresenta le curve di indifferenza del governo.

Figura 15.8a La figura rappresenta le curve di indifferenza del governo.

Occupazione e inflazione entrambe elevate

Quando occupazione e inflazione sono elevate la curva di indifferenza è piatta.

Figura 15.8b Quando occupazione e inflazione sono elevate la curva di indifferenza è piatta.

Un più basso livello di occupazione e inflazione

Quando il livello di occupazione e inflazione è più basso, la curva di indifferenza è più ripida.

Figura 15.8c Quando il livello di occupazione e inflazione è più basso, la curva di indifferenza è più ripida.

Inflazione al 2%

La curva di indifferenza diventa verticale se l’inflazione è al 2%, cioè al livello preferito dal governo.

Figura 15.8d La curva di indifferenza diventa verticale se l’inflazione è al 2%, cioè al livello preferito dal governo.

Piena occupazione

La curva di indifferenza è orizzontale quando l’occupazione è pari all’offerta di lavoro.

Figura 15.8e La curva di indifferenza è orizzontale quando l’occupazione è pari all’offerta di lavoro.

La migliore combinazione

Il punto F rappresenta quella che il governo considera la migliore possibile combinazione di inflazione e disoccupazione.

Figura 15.8f Il punto F rappresenta quella che il governo considera la migliore possibile combinazione di inflazione e disoccupazione.

L’insieme possibile

Il governo sceglie tra le combinazioni della curva di Phillips.

Figura 15.8g Il governo sceglie tra le combinazioni possibili sulla curva di Phillips.

La combinazione ottimale

Tra quelle possibili (cioè quelle sulla curva di Phillips), la combinazione ottimale è identificata dal punto C.

Figura 15.8h Tra quelle possibili (cioè quelle sulla curva di Phillips), la combinazione ottimale è identificata dal punto C.

Nel grafico di destra della figura sono riportate le curve di indifferenza e la curva di Phillips, che rappresenta l’insieme delle combinazioni possibili. Il governo opera con la politica fiscale e la politica monetaria per raggiungere il livello di domanda aggregata corrispondente ad un’occupazione indicata dal punto C, ovvero il punto sulla curva di Phillips più vicino ad F, che indica la combinazione preferita. Nel nostro esempio, il governo preferisce un’inflazione al 5% e una disoccupazione pari al 3% rispetto a una situazione in cui la disoccupazione si attesta al 6% e i prezzi sono costanti (inflazione pari a zero).

Esercizio 15.3 La curva di Phillips e le preferenze del governo

Con riferimento alla figura 15.8, rispondente alle seguenti domande.

  1. Quale sarebbe la forma delle curve di indifferenza se al governo interessasse soltanto mantenere bassa la disoccupazione? Quale punto sulla curva di Phillips verrebbe scelto in questo caso?
  2. E se al governo interessasse soltanto mantenere bassa l’inflazione? Quale sarebbe la scelta in questo caso?
  3. Ipotizzate che le pensioni non siano indicizzate all’inflazione. Quale sarebbe la forma delle curve di indifferenza se il governo, per essere rieletto, preferisse sostenere i pensionati più che i lavoratori?

15.5 Cosa è accaduto alla curva di Phillips?

Il modello nella figura 15.8 indica che le autorità di politica economica, attraverso strumenti appropriati, possono aggiustare il livello di domanda aggregata per selezionare una combinazione di inflazione e disoccupazione lungo la curva di Phillips. Osservando la figura 15.9 si nota tuttavia che il trade-off che intercorre fra le due variabili non è stabile.

La figura 15.9 mostra le combinazioni di inflazione e disoccupazione negli Stati Uniti durante il periodo 1960–2014 (sull’asse delle ascisse la disoccupazione si riduce muovendosi verso destra). La curva di Phillips tracciata sulla base dei dati degli anni Sessanta fornisce una rappresentazione accurata del trade-off in quel decennio. La stessa curva non è tuttavia coerente con i dati relativi agli altri periodi; la figura illustra come la curva di Phillips si è modificata nel tempo.

Curve di Phillips negli Stati Uniti (1960–2014).

Figura 15.9 Curve di Phillips negli Stati Uniti (1960–2014).

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Dov’è la curva di Phillips?

La figura mostra le combinazioni di inflazione e disoccupazione negli Stati Uniti per il periodo 1960–2014.

Figura 15.9a La figura mostra le combinazioni di inflazione e disoccupazione negli Stati Uniti per il periodo 1960–2014.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Una curva che si sposta

Possiamo utilizzare la figura per vedere come è cambiata la curva di Phillips nel tempo.

Figura 15.9b Possiamo utilizzare la figura per vedere come è cambiata la curva di Phillips nel tempo.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Gli anni Sessanta

La curva di Phillips (CP) negli anni Sessanta mostra che l’economia era in buona salute: gli Stati Uniti beneficiavano di combinazioni di bassa inflazione e disoccupazione.

Figura 15.9c La curva di Phillips (CP) negli anni Sessanta mostra che l’economia era in buona salute: gli Stati Uniti beneficiavano di combinazioni di bassa inflazione e disoccupazione.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Gli anni Settanta

Nei primi anni Settanta la curva sembra essersi spostata più in alto.

Figura 15.9d Nei primi anni Settanta la curva sembra essersi spostata più in alto.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Gli anni Settanta

La curva si sposta ancora più in alto alla fine degli anni Settanta.

Figura 15.9e La curva si sposta ancora più in alto alla fine degli anni Settanta.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Gli anni Ottanta

E si sposta ancora più in alto all’inizio degli anni ottanta, peggiorando ulteriormente il trade-off tra disoccupazione e inflazione.

Figura 15.9f E si sposta ancora più in alto all’inizio degli anni ottanta, peggiorando ulteriormente il trade-off tra disoccupazione e inflazione.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Gli anni Novanta

Dalla fine degli anni Novanta ad oggi la curva di Phillips è stata bassa e piatta.

Figura 15.9g Dalla fine degli anni Novanta ad oggi la curva di Phillips è stata bassa e piatta.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

Nella sua prolusione alla riunione annuale dell’American Economic Association, nel dicembre del 1967, Milton Friedman fornì una spiegazione dell’instabilità della curva. Riferendosi all’esperienza degli Stati Uniti di quegli anni, egli osservò che dal 1966 la disoccupazione si era mantenuta intorno al 3,7%, mentre l’inflazione era cresciuta dal 3% al 4,2%.

La sua tesi era che fosse possibile mantenere un tasso di disoccupazione al 3% solo al prezzo di un progressivo aumento dell’inflazione: “c’è sempre un trade-off temporaneo tra inflazione e disoccupazione, ma non ne esiste uno permanente”.2 Questo Helmut Schmidt lo sapeva, anche se non lo ammise di fronte ai suoi elettori.

Se non esiste un trade-off permanente, la curva di Phillips non rappresenta un insieme possibile nello stesso senso in cui lo è ad esempio la frontiera possibile del consumo; quest’ultima, infatti, non varia al variare della nostra scelta. Sulla base dei dati relativi a quanto accaduto in molti paesi alla fine degli anni Sessanta, Friedman mostrò che, al contrario, quando un governo prova a mantenere la disoccupazione a un livello “troppo basso” il risultato non è semplicemente un’inflazione elevata, ma un’inflazione crescente. Che l’inflazione è crescente significa che i prezzi aumentano ad un tasso sempre maggiore, e che la curva di Phillips si sposta sempre più in alto.

15.6 L’inflazione attesa e la curva di Phillips

Perché la curva di Phillips si sposta? Per quale motivo l’inflazione assume un andamento crescente se la disoccupazione è troppo bassa? Vedremo che esiste un solo tasso di disoccupazione per il quale l’inflazione è stabile: quello individuato dall’equilibrio nel mercato del lavoro. Per capire il punto dobbiamo riprendere due concetti familiari:

inflazione attesa
Il tasso di inflazione che gli agenti che fissano salari e prezzi si aspettano per il periodo successivo. Vedi anche: inflazione

Friedman aveva quindi ragione. Oltre ad avere evidenziato che il conflitto sulla divisione della torta tra lavoratori (richieste di salario) e imprese (profitto) era alla base dell’aumento dei prezzi, egli mostrò che l’inflazione continuava ad aumentare in presenza di ridotti livelli di disoccupazione. Ciò accadeva come risposta al modo in cui gli agenti formulavano le proprie aspettative sul tasso di inflazione futuro, la cosiddetta inflazione attesa.

L’inflazione attesa

Proviamo a spiegare il ruolo dell’inflazione attesa utilizzando la curva di Phillips. Nella figura 15.10 il mercato del lavoro è in equilibrio, il tasso di disoccupazione è al 6% e l’inflazione è al 3% (e non pari a zero come accadeva nella figura 15.7).

Se coloro che fissano prezzi e salari si aspettano che i prezzi aumentino del 3% annuo e il livello di domanda aggregata è “normale” e mantiene la disoccupazione al 6%, l’economia può rimanere in equilibrio e l’inflazione si mantiene stabile al 3%. Ogni anno salari e prezzi continuano a crescere del 3% e il mercato del lavoro rimane in equilibrio, con il salario reale in corrispondenza del punto i intersezione tra curva della fissazione del prezzo e curva della fissazione del salario (punto A).

Gap di contrattazione, inflazione attesa e curva di Phillips.

Figura 15.10 Gap di contrattazione, inflazione attesa e curva di Phillips.

Equilibrio nel mercato del lavoro

In equilibrio l’inflazione è al 3%, in linea con le aspettative.

Figura 15.10a In equilibrio l’inflazione è al 3%, in linea con le aspettative.

Se c’è un boom

Per livelli bassi di disoccupazione, il gap di contrattazione è del 2%.

Figura 15.10b Per livelli bassi di disoccupazione, il gap di contrattazione è del 2%.

Il nuovo tasso di inflazione

Nel punto B, l’inflazione è pari al 5%, somma dell’inflazione attesa più il gap di contrattazione.

Figura 15.10c Nel punto B, l’inflazione è pari al 5%, somma dell’inflazione attesa più il gap di contrattazione.

Consideriamo ora una fase di boom economico, durante il quale la disoccupazione scende al livello rappresentato dal punto B. Cosa accade all’inflazione? I lavoratori si attendono una crescita dei prezzi del 3% e chiedono un aumento salariale dello stesso ammontare, che lasci invariati i salari reali. Inoltre, l’aumento del loro potere contrattuale li porta a domandare un ulteriore 2% di aumento. Una crescita totale dei salari del 5% fa sì che l’impresa alzi i prezzi del 5%: questo è il tasso di inflazione nella fase di boom economico. Ciò determina una curva di Phillips come quella vista in precedenza, con la sola differenza che l’inflazione in corrispondenza dell’equilibrio invece di essere zero è ora del 3%. Quando l’inflazione è diversa da zero, il nesso causale che collega l’inflazione attesa e il gap di contrattazione all’inflazione è il seguente:

Calcoliamo il tasso di inflazione:

Il punto di Friedman è che con bassa disoccupazione l’inflazione non rimane al 5% indicato dal punto B. Vediamo perché.

Spostamenti della curva di Phillips

Con il protrarsi di una basso livello di disoccupazione i lavoratori non sono soddisfatti, in quanto non ottengono il salario reale sperato. I lavoratori, infatti, si aspettano un aumento del salario reale del 2% nel punto B a causa del aumento del 5% del salario nominale, ma non lo ottengono per effetto dell’aumento dei prezzi da parte delle imprese pari al 5%.

Non è finita: sappiamo che né le imprese né i lavoratori sono soddisfatti in caso di disoccupazione “troppo bassa”, poiché la somma delle loro richieste eccede la dimensione della torta. Supponiamo ora che i lavoratori si aspettino un’inflazione futura pari a quella verificatasi nell’anno precedente. Il dipartimento Risorse Umane deve prendere in considerazione il fatto che i lavoratori si aspettano un aumento dei prezzi pari al 5%. Alternativamente, possiamo ipotizzare che il dipartimento Risorse Umane includa l’inflazione dell’ultimo anno nei criteri di determinazione della retribuzione, per compensare la riduzione del salario reale percepito dai lavoratori per effetto di un’inflazione rivelatasi superiore alle attese. Affinché i lavoratori ottengano un aumento del salario reale del 2%, i salari nominali devono crescere del 7%. Il processo descritto continua e l’inflazione cresce progressivamente.

La tabella 15.1 riassume la situazione, confrontando ciò che accade in un arco temporale di tre anni in corrispondenza di tassi di disoccupazione pari al 6% e al 3%. Essa riporta per ciascun periodo le aspettative degli individui sull’inflazione futura (che ipotizziamo si basino sull’inflazione osservata nell’anno precedente), il tasso di disoccupazione, il gap di contrattazione e, nell’ultima colonna, il risultante tasso di inflazione, ottenuto come somma delle aspettative sul tasso futuro e del gap di contrattazione.

Anno Inflazione attesa (= inflazione anno passato) Disoccupazione Gap di contrattazione Tasso di inflazione
Inflazione 1 3% 6% 0 3%
stabile 2 3% 6% 0 3%
3 3% 6% 0 3%
Inflazione 1 3% 3% 2% 5%
crescente 2 5% 3% 2% 7%
3 7% 3% 2% 9%

Curve di Phillips instabili: inflazione attesa e gap di contrattazione.

Tabella 15.1 Curve di Phillips instabili: inflazione attesa e gap di contrattazione.

I nessi causali che portano dall’inflazione precedente a quella successiva possono essere così riassunti:

Per calcolare il tasso di inflazione:

Riportiamo i dati forniti dalla tabella 15.1 nel grafico della curva di Phillips e del mercato del lavoro della figura 15.11. Il caso di inflazione stabile negli anni corrisponde al punto A, con disoccupazione al 6% e inflazione al 3%. Per un livello di disoccupazione inferiore (ad esempio al 3%), quando l’inflazione attesa sale dal 3% al 5% la curva di Phillips si sposta verso l’alto, dalla curva passante per il punto B a quella passante per il punto C.

Aspettative di inflazione e curva di Phillips.

Figura 15.11 Aspettative di inflazione e curva di Phillips.

Equilibrio nel mercato del lavoro

Nel punto di equilibrio A l’inflazione è al 3%, in linea con le aspettative.

Figura 15.11a Nel punto di equilibrio A l’inflazione è al 3%, in linea con le aspettative.

Effetti di un boom: il primo periodo

Per livelli bassi di disoccupazione, il gap di contrattazione è del 2%. L’inflazione è uguale alla somma del gap e dell’inflazione attesa. Si raggiunge il punto B.

Figura 15.11b Per livelli bassi di disoccupazione, il gap di contrattazione è del 2%. L’inflazione è uguale alla somma del gap e dell’inflazione attesa. Si raggiunge il punto B.

Effetti di un boom: il secondo periodo

Nel periodo successivo, con la disoccupazione ancora al 3%, l’inflazione è uguale all’inflazione attesa più il gap di contrattazione; la curva di Phillips si sposta verso l’alto in seguito all’aumento dell’inflazione attesa. Si raggiunge il punto C.

Figura 15.11c Nel periodo successivo, con la disoccupazione ancora al 3%, l’inflazione è uguale all’inflazione attesa più il gap di contrattazione; la curva di Phillips si sposta verso l’alto in seguito all’aumento dell’inflazione attesa. Si raggiunge il punto C.

tasso di disoccupazione che stabilizza l’inflazione
Il tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale l’inflazione è costante. In passato è stato spesso indicato come ‘tasso naturale’ di disoccupazione. Vedi anche: disoccupazione

Tracciando il grafico dell’andamento dell’inflazione nel tempo (figura 15.12) è possibile distinguere l’effetto del gap di contrattazione e quello dell’inflazione attesa. In quest’esempio, il gap di contrattazione si forma nel primo anno a seguito della riduzione della disoccupazione. L’ipotesi che la disoccupazione rimanga al di sotto del tasso di disoccupazione che stabilizza l’inflazione si riflette nella persistenza di un gap di contrattazione. Poiché l’inflazione dell’anno precedente si traduce in un’aspettativa di inflazione e quindi determina inflazione dei salari e dei prezzi, l’inflazione continua a crescere periodo dopo periodo. Osserviamo che il salario reale non varia, ma rimane sulla curva della fissazione del prezzo.

Inflazione, inflazione attesa e gap di contrattazione.

Figura 15.12 Inflazione, inflazione attesa e gap di contrattazione.

Gap di contrattazione pari a zero

L’inflazione è pari a quella attesa: 3%.

Figura 15.12a L’inflazione è pari a quella attesa: 3%.

Primo anno

All’inizio del primo anno successivo al determinarsi del gap di contrattazione, l’inflazione è pari al gap (2%) più l’inflazione attesa (3%).

Figura 15.12b All’inizio del primo anno successivo al determinarsi del gap di contrattazione, l’inflazione è pari al gap (2%) più l’inflazione attesa (3%).

Secondo anno

All’inizio del secondo anno, senza cambiamenti nel gap di contrattazione, l’inflazione arriva al 7%, pari al gap di contrattazione più l’inflazione attesa.

Figura 15.12c All’inizio del secondo anno, senza cambiamenti nel gap di contrattazione, l’inflazione arriva al 7%, pari al gap di contrattazione più l’inflazione attesa.

… e gli anni successivi

Finché il gap rimane invariato l’inflazione continua ad aumentare anno dopo anno.

Figura 15.12d Finché il gap rimane invariato l’inflazione continua ad aumentare anno dopo anno.

Esercizio 15.4 Uno shock negativo di domanda con elevata disoccupazione

Copiate la figura 15.11, assicurandovi di lasciare molto spazio alla sinistra del segno corrispondente al livello di disoccupazione del 6%. Assumete che, a partire dal punto A, in seguito ad uno shock negativo della domanda del settore privato (es. una riduzione degli investimenti), il tasso di disoccupazione salga al 9%.

  1. Indicate per i nuovi valori di disoccupazione, inflazione, inflazione attesa e gap di contrattazione.
  2. Assumendo che non si verifichi alcuna variazione della disoccupazione, cosa prevedete che accada all’inflazione nei due anni successivi?
  3. Tracciate le curve di Phillips e fornite una breve spiegazione delle conclusioni che avete raggiunto

Esercizio 15.5 Inflazione, inflazione attesa e gap di contrattazione

Usando un grafico analogo a quello della figura 15.12 per tracciare inflazione, inflazione attesa e gap di contrattazione, assumete che il livello dei prezzi sia costante nel periodo zero, che l’economia entri in recessione all’inizio del primo periodo 1 e che la disoccupazione rimanga costante ad un livello elevato fino all’inizio del periodo 6.

  1. Tracciate il sentiero corrispondente all’evoluzione del gap di contrattazione.
  2. Tracciate i sentieri corrispondenti all’evoluzione dell’inflazione e dell’inflazione attesa.
  3. Fornite una breve spiegazione del perché il gap di contrattazione potrebbe essere scomparso e riassumete le vostre conclusioni, indicando le ipotesi che state utilizzando.

Domanda 15.6 Scegli le risposte corrette

Nella figura 15.9 sono riportati i tassi di inflazione e di disoccupazione negli USA per il periodo 1960–2014 (Fonte: Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED). Sulla base della figura, quali delle seguenti affermazioni sono corrette?

  • La curva di Phillips si mantiene stabile nel tempo.
  • La curva di Phillips si sposta verso l’alto nel corso del periodo considerato.
  • Per gli anni Sessanta la curva di Phillips indica che una diminuzione del 2% della disoccupazione si accompagna ad una crescita del 2-3% dell’inflazione.
  • Nel periodo recente nell’economia statunitense si è verificata una riduzione del tasso di inflazione con un impatto molto limitato sul tasso di disoccupazione.
  • L’affermazione è chiaramente falsa sulla base del grafico.
  • La curva di Phillips si è spostata verso l’alto fino agli anni Ottanta, ma nel periodo successivo si è abbassata.
  • Questi valori emergono guardando alla pendenza della curva negli anni Sessanta.
  • Al contrario, una curva piatta indica che una piccola diminuzione dell’inflazione si accompagna ad un rilevante aumento della disoccupazione, o anche che una notevole riduzione della disoccupazione si accompagna ad un aumento ridotto dell’inflazione.

Domanda 15.7 Scegli le risposte corrette

La figura 15.11 rappresenta il modello del mercato del lavoro e la curva di Phillips che incorpora le aspettative sull’inflazione. Sulla base della figura, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • L’equilibrio del mercato del lavoro si ha nel punto in cui la disoccupazione è al 6% e l’inflazione è a zero.
  • Se la disoccupazione scende al 3%, la curva di Phillips si sposta immediatamente verso l’alto.
  • Il gap di contrattazione torna a zero dopo la decisione su salari e prezzi.
  • Spostamenti verso l’alto della curva di Phillips rappresentano un aumento dell’inflazione per ogni dato tasso di disoccupazione.
  • In questo grafico, il mercato del lavoro è in equilibrio quando l’inflazione è al 3% sulla curva di Phillips più bassa. Tuttavia, al tasso di disoccupazione di equilibrio del 6% l’inflazione è costante qualunque sia il suo livello iniziale. La curva di Phillips non si sposta quando il mercato del lavoro è al suo livello di equilibrio.
  • Con la disoccupazione al 3% ci si muove lungo la curva di Phillips e i salari aumentano fino al 5%. Lo spostamento della curva si ha nel periodo successivo, quando l’inflazione corrente si traduce in inflazione attesa per il periodo successivo.
  • Con la disoccupazione stabile al 3% il gap rimane fermo al 2%. Ciò causa ulteriori aumenti del tasso di inflazione.
  • La curva di Phillips continua a spostarsi verso l’alto finché persiste un gap di contrattazione, determinato dal basso livello di disoccupazione.

15.7 Inflazione e shock di offerta

Friedman aveva dunque ragione su due punti:

Un’inflazione elevata e crescente può tuttavia avere anche altre cause. La curva di Phillips si sposta verso l’alto se la curva della fissazione del prezzo si sposta verso il basso o quella della fissazione del salario verso l’alto. Come mostrato nella figura 15.2, se il potere degli imprenditori cresce rispetto a quello dei consumatori, il dipartimento Marketing alza i prezzi innescando una spirale di prezzi e salari. In quell’esempio, la forza contrattuale degli imprenditori nella nostra economica aumenta perché il governo ha adottato politiche che hanno creato barriere all’entrata per le imprese estere. Analogamente, un aumento del potere contrattuale dei lavoratori rispetto agli imprenditori può generare una spirale di salari e prezzi crescenti, poiché i sindacati possono esercitare maggior pressione per ottenere dal dipartimento Risorse Umane salari più elevati.

shock di offerta
Una variazione inattesa sul lato dell’offerta, come una variazione del prezzo delle materie prime (es. il petrolio) o un miglioramento tecnologico.
shock di domanda
Una variazione inattesa della domanda aggregata, come un aumento o una riduzione del consumo autonomo, dell’investimento o delle esportazioni nette.

Gli shock che spostano la curva di Phillips attraverso variazioni dell’equilibrio nel mercato del lavoro sono detti shock di offerta, in quanto il mercato del lavoro rappresenta il lato produzione (offerta) dell’economia. Essi differiscono dagli shock di domanda, come una variazione degli investimenti o dei consumi, che agiscono sul livello della domanda aggregata. Mentre uno shock negativo di domanda aumenta la disoccupazione e riduce l’inflazione, uno shock negativo di offerta negativo può portare ad un aumento contestuale di disoccupazione e inflazione.

Anche i cambiamenti nell’economia globale possono generare shock di offerta che innescano processi inflazionistici. Un fattore particolarmente importante per comprendere gli spostamenti della curva di Phillips, come quelli riportati nella figura 15.9 per l’economia statunitense, è rappresentato dalle variazioni del prezzo del petrolio. Il modello del mercato del lavoro e la curva di Phillips possono spiegare perché un incremento di questa variabile possa portare a un aumento una tantum, al momento dello shock, del livello dei prezzi e un’inflazione crescente nel tempo.

Al fine di illustrare il punto, mostriamo che un aumento del prezzo del petrolio:

Un aumento del prezzo del petrolio spinge verso il basso la curva dei prezzi. Nel processo di produzione l’impresa utilizza generalmente del petrolio importato. Se il suo prezzo aumenta, i profitti dell’impresa possono rimanere invariati solo se i salari reali diminuiscono. Dal punto di vista del sistema economico, quando il valore delle importazioni aumenta la “torta nazionale” da dividere fra imprenditori e lavoratori si riduce.

Quando il costo del petrolio importato cresce, le imprese alzano i prezzi per proteggere i margini di profitto. Se tutte le imprese si comportano così, il livello dei prezzi aumenta, riducendo il salario reale dei lavoratori e spostando la curva dei prezzi verso il basso (nell’Einstein si spiega nel dettaglio come modificare la curva della fissazione del prezzo quando le imprese utilizzano come input beni importati). L’aumento dei prezzi soddisfa le imprese, ma la corrispondente diminuzione del salario reale non accontenta i lavoratori. Dato il livello iniziale di occupazione, un aumento del prezzo del petrolio, mediante il suo effetto sul livello dei prezzi, genera quindi un gap di contrattazione tra il salario reale sulla curva della fissazione del prezzo e quello individuato sulla curva della fissazione del salario, e innesca una spirale di prezzi e salari crescenti.

Nella figura 15.13 si osserva uno spostamento verso il basso della curva dei prezzi a causa di uno shock petrolifero. In questo esempio, lo shock crea un gap di contrattazione del 2% (differenza tra le due curve della fissazione del salario e del prezzo). Come riportato nella figura 15.12, nella quale compare nel primo anno un gap di contrattazione del 2%, l’inflazione cresce dal 3% al 5% e, per effetto delle aspettative, l’inflazione cresce anno dopo anno, spostando progressivamente verso l’alto la curva di Phillips.

Uno shock petrolifero e la curva della fissazione del prezzo.

Figura 15.13 Uno shock petrolifero e la curva della fissazione del prezzo.

Equilibrio nel mercato del lavoro

Lo stato iniziale è rappresentato dal punto A.

Figura 15.13a Lo stato iniziale è rappresentato dal punto A.

Lo shock petrolifero

Il prezzo del greggio aumenta, abbassando la curva della fissazione del prezzo.

Figura 15.13b Il prezzo del greggio aumenta, abbassando la curva della fissazione del prezzo.

Il gap di contrattazione

Se il livello della domanda aggregata mantiene l’economia nel punto A, si determina un gap di contrattazione positivo e l’inflazione cresce nel tempo.

Figura 15.13c Se il livello della domanda aggregata mantiene l’economia nel punto A, si determina un gap di contrattazione positivo e l’inflazione cresce nel tempo.

Il nuovo equilibrio

Il nuovo equilibrio nel mercato del lavoro è rappresentato dal punto B, cui corrisponde un più alto tasso di disoccupazione.

Figura 15.13d Il nuovo equilibrio nel mercato del lavoro è rappresentato dal punto B, cui corrisponde un più alto tasso di disoccupazione.

Finché l’occupazione rimane al livello iniziale (prima dello shock petrolifero) l’inflazione aumenta in ogni periodo, come illustrato nella figura 15.12. Il nuovo equilibrio del mercato del lavoro e il corrispondente nuovo livello di occupazione che stabilizza l’inflazione sono mostrati nella figura 15.13. La disoccupazione di equilibrio, individuata dal punto di intersezione fra la curva della fissazione del salario e la nuova curva della fissazione del prezzo, è adesso più elevata.

Gli shock petroliferi sono una della maggiori fonti di perturbazioni macroeconomiche. A seguito dello shock dei primi anni Settanta l’inflazione media annua negli Stati Uniti aumentò dal 6,2% nel 1973 al 9,1% nel 1975, e lo stesso andamento si registrò in tutte le economie sviluppate; negli stessi anni in Italia l’inflazione salì dal 10,8% al 17,2%. Nella quasi totalità parte dei paesi, tale aumento dell’inflazione si accompagnò ad un aumento della disoccupazione, che negli Stati Uniti passò dal 4,9% del 1973 all’8,5% del 1975.

Possiamo vedere nella figura 15.14 i dati relativi al Regno Unito: negli anni Settanta si verificarono due grandi recessioni dovute a shock petroliferi, nel 1973-74 e a nel 1979-80. In entrambi i casi la disoccupazione e l’inflazione salirono ai livelli più alti mai registrati dalla fine della Seconda guerra mondiale (si può osservare l’effetto sull’inflazione nelle figure 13.18 e 13.19).

Prezzo reale del greggio e crescita del PIL nel Regno Unito (1950–2015).

Figura 15.14 Prezzo reale del greggio e crescita del PIL nel Regno Unito (1950–2015).

L’elevata inflazione degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta si accompagnò in molti paesi ad un’elevata disoccupazione. Nel Regno Unito il tasso di disoccupazione arrivò a toccare il 12% a metà degli anni Ottanta. Il modello studiato ci aiuta a capire perché l’aumento del prezzo del petrolio porti a un’inflazione crescente e a una disoccupazione elevata, e consente anche di capire perché il ritorno a valori di inflazione più contenuti richieda un’elevata disoccupazione. Nell’ambito del modello, è possibile ridurre l’inflazione soltanto in due modi:

Se la disoccupazione è sufficientemente elevata, il gap di contrattazione avrà un valore negativo e l’inflazione diminuirà. Ricordiamo che, perché il gap di contrattazione sia negativo, il tasso di disoccupazione deve essere maggiore del livello che stabilizza l’inflazione. Una volta che l’inflazione ha iniziato a scendere, continua a farlo: la curva di Phillips si sposta verso il basso e l’economia segue a ritroso il percorso illustrato nella figura 15.12.

Inflazione e disoccupazione nel Regno Unito (1950–2015).

Figura 15.15 Inflazione e disoccupazione nel Regno Unito (1950–2015).

La figura 15.15 mostra i livelli di disoccupazione e inflazione per l’economia britannica dal 1950 al 2014. I punti sono uniti da una spezzata che segue il sentiero temporale di queste variabili e datati, così da evidenziarne l’evoluzione. Osserviamo che il grande incremento della disoccupazione negli anni Ottanta è associato ad una diminuzione dell’inflazione; talvolta si parla di costo della disinflazione.

Qui c’è però un rebus: per quale ragione il terzo shock petrolifero, quello del 2002-08, non ha prodotto un aumento dell’inflazione com’era accaduto nei casi precedenti? Quanto abbiamo detto in questo paragrafo dovrebbe fornire un punto di partenza per analizzare tale questione e un ulteriore aiuto può venire dalla lettura di quanto sostenuto dall’economista David Walton.3 A partire da questi suggerimenti, possiamo formulare alcune ipotesi:

Cosa potrebbe impedire il formarsi di aspettative inflazionistiche? Nel prossimo paragrafo esamineremo il ruolo della politica monetaria.

Esercizio 15.6 Shock del petrolio

Pensate alle tre ipotesi riportate nel testo relative al terzo shock petrolifero. Per ciascuna di esse:

  1. spiegate graficamente il meccanismo che lega lo shock all’inflazione;
  2. trovate dei riscontri all’ipotesi proposta (dati o commenti su riviste economiche).

Einstein La curva dei prezzi e i materiali d’importazione

Nell’Einstein del Capitolo 9 abbiamo spiegato come la curva dei prezzi per il sistema economico venga determinata dalle decisioni delle singole imprese. Qui invece andiamo direttamente all’analisi del sistema economico. Le imprese di un’economia utilizzando come input sia beni prodotti da altre imprese dell’economia sia beni importati. Quando aggreghiamo tutte le imprese di un’economia, abbiamo dunque due tipi di costi da considerare: il costo del lavoro e quello del materiale importato (stiamo qui escludendo il costo opportunità dei beni capitali di proprietà dell’imprenditore usati nella produzione).

Nel Capitolo 9 abbiamo assunto che (a parte i beni capitali dell’impresa) non vi fossero altri input oltre il lavoro e che l’unico costo fosse il pagamento dei salari. In quel caso, il valore della produzione di un’impresa era uguale al suo valore aggiunto. Espresso in termini unitari (per lavoratore), esso veniva diviso tra salari e profitti:

Qui, invece, consideriamo anche le importazioni di input (come il petrolio) necessari per produrre. L’espressione del prodotto per lavoratore deve essere dunque modificata come segue:

È dunque chiaro che, diversamente dal Capitolo 9 in cui il valore della produzione era suddiviso solo tra lavoro e capitale, abbiamo ora tre componenti: il costo del lavoro, il costo del materiale importato e i profitti. Ciò, come vedremo, incide sulla curva della fissazione del prezzo.

Nell’Einstein del Capitolo 9, rappresenta il valore aggiunto per lavoratore (la produttività del lavoro). Adesso, avendo altri fattori produttivi oltre il lavoro, definiamo come le unità di prodotto per lavoratore, che non coincide con la produttività del lavoro perché la produzione adesso è maggiore del valore aggiunto (di un ammontare pari alla quota rappresentata dal materiale importato).

Poiché è il prodotto per lavoratore (la produttività del lavoro) e è il salario nominale, il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) è:

Considerando ora anche il costo del materiale importato per unità di prodotto (CMUP), ricaviamo i costi unitari (CU):

Definiamo quindi il markup, , come la quota di prezzo che rappresenta i profitti dell’impresa (ciò che rimane dopo aver sottratto i costi unitari):

Osserviamo che CMUP/P e CLUP/P rappresentano rispettivamente il costo dei materiali importati e il costo del lavoro, espressi entrambi come quota del prezzo unitario del prodotto. Supponiamo, ad esempio, che il prezzo sia pari a 5 €, i costi unitari dei materiali importati ammontino a 1 € e il costo unitario del lavoro sia 2,5 €. I materiali importati corrispondono al 20% del costo, i salari ne rappresentano il 50% e la quota dei profitti (markup) è pari a:

Sostituendo CLUP = W/q, abbiamo:

Moltiplicando entrambi i membri per q e ricordando che nel nostro modello P è sia il prezzo del prodotto della singola impresa sia il livello dei prezzi nell’economia, si ottiene la curva della fissazione del prezzo:

Questo dimostra che il salario reale per lavoratore è uguale al prodotto per lavoratore, q, diminuito del markup, (corrispondente ai profitti dell’imprenditore) e della quota CMUP/P destinata ai produttori esteri che forniscono gli input importati. Un aumento del costo unitario degli input importati, come un aumento del prezzo del petrolio, sposta dunque la curva della fissazione del prezzo verso il basso.

In assenza di input importati, e CMUP = 0, e l’espressione della curva della fissazione del prezzo si riduce a quella vista nel Capitolo 9:

Un altro modo di esprimere il markup

Come abbiamo visto nell’Einstein del Capitolo 9, il prezzo praticato da un’impresa che massimizza il profitto è determinato applicando ai costi un markup , che rappresenta la quota del prezzo destinata ai profitti; il markup è tanto minore quanto maggiore è il grado di concorrenza sul mercato del bene.

Per spiegare i processi inflazionistici, gli economisti spesso operano delle semplificazioni, escludendo dall’analisi il grado di concorrenza e concentrandosi sui modi in cui gli aumento dei costi contribuiscono all’aumento dei prezzi. A questo scopo, è utile disporre di un’equazione in grado di descrivere come le imprese determinino il prezzo al variare dei costi nell’ipotesi che il grado di concorrenza nel mercato dei beni (e dunque ) resti costante. L’equazione utilizzata è la seguente:

dove indica il markup come percentuale sui costi, CMUP è il costo dei materiali importati per unità di prodotto e CLUP il costo del lavoro per unità di prodotto.

L’equazione ci dice che se i costi unitari ammontano a 3 € e il markup m è pari al 10%, il prezzo sarà uguale a 3,30 €. Se vogliamo risalire a , lo possiamo calcolre come rapporto tra il margine di 0,30 € e il prezzo (anziché i costi), ovvero: = 0,30 €/3,30 € = 0,09, ovvero 9%.

L’utilizzo di m rende immediatamente evidente che, in presenza di un markup fisso, un aumento dei costi unitari comporta un aumento proporzionale dei prezzi.

Possiamo anche chiederci cosa accade a P quando ad aumentare è solo una parte dei costi, ad esempio il costo dei materiali importati. Assumendo che m rimanga costante, la variazione percentuale del prezzo è uguale a quella dei costi unitari totali:

Riscriviamo il lato destro dell’equazione dividendo numeratore e denominatore del primo termine per CMUP e numeratore e denominatore del secondo termine per CLUP:

ovvero:

La variazione percentuale di P è dunque data dalla somma di quelle di CMUP e CLUP, ciascuna pesata per le rispettive quote di costo unitario. Rendiamo il concetto più chiaro attraverso un esempio: immaginiamo un markup del 60%, un costo unitario pari a 5 €, dei quali 4 € relativi al lavoro e 1 € ai materiali importati; il prezzo è dunque . I salari rappresentano l’80% del costo; dunque, se essi aumentano del 10% il prezzo cresce dell’80% x 10% = 8%: i costi unitari aumentano a 4,4 € + 1 € = 5,4 € e il prezzo sale a (aumento dell’8%). In maniera analoga, se il prezzo delle importazioni, ad esempio, del petrolio, aumentasse del 10%, il prezzo crescerebbe del 20% x 10% = 2%.

15.8 La politica monetaria

Per analizzare l’effetto degli shock e le risposte di politica economica possiamo utilizzare la curva di Phillips e le curve di indifferenza del governo. Prima di tutto occorre però spiegare come la politica monetaria influenzi l’economia. Come abbiamo visto, è possibile spiegare come mai un’inflazione crescente o molto volatile sia considerata dannosa dagli agenti economici, ma non c’è ragione per considerare negativamente un’inflazione moderata. Anzi, molte banche centrali considerano come obiettivo della loro azione il mantenimento dell’inflazione ad un livello quanto più possibile prossimo al 2%. Sono esse stesse a fissare questo obiettivo, o su mandato dei governi dei rispettivi paesi.

Quando le banche centrali perseguono un tasso di inflazione del 2%, se ci chiediamo perché i prezzi aumentino del 2% la risposta migliore è: perché così vuole la banca centrale. Quando l’inflazione attesa è maggiore o minore del 2%, la banca centrale agisce come descritto nel Capitolo 10 per aggiustare il livello della domanda aggregata e dell’occupazione in modo da condurre l’economia verso l’obiettivo.

Quando possono, le banche centrali utilizzano quale principale strumento di politica monetaria le variazioni del tasso di interesse di riferimento. La possibilità di stabilizzare l’economia attraverso la politica monetaria si basa sulla capacità della banca centrale di controllare i tassi di interesse, e quindi sul fatto che le variazioni di questi influenzino la domanda aggregata. Ad esempio, prendere denaro a prestito è più oneroso quando i tassi di interesse sono più elevati. È importante ricordare che la banca centrale seleziona il tasso di interesse in termini nominali, ma ciò che influisce sulla spesa è il tasso di interesse reale. Nella sua azione, la banca centrale tiene dunque in considerazione le aspettative di inflazione, così che al tasso di interesse nominale selezionato corrisponda il tasso di interesse reale desiderato (maggiori informazioni sull’equazione di Fisher sono fornite nell’Einstein).

La trasmissione della politica monetaria

La figura 15.16 presenta il meccanismo di trasmissione della politica monetaria secondo il punto di vista della Bank of England. Il grafico illustra il percorso logico per il quale la decisione sul livello del tasso di interesse incide sulla domanda aggregata e sull’inflazione in situazioni “normali” (quando il tasso di interesse può essere utilizzato come strumento di politica monetaria). Esaminiamo ad una ad una le caselle della prima colonna nella figura 15.16.

I canali di trasmissione della politica monetaria.

Figura 15.16 I canali di trasmissione della politica monetaria.

La Bank of England.

Tassi di interesse di mercato

tasso di riferimento
Il tasso di interesse stabilito dalla banca centrale, applicato alle banche che prendono in prestito base monetaria da altre banche o dalla stessa banca centrale. Vedi anche: tasso di interesse reale, tasso di interesse nominale
tasso sui prestiti bancari
Il tasso di interesse medio richiesto dalle banche alle imprese e alle famiglie. Tipicamente questo tasso è superiore al tasso di riferimento: la differenza è detta markup o spread sui prestiti commerciali. Vedi anche: tasso di interesse, tasso di riferimento

Nel Capitolo 10 abbiamo visto che ciò che influenza la decisione di indebitarsi di famiglie e imprese è il tasso sui prestiti bancari). Quando la banca centrale abbassa il tasso di riferimento al fine di stimolare la spesa, il tasso di interesse di mercato generalmente diminuisce dello stesso ammontare. Per decidere il tasso di riferimento, la banca centrale ragiona dunque a ritroso, calcolando per prima cosa il livello di domanda aggregata desiderato. Essa:

  1. stima il livello di domanda aggregata totale, Y, in grado di stabilizzare l’economia, considerando l’equilibrio del mercato del lavoro e la curva di Phillips;
  2. determina il tasso di interesse reale, r, in grado di determinare il livello voluto di domanda aggregata, ovvero di spostare nella posizione desiderata la curva di domanda nel nel grafico del moltiplicatore;
  3. calcola, infine ,il tasso di riferimento nominale i che determina il tasso di interesse di mercato appropriato.

Pensiamo all’effetto di una diminuzione del tasso di interesse di mercato sulle decisioni riguardanti la costruzione di nuove abitazioni: il costo di indebitarsi per finanziare la costruzione di case si ridurrà e gli investitori considereranno realizzabile una maggior quantità di progetti edilizi. Attraverso questo canale, un tasso di riferimento più basso aumenta gli investimenti di imprese e famiglie, e uno più alto li riduce (si riveda la figura 14.9).

Prezzi delle attività finanziarie

Ci si riferisce qui alle attività finanziarie nell’economia, come i titoli pubblici e le azioni. Quando la banca centrale varia il tasso di interesse, si produce un effetto domino su tutti i tassi di interesse nell’economia, dai tassi sui mutui a quelli sui titoli pubblici ventennali. Come abbiamo visto nell’Einstein del Capitolo 10, se il tasso di interesse diminuisce, il prezzo delle attività finanziarie aumenta; le famiglie che possiedono le attività vedranno dunque aumentare la propria ricchezza, e questo le spingerà ad aumentare la spesa.

Fiducia e aspettative di profitto

Nei capitoli 13 e 14 abbiamo sottolineato l’importanza delle aspettative di profitto e della fiducia nelle decisioni di investimento delle imprese. Quando fissa il tasso di interesse, la banca centrale cerca di alimentare la fiducia attraverso una condotta di politica economica coerente e una buona comunicazione con il pubblico. Riducendo il tasso di riferimento e spiegando la decisione presa, la banca centrale può influenzare positivamente le aspettative di domanda delle imprese, stimolandole ad investire. In maniera simile, alimentando la fiducia delle famiglie riguardo al mantenimento dell’occupazione, essa può incoraggiare un maggior livello di spesa per consumi.

Il tasso di cambio

La politica monetaria esercita un effetto sulla domanda aggregata attraverso il tasso di cambio, che influenza le esportazioni nette (). Questo canale di trasmissione sarà oggetto del prossimo paragrafo.

Nel modello del moltiplicatore il canale di trasmissione dal tasso di interesse alla domanda aggregata interna è rappresentato dalla funzione degli investimenti (comprendente la domanda di nuove abitazioni), che dipende dal tasso di interesse reale. Indichiamo questa funzione con . Le aspettative e i prezzi della attività finanziarie spostano sia la funzione degli investimenti (come visto nella figura 14.5), sia quella dei consumi attraverso l’effetto su (figura 14.13).

Nel grafico del moltiplicatore l’intercetta della funzione di domanda aggregata sull’asse verticale include il valore degli investimenti, e dunque si sposta al variare del tasso di interesse selezionato dalla banca centrale o del grado di fiducia delle imprese. Se desidera stimolare l’economia durante un ciclo economico recessivo, la banca centrale taglia il tasso di interesse. Segnalando l’intenzione di sostenere la crescita, essa cerca anche di influenzare il livello di fiducia degli agenti economici (imprese e famiglie), al fine di spostare l’economia dall’equilibrio a bassi investimenti illustrato nella figura 13.16 a quello ad alti investimenti.

La figura 15.17 mostra il modo in cui, determinando una riduzione del tasso di interesse reale, la politica monetaria può essere utilizzata per stabilizzare l’economia in seguito ad una recessione causata da una diminuzione dei consumi (per esempio come risultato di una diminuzione della fiducia dei consumatori). In questo esempio, assumiamo che la riduzione del tasso di interesse al livello determini un aumento dei soli investimenti e non del consumo autonomo, che rimane costante al valore di .

Stabilizzare l’economia attraverso la politica monetaria.

Figura 15.17 Stabilizzare l’economia attraverso la politica monetaria.

Equilibrio nel mercato dei beni

Il mercato dei beni è inizialmente nel suo punto equilibrio A.

Figura 15.17a Il mercato dei beni è inizialmente nel suo punto equilibrio A.

L’effetto di una recessione

La diminuzione dei consumi abbassa la curva della domanda aggregata, portando l’economia in recessione (ci si sposta da A a B).

Figura 15.17b La diminuzione dei consumi abbassa la curva della domanda aggregata, portando l’economia in recessione (ci si sposta da A a B).

La politica monetaria

Per stabilizzare l’economia la banca centrale stimola gli investimenti riducendo il tasso di interesse reale da a . Ciò sposta in alto la curva della domanda aggregata, spingendo il sistema economico verso la sua condizione iniziale (fuori dalla recessione).

Figura 15.17c Per stabilizzare l’economia la banca centrale stimola gli investimenti riducendo il tasso di interesse reale da a . Ciò sposta in alto la curva della domanda aggregata, spingendo il sistema economico verso la sua condizione iniziale (fuori dalla recessione).

Alcune avvertenze

L’analisi effettuata con l’aiuto del grafico della figura 15.17 potrebbe aver ingenerato la convinzione che la banca centrale, attraverso un’accurata diagnosi dello shock e un preciso intervento sui tassi, sia effettivamente in grado di stabilizzare l’economia. Purtroppo non è così: l’economia invia segnali spesso confusi e di difficile interpretazione; è difficile decidere, ad esempio, se un basso livello di domanda aggregata stia indicando un fenomeno passeggero o una debolezza di lungo periodo. I modelli servono per fare chiarezza sulle relazioni di causalità che intercorrono tra le diverse variabili economiche e sulle possibilità e modalità di intervento del governo, ma sono ben lungi dal fornire la ricetta perfetta per un’efficace azione di stabilizzazione.

La figura 15.17 mostra il modo in cui la banca centrale può tentare di contrastare una recessione; ma come deve reagire a un boom nei consumi? La risposta è semplice: serve una politica opposta. Un boom sposta la curva di domanda verso l’alto, la banca centrale deve alzare il livello del tasso di interesse, frenando la domanda e riportandola nella posizione di partenza. Potremmo chiederci perché si debba porre un freno ad un boom economico. La curva di Phillips suggerisce che in una fase di espansione economica l’inflazione aumenti e, quando le aspettative si adeguano sulla base dell’inflazione passata, tale aumento può continuare indefinitamente. Un’inflazione elevata impone dei costi all’economia.

La politica monetaria può essere utilizzata dalla banca centrale per stabilizzare l’economia in una fase di restrizione economica, ma lo stesso obiettivo potrebbe essere raggiunto tramite politiche fiscali espansive (taglio delle imposte o aumento della spesa pubblica). Perché allora utilizzare la politica monetaria? Una ragione è che le politiche fiscali sono più complesse e meno flessibili, mentre la banca centrale può aggiustare il tasso di interesse con maggiore frequenza (ad esempio, su base mensile) operando piccole variazioni per mantenere la domanda aggregata vicino al livello desiderato. Ci sono tuttavia due importanti limiti che vincolano la capacità della politica monetaria di stabilizzare l’economia:

Il limite inferiore del tasso di interesse

estremo inferiore del tasso di interesse
No definition available.
zero lower bound
Il limite allo possibilità per la banca centrale di stimolare l’economia tramite la politica monetaria dovuto al fatto che i tassi di interesse nominali non possano assumere valori negativi.

Se il tasso di interesse di riferimento fosse negativo, le persone non depositerebbero il loro denaro in banca, perché dovrebbero pagare la banca per farle accettare il loro denaro (questo è quel che significa un tasso di interesse negativo). Lo zero rappresenta, per il tasso di interesse nominale, un limite inferiore (si parla di zero lower bound). Tale limite diventa rilevante nel caso di una recessione, visto che un tasso di interesse nominale pari a zero può non essere sufficientemente basso da generare un tasso di interesse reale in grado di stimolare la spesa e quindi l’economia. Ricordiamo che il tasso di interesse reale è uguale a quello nominale meno l’inflazione, dunque la presenza di un limite inferiore a zero del tasso nominale significa che il tasso di interesse reale non può scendere al di sotto di un valore pari a meno il tasso di inflazione (il tasso di inflazione cambiato di segno). Dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale i tassi di interesse di riferimento di molte economie sono stati ridotti a zero, ma questo non è stato sufficiente per riportare il livello di domanda aggregata al valore corrispondente all’equilibrio nel mercato del lavoro. Per questa ragione, alcuni economisti sostengono che i paesi con un obiettivo inflazionistico del 2% dovrebbero portarlo al 4%, così da consentire al tasso di interesse reale di diminuire ulteriormente in caso di recessione.

quantitative easing (QE)
L’acquisto da parte di una banca centrale di titoli finanziari, con lo scopo di ridurre i tassi di interesse su quegli stessi titoli. Vi si può ricorrere quando la politica monetaria tradizionale si rivela inefficace perché il tasso di interesse di riferimento ha raggiunto il limite inferiore (zero lower bound). Vedi anche: zero lower bound

Questo è anche il motivo per il quale le economie colpite duramente dalla crisi finanziaria globale hanno introdotto un nuovo tipo di politica monetaria: il quantitative easing (QE), che consente di aumentare la domanda aggregata attraverso l’acquisto di attività finanziarie anche quando il tasso di interesse di riferimento è uguale a zero.

Il funzionamento del Quantitative Easing

Il Quantitative Easing (QE) prevede che

La banca centrale può impiegare il QE per tentare di ridurre il tasso di interesse di una pluralità di strumenti finanziari anche quando il tasso di riferimento è pari a zero. L’esperienza di questi anni suggerisce tuttavia che gli effetti del QE sull’aumento della domanda aggregata, benché positivi, siano modesti.

La rinuncia a una politica monetaria nazionale

unione monetaria
Un gruppo di Paesi che usano la stessa valuta e che quindi condividono la stessa politica monetaria.

Non tutti i paesi hanno a disposizione lo strumento della politica monetaria. I membri dell’Eurozona, ad esempio, vi hanno rinunciato nel momento in cui hanno deciso di realizzare un’unione monetaria, ovvero di utilizzare una valuta comune, l’euro. Ciò significa che esiste una sola politica monetaria per l’intera Eurozona. A scegliere il tasso di riferimento per l’Eurozona è la Banca Centrale Europea (BCE), con sede a Francoforte, che controlla la base monetaria usata da tutte le banche dell’Eurozona. Il tasso di riferimento selezionato può essere più appropriato per alcuni stati e meno per altri; in particolare, dopo la crisi finanziaria, la disoccupazione era bassa e in calo in paesi come la Germania e alta e in (rapido) aumento nei paesi del Sud Europa come la Spagna e la Grecia. Questi ultimi paesi si sono lamentati per la scelta della BCE di mantenere a lungo una politica monetaria restrittiva a vantaggio dei primi.

Esercizio 15.7 Politica fiscale o monetaria?

Ripensate alla discussione sulle finanze del governo del Capitolo 14.

  1. In caso di crisi finanziaria è preferibile utilizzare la politica fiscale o quella monetaria per stabilizzare l’economia?
  2. Quali sono i rischi connessi alla politica fiscale?
  3. In che situazione il governo non ha altra scelta se non utilizzare la politica fiscale?

Domanda 15.8 Scegli le risposte corrette

Quali delle seguenti affermazioni riguardo alla politica monetaria sono corrette?

  • Quando i tassi di interesse scendono, il prezzo delle attività sale.
  • Parlando di zero lower bound ci riferiamo all’impossibilità per la banca centrale di far scendere il tasso di interesse reale sotto lo zero.
  • Il Quantitative Easing prevede che la banca centrale riduca il tasso di riferimento.
  • Nell’ambito di un’unione monetaria non è possibile controllare il tasso di interesse.
  • La spiegazione è nell’Einstein del capitolo 10.
  • Il tasso reale può scendere sotto lo zero (è sufficiente che l’inflazione sia maggiore del tasso nominale, come indicato dall’equazione di Fisher). Il vincolo dello zero lower bound vale per il tasso di interesse nominale.
  • Il Quantitative Easing prevede che la banca centrale acquisti titoli e altre attività finanziarie, spostandone loro domanda verso destra, e quindi aumentandone i prezzi e riducendone i rendimenti.
  • I paesi membri di un’unione monetaria perdono la capacità di controllare il tasso di interesse a livello nazionale. Il tasso viene fissato dalla banca centrale (la BCE nel caso dell’euro) per l’intera unione.

Einstein Il tasso di interesse reale e l’equazione di Fisher

Come appreso nel Capitolo 10, il tasso di interesse indica quanti euro (o dollari, sterline o altra moneta) dobbiamo pagare in futuro per ottenere un euro in prestito oggi. Se siamo creditori, indica quanti dollari riceveremo in futuro per rinunciare all’uso di un euro oggi.

I tassi di interesse che vediamo quotati in banca o sul sito della banca sono espressi in termini nominali, ovvero non prendono in considerazione l’inflazione, ma ciò a cui è interessato veramente un creditore è sapere quanti beni potrà acquistare in futuro rinunciando al consumo presente, e ciò che importa a un debitore non sono gli interessi misurati in euro, bensì la quantità di beni cui dovrà rinunciare in futuro per il pagamento di tali interessi. Il costo opportunità di un prestito è rappresentato dai beni, non dalla moneta, a cui si deve rinunciare. Per operare questa distinzione, occorre prendere in considerazione l’inflazione.

Le famiglie e le imprese prendono decisioni sulla base dei tassi di interesse reali: le imprese valutano la qualità degli investimenti sulla base dei tassi di interesse reali, mentre i creditori chiedono un interesse sui prestiti effettuati più elevato se si aspettano che l’inflazione eroda i loro margini di guadagno futuri.

L’equazione del tasso di interesse reale è conosciuta come equazione di Fisher (abbiamo già incontrato Irving Fisher nel Capitolo 2, descrivendo il suo modello idraulico dell’economia). L’equazione di Fisher afferma che il tasso di interesse reale (% annuo) è uguale a quello nominale (% annuo) meno l’inflazione attesa dell’anno successivo:

Nella valutazione di un progetto di investimento, bisogna tenere conto del tasso atteso di inflazione atteso. Dato il tasso di interesse nominale, maggiore l’inflazione, minore il tasso di interesse reale e il costo reale di finanziamento. Quando ci si aspetta che i prezzi diminuiscano nel corso del prossimo anno (inflazione attesa negativa, deflazione attesa), il tasso di interesse reale è maggiore di quello nominale.

15.9 Il tasso di cambio come canale di trasmissione della politica monetaria

tasso di cambio
Indica la quantità di valuta nazionale necessaria ad acquistare un’unità di valuta estera (quotazione incerto per certo), per cui il tasso aumenta in corrispondenza di un deprezzamento della valuta nazionale e diminuisce in corrispondenza di un suo apprezzamento. Nel caso dell’euro si usa la quotazione certo per incerto, per cui si esprime il tasso di cambio come unità di valuta estera necessarie ad acquistare un euro.

Negli Stati Uniti la politica monetaria si trasmette all’economia principalmente attraverso gli effetti del cambiamento del tasso di interesse sugli investimenti (soprattutto in nuove abitazioni e beni durevoli); ma in molte altre economie, in particolar modo quelle più piccole, un importante canale di trasmissione della politica monetaria è rappresentato dal tasso di cambio, che incide sulla competitività nei mercati internazionali e, quindi, sulle esportazioni nette.

Perché il tasso di interesse influisce sul tasso di cambio? Gran parte della domanda sui mercati valutari proviene dagli investitori che desiderano detenere e scambiare attività finanziarie in altri paesi; si tratta di investitori che cercano elevati rendimenti. Per questo motivo, se una banca centrale riduce il tasso di interesse, gli investitori internazionali sono meno attratti dalle attività finanziarie di quel paese e la relativa domanda diminuisce. Al ridursi della domanda di titoli, diminuisce anche la domanda di valuta necessaria ad acquistarli; ciò a sua volta determina un deprezzamento del cambio del paese, ovvero una riduzione dei prezzi dei beni da esso prodotti espressi nelle altre valute.

Prendiamo ad esempio il caso di una recessione dell’economia australiana causata da una diminuzione della domanda di investimenti. La banca centrale australiana reagisce tagliando il tasso di interesse; ciò riduce i rendimenti delle attività finanziarie australiani, rendendoli meno appetibili agli occhi degli investitori internazionali. Così, quando la banca centrale australiana riduce il tasso di interesse, diminuisce la domanda dei titoli trimestrali o decennali del Tesoro australiano. Se la domanda di titoli finanziari australiani si riduce, diminuirà anche la domanda di dollari australiani necessari per acquistare tali titoli.

La riduzione del tasso di interesse genera dunque un deprezzamento del dollaro australiano con il quale si acquisterà una quantità minore di euro, yuan cinesi o dollari statunitensi. Il deprezzamento stimola le esportazioni australiane rendendo le imprese domestiche più competitive, con un conseguente aumento della domanda aggregata e una stabilizzazione dell’economia. La maggiore domanda di beni interni esportati (aumento di X) e la minore domanda di beni e servizi importati dall’estero (riduzione di M) accrescono la domanda aggregata per i beni australiani.

Nei mercati valutari le diverse valute — ad esempio il dollaro australiano (AUD) e quello statunitense (USD) — sono scambiate l’una con l’altra. Nella quotazione cosiddetta incerto per certo si definisce il tasso di cambio come la quantità di valuta nazionale necessaria ad acquistare un’unità di valuta estera. Così

In alternativa, il tasso di cambio può essere definito con riferimento alla quotazione certo per incerto, cioè indicando le unità di valuta estera necessarie ad acquistare un’unità di valuta nazionale. È il caso dell’euro: un cambio euro/dollaro pari a 1,20 significa che servono 120 USD per acquistare 100 EUR

Quando aumenta la quantità di AUD che è possibile comprare con un USD, diremo che la prima valuta si deprezza. Quando invece un AUD acquista più USD, diciamo che il dollaro australiano si apprezza.

Un deprezzamento del tasso di cambio della valuta di un Paese ne favorisce le esportazioni rendendole più economiche, mentre le importazioni diventano più costose. Ad esempio, se una maglietta in Australia costa 20 AUD e il tasso di cambio con l’USD è pari a 1,07 (numero di AUD per un USD), allora essa costa 20/1,07 = 18,69 USD negli Stati Uniti. In maniera equivalente, una maglietta venduta per 18,69 USD negli Stati Uniti costa 20 AUD in Australia. Se il tasso di cambio del dollaro australiano si deprezza raggiungendo quota 1,25, cosa accade al prezzo delle importazioni e esportazioni di magliette in Australia? Le seconde diventano più convenienti; una maglietta australiana da 20 AUD costa adesso solo 16 USD (anziché 18,69 USD). Le prime invece sono ora più onerose (una maglietta americana da 18,69 USD costa 23,36 AUD anziché 20 AUD).

La figura 15.18 riassume la catena di eventi che descrive gli effetti della riduzione del tasso di interesse in Australia.

Riduzione del tasso di interesse in Australia.

Figura 15.18 Riduzione del tasso di interesse in Australia.

Esercizio 15.8 Perché attraverso le attività finanziarie?

Spiegate come mai una variazione del tasso di riferimento incide sul tasso di cambio attraverso le attività finanziarie (come le obbligazioni), anziché tramite il mercato dei beni e dei servizi.

Domanda 15.9 Scegli le risposte corrette

La seguente tabella indica il tasso di cambio della sterlina britannica contro dollaro ed euro (Fonte: Bank of England):

  24 Nov 2014 23 Nov 2015
USD/GBP 1,5698 1,5131
EUR/GBP 1,2622 1,4256

I tassi di cambio sono qui definiti come quantità di euro o dollari per una sterlina. Sulla base delle informazioni fornite, quali delle seguenti affermazioni sono corrette?

  • Nel periodo considerato l’USD si apprezza contro il GBP.
  • Il GBP si deprezza contro l’euro nell’anno considerato.
  • Le esportazioni britanniche verso gli USA erano più competitive nel 2015 rispetto a un anno prima.
  • I beni importanti in Inghilterra dall’Europa erano più costosi nel 2015 rispetto all’anno precedente.
  • Il dollaro si è apprezzato nei confronti della sterlina, visto che per acquistare una sterlina nel 2015 servivano meno dollari rispetto al 2014.
  • La sterlina si è apprezzata nei confronti dell’euro, visto che per acquistare una sterlina servivano più euro nel 2015 rispetto all’anno precedente.
  • Il fatto che la sterlina si sia deprezzata nei confronti del dollaro rappresenta uno stimolo alle esportazioni britanniche verso gli USA.
  • Poiché l’euro si è deprezzato, i beni importati dall’Europa risultano meno costosi.

15.10 Shock e politiche dal lato della domanda

Per capire in che modo un governo può rispondere agli shock di domanda, analizziamo la recessione che si è verificata negli Stati Uniti in seguito allo scoppio della “bolla delle dot-com”. La tabella 15.2 illustra le politiche fiscali e monetarie messe in atto nel 2001 durante la recessione, quando l’economia degli Stati Uniti subì un rallentamento dopo dopo un decennio di espansione.

La prima riga nella tabella mostra la riduzione del tasso di crescita del PIL reale dal 4,1% allo 0,9%. Nelle ultime due righe in fondo vediamo l’effetto in termini di aumento della disoccupazione e riduzione dell’inflazione, come da attese nel caso di uno shock negativo di domanda. La recessione fu innescata dalla fine del boom degli anni precedenti, che aveva determinato aspettative eccessivamente ottimistiche sulle prospettive di profitto derivanti dagli investimenti in nuove tecnologie, e aveva quindi spinto le imprese nei settori ITC (information and communications technology) ad ampliare eccessivamente la propria capacità produttiva. Rimandiamo al Capitolo 11 per ulteriori dettagli sulla bolla delle dot-com e alla figura 14.5 per il modello degli investimenti con effetti di domanda e offerta.

2000 2001 2002 2003
Prodotto Interno Lordo reale (% variazione annua) 4,1 0,9 1,8 2,8
Contributo alla variazione del PIL (%): Variazione investimenti non residenziali 1,15 −1,2 −0,66 0,69
Variazione investimenti residenziali −0,07 0,09 0,39 0,66
Variazione spesa pubblica 0,10 0,88 0,74 0,36
Altro 2,92 1,13 1,33 1,09
Tasso di interesse nominale della Federal Reserve (%) 6,24 3,89 1,67 1,13
Tasso di disoccupazione (%) 4,0 4,47 5,8 6,0
Tasso di inflazione (%) 3,4 2,8 1,6 2,3

Il mix di politica fiscale e monetaria negli Stati Uniti in seguito allo scoppio della bolla delle dot-com.

Tabella 15.2 Il mix di politica fiscale e monetaria negli Stati Uniti in seguito allo scoppio della bolla delle dot-com.

Federal Reserve Bank of St. Louis, FRED.

La recessione e la politica economica

La tabella indica che nel 2000 il contributo degli investimenti non residenziali alla crescita del PIL fu molto superiore di quello degli investimenti residenziali e della spesa pubblica. Con la sua diminuzione nel 2001 l’economia entrò in recessione; questa, avrebbe potuto essere ben più disastrosa in assenza di una forte risposta di politica monetaria e fiscale. Nel 2001 la Federal Reserve iniziò a ridurre con decisione il tasso di interesse nominale, portandolo dal 6,2% del 2000 al 3,9% nel 2001 e all’1,1% nel 2003.

Come si osserva dalla tabella 15.2, le politiche economiche del governo e della banca centrale favorirono la stabilizzazione dell’economia. L’inflazione e la crescita del PIL tornarono presto ai livelli precedenti la recessione. L’effetto sulla disoccupazione fu più lento: nel 2003 essa aumentò ancora e nemmeno successivamente tornò ai livelli del 2000; ciò suggerisce la possibilità che prima della crisi l’economia statunitense stesse operando al di sopra della sua capacità.

La recessione e il modello

Possiamo applicare il modello sviluppato nella figura 15.19 al caso del rallentamento della spesa per gli investimenti nell’economia statunitense. Esaminando il grafico del moltiplicatore, nel grafico in basso osserviamo che una riduzione degli investimenti abbassa la curva della domanda aggregata e genera nel mercato dei beni un nuovo equilibrio, nel quale la produzione è minore e la disoccupazione è più elevata. La tabella 15.2 mostra che questo è in effetti ciò che accadde negli Stati Uniti a seguito dello scoppio della bolla delle dot-com: la disoccupazione aumentò dal 4% nel 2000 al 6% nel 2003, e l’inflazione scese dal 3,4% nel 2000 all’1,6% nel 2002.

Nella logica della curva di Phillips, l’inflazione si riduce in risposta ad un aumento della disoccupazione. Attraverso l’analisi della figura 15.19 è possibile vedere le conseguenze dello shock e la risposta di politica economica: il governo fornisce stimoli fiscali e la Federal Reserve allenta la politica monetaria rendendola più espansiva.

Osserviamo che adesso il miglior risultato per il governo non è la piena occupazione, ma piuttosto quel livello di occupazione (e disoccupazione) che mantiene il mercato del lavoro in equilibrio, scongiurando la possibilità di un’inflazione crescente o decrescente. Nella figura 15.19, il punto X rappresenta tale livello ottimale: l’inflazione è al suo valore di obiettivo e l’occupazione è coerente con un’inflazione costante. Dall’analisi delle curve di indifferenza risulta evidente che la recessione riduce il benessere nell’economia.

Politiche di stabilizzazione per aumentare l’occupazione dopo una caduta degli investimenti.

Figura 15.19 Politiche di stabilizzazione per aumentare l’occupazione dopo una caduta degli investimenti.

Prima della recessione

L’economia è nel punto C.

Figura 15.19a L’economia è nel punto C.

Una riduzione degli investimenti

La domanda aggregata si abbassa e l’economia si muove nel punto D, nel quale l’inflazione è minore ma la disoccupazione è più elevata.

Figura 15.19b La domanda aggregata si abbassa e l’economia si muove nel punto D, nel quale l’inflazione è minore ma la disoccupazione è più elevata.

La banca centrale e il governo reagiscono

Una riduzione del tasso di interesse e uno stimolo fiscale (riduzione delle imposte e aumento della spesa pubblica) riportano la curva della domanda aggregata alla posizione iniziale.

Figura 15.19c Una riduzione del tasso di interesse e uno stimolo fiscale (riduzione delle imposte e aumento della spesa pubblica) riportano la curva della domanda aggregata alla posizione iniziale.

L’effetto delle politiche di stabilizzazione

L’aumento della domanda riduce la disoccupazione e aumenta l’inflazione: l’economia si muove lungo la curva di Phillips e torna al punto C.

Figura 15.19d L’aumento della domanda riduce la disoccupazione e aumenta l’inflazione: l’economia si muove lungo la curva di Phillips e torna al punto C.

Esercizio 15.9 Il boom immobiliare

  • Cosa accade in seguito ad un boom nel settore immobiliare? Nel fornire una spiegazione utilizzate il modello del moltiplicatore e la curva di Phillips.
  • Quale vi aspettate che sia il comportamento della banca centrale?

15.11 Prima della crisi finanziaria globale: le politiche di inflation targeting

Grande moderazione
Periodo tra gli anni Ottanta e la crisi finanziaria del 2008, caratterizzato, nelle economie avanzate, da una scarsa volatilità della produzione e del reddito. Il nome ‘Grande moderazione’ fu suggerito dagli economisti James Stock e Mark Watson e reso popolare dall’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke.

I 25 anni che hanno preceduto la crisi finanziaria globale del 2008 sono spesso indicati come il periodo della Grande moderazione; uno sguardo alla figura 15.14 spiega il motivo. Nonostante lo shock petrolifero degli anni Duemila, le economie di molti paesi sono state caratterizzate da crescita stabile, con bassi livelli di inflazione e di disoccupazione. Ciò è in netto contrasto con quanto osservato negli anni Settanta (andamento instabile della crescita e della disoccupazione con elevata inflazione). Due aspetti hanno contraddistinto la conduzione della politica economica negli anni Novanta e Duemila prima della crisi:

inflation targeting
Regime di politica monetaria nel quale la banca centrale modifica i tassi di interesse in modo da influenzare la domanda aggregata, con lo scopo di mantenere l’economia vicina a un livello di inflazione predeterminato.

La ragione di queste scelta va cercata nella nell’instabilità della curva di Phillips, illustrata nella figura 15.9, e negli elevati costi in termini di disoccupazione che molti paesi avevano dovuto sostenere negli anni Ottanta per ridurre l’inflazione. In tutto il mondo, le autorità di politica economica si convinsero dell’esistenza di un tasso di disoccupazione in grado di stabilizzare l’inflazione.

A partire dagli anni Novanta, i governi iniziarono gradualmente a convincersi che alle banche centrali dovesse essere lasciata la responsabilità di tenere l’economia quanto possibile vicina al livello di inflazione obiettivo. Questo venne fissato tipicamente intorno al 2% nelle economie sviluppate, un po’ più in alto in alcuni paesi in via di sviluppo (tabella 15.3). Poiché, come abbiamo visto nel paragrafo 15.1, molti elettori vorrebbero una riduzione della disoccupazione anche a costo di una più elevata inflazione, il problema della banca centrale era quello di formulare un impegno credibile a non deviare dall’obiettivo annunciato.

Paese Data di adozione dell'inflation targeting Inflazione alla data di adozione (%) Inflazione a fine 2010 (%) Tasso di inflazione di obiettivo (%)
Nuova Zelanda 1990 3,30 4,03 1 − 3
Canada 1991 6,90 2,23 2 ± 1
Regno Unito 1992 4,00 3,39 2
Australia 1993 2,00 2,65 2 − 3
Svezia 1993 1,80 2,10 2
Repubblica Ceca 1997 6,80 2,00 3 ± 1
Israele 1997 8,10 2,62 2 ± 1
Polonia 1998 10,60 3,10 2,5 ± 1
Brasile 1999 3,30 5,91 4,5 ± 1
Cile 1999 3,20 2,97 3 ± 1
Colombia 1999 9,30 3,17 2 − 4
Sud Africa 2000 2,60 3,50 3 − 6
Tailandia 2000 0,80 3,05 0,5 − 3
Ungheria 2001 10,80 4,20 3 ± 1
Messico 2001 9,00 4,40 3 ± 1
Islanda 2001 4,10 2,37 2,5 ± 1,5
Corea del Sud 2001 2,90 3,51 3 ± 1
Norvegia 2001 3,60 2,76 2,5 ± 1
Perù 2002 −0,10 2,08 2 ± 1
Filippine 2002 4,50 3,00 4 ± 1
Guatemala 2005 9,20 5,39 5 ± 1
Indonesia 2005 7,40 6,96 5 ± 1
Romania 2005 9,30 8,00 3 ± 1
Serbia 2006 10,80 10,29 4 − 8
Turchia 2006 7,70 6,40 5,5 ± 2
Armenia 2006 5,20 9,35 4,5 ± 1,5
Ghana 2007 10,50 8,58 8,5 ± 2
Albania 2009 3,70 3,40 3 ± 1

Paesi che nel 2012 adottavano una politica di inflation targeting.

Tabella 15.3 Paesi che nel 2012 adottavano una politica di inflation targeting.

jahan.2012

Per rendere quanto più possibile credibile tale impegno, molti paesi hanno aumentato l’indipendenza della propria banca centrale. I politici come il superministro della Repubblica Federale Tedesca Helmut Schmidt, che devono essere rieletti, avranno sempre la tentazione di promettere una bassa disoccupazione oggi, anche quando questo porta ad un’inflazione crescente domani. Rendere la banca centrale indipendente e assegnarle un esplicito obiettivo in termini di inflazione, le consente di resistere con più facilità alle pressioni politiche, limitando la creazione di una spirale inflazionistica di salari e prezzi. Il fatto che la banca centrale sia fedele all’impegno di mantenere l’inflazione al suo livello di obiettivo contribuisce ad allineare le aspettative di lavoratori e imprese, il cui livello di inflazione attesa sarà l’inflazione obiettivo.

La figura 15.20 mostra la relazione tra il grado di indipendenza della banca centrale intorno alla metà degli anni Ottanta e l’inflazione media nel periodo 1962-90 nei paesi dell’OCSE. Esiste una forte correlazione negativa tra le due variabili: nel periodo considerato, i paesi in cui la banca centrale è meno indipendente presentano un’inflazione mediamente più elevata.

Inflazione e indipendenza della banca centrale nei paesi dell’OCSE.

Figura 15.20 Inflazione e indipendenza della banca centrale nei paesi dell’OCSE.

Dati sull’inflazione IPC: OECD Statistics. L’indice di indipendenza delle banche centrali è preso da: grilli.etal.1991

L’esistenza di una correlazione non è sufficiente a concludere che il grado di indipendenza della banca centrale limiti l’inflazione, ma era opinione di molti che tale indipendenza rende controllo dell’inflazione più semplice. Di conseguenza, i paesi a più alta inflazione sono stati quelli che hanno concesso la maggiore indipendenza alle rispettive banche centrali, arrivando ad indicare l’obiettivo di bassa inflazione nei loro statuti. La Nuova Zelanda, che aveva sofferto di un problema di inflazione elevata nel 1989, fu il primo Paese a sperimentare con successo una politica di inflation targeting per ridurre e mantenere bassa l’inflazione. Altri imitarono così questa strategia, in particolare i paesi mediterranei, tra cui Portogallo, Grecia, Spagna, Italia e Francia.

In un regime di politiche monetaria con inflation targeting, se la disoccupazione di un paese scende sotto il livello di equilibrio (livello che stabilizza l’inflazione), spostandosi verso nord-est lungo una curva di Phillips e su una curva di indifferenza peggiore, la banca centrale alza il tasso di interesse e frena la domanda aggregata. In modo simile, in seguito ad una riduzione della domanda aggregata (dovuta, ad esempio, ad una diminuzione della fiducia delle imprese), la banca centrale taglia il tasso di interesse e riporta l’economia verso il suo livello di obiettivo inflazionistico. Nella tabella 15.2 le azioni della Federal Reserve vengono descritte in questi termini.

La figura 15.21 rappresenta la curva di Phillips e le curve di indifferenza per un’economia la cui banca centrale adotta una strategia di inflation targeting. L’inflazione si mantiene stabile (al suo livello di obiettivo del 2%) nel punto X, dove il mercato del lavoro è in equilibrio e la disoccupazione è al 6%. L’equilibrio del mercato del lavoro, e quindi il tasso di disoccupazione che stabilizza l’inflazione, è diverso da economia a economia. Ad esempio, durante gli anni Duemila esso era stimato essere pari al 5,9% nel Regno Unito e al 7,7% in Germania.

Il tasso di disoccupazione che rende stabile l’inflazione.

Figura 15.21 Il tasso di disoccupazione che rende stabile l’inflazione.

Se uno shock di domanda aggregata riduce la disoccupazione al di sotto del 6%, l’inflazione cresce lungo la curva di Phillips. La reazione della banca centrale è quella di aumentare il tasso di interesse per ridurre la domanda aggregata e alzare la disoccupazione. Se non agisse prontamente, potrebbe determinarsi una spirale inflazionistica prezzi-salari che sposta verso l’alto la curva di Phillips. In maniera analoga, se l’inflazione scende sotto il livello di obiettivo, la banca centrale taglia il tasso di interesse per spingere l’inflazione verso l’alto.

L’impegno della banca centrale a perseguire di un obiettivo di inflazione aiuta a spiegare perché il terzo shock petrolifero, quello degli anni Duemila, non ha provocato un drastico innalzamento dei prezzi, come i due shock precedenti degli anni Settanta. Lo shock ha portato a un aumento del livello generale dei prezzi, ma questo è stato temporaneo: dato l’impegno della banca centrale nessuno si aspettava che un aumento durevole dell’inflazione; il mancato aumento dell’inflazione attesa ha consentito di evitare la creazione di una spirale prezzi-salari.

Domanda 15.10 Scegli le risposte corrette

Nella figura 15.21 sono rappresentate la curva di Phillips e le curve di indifferenza per un’economia. La banca centrale è indipendente e persegue un obiettivo di inflazione al 2%. Sulla base di queste informazioni, quale delle seguenti affermazioni è corretta?

  • La banca centrale opera per azzerare la disoccupazione e tenere l’inflazione al 2%.
  • La forma delle curve di indifferenza indica che la banca centrale è sempre disposta ad accettare un aumento dell’inflazione in cambio di una riduzione della disoccupazione.
  • In caso di shock della domanda che aumentano la disoccupazione, a meno di politiche che riducano il gap di contrattazione, la curva di Phillips si abbasserà.
  • In caso di shock della domanda che riducono la disoccupazione, la banca centrale alzerà il tasso di interesse per ridurre l’inflazione e riportarla al livello obiettivo.
  • La curva di Phillips mostra che c’è sempre un tasso di disoccupazione positivo nel mercato del lavoro. La banca centrale cerca di portare la disoccupazione al suo livello di equilibrio (6%), così da stabilizzare l’inflazione.
  • Questo è vero solo nei tratti crescenti delle curve di indifferenza.
  • Un gap negativo porta a un’inflazione più bassa, sia in termini effettivi che in termini attesi, con conseguente abbassamento della curva di Phillips.
  • Uno shock negativo della domanda riduce l’inflazione lungo la curva di Phillips. La banca centrale adotterà quindi politiche espansive (riduzione del tasso di riferimento).

15.12 Un’altra spiegazione del trade-off tra inflazione e disoccupazione

Perché esiste un trade-off tra disoccupazione e inflazione? Fino ad ora, la risposta era che, quando il tasso di disoccupazione aumenta, il maggior costo della perdita del lavoro rende i lavoratori più disponibili ad accettare un salario più basso e a garantire a tale salario l’impegno richiesto dai datori di lavoro.

Reazione dei prezzi ad un aumento dell’occupazione e del grado di utilizzo della capacità produttiva.

Figura 15.22 Reazione dei prezzi ad un aumento dell’occupazione e del grado di utilizzo della capacità produttiva.

C’è tuttavia una seconda ragione che spiega la relazione fra bassa disoccupazione e alta inflazione. Nella figura 15.22 l’asse orizzontale mostra il grado di utilizzo della capacità produttiva dell’economia. Quando esso cresce e ci muoviamo verso destra lungo l’asse delle ascisse, vi saranno meno impianti inattivi, meno tavoli vuoti nei ristoranti, e altri indicatori (come ad esempio, la quantità di ore di lavoro straordinario) che mostrano una riduzione della capacità in eccesso nelle fabbriche e nei negozi. Nel Capitolo 14 abbiamo spiegato quale sia la tipica risposta delle imprese in caso di aumento del grado di utilizzo della capacità produttiva: esse incrementano gli investimenti per accrescere la loro capacità di soddisfare gli ordini di acquisto e la domanda.

vincoli di capacità produttiva
Vi è soggetta un’impresa che riceve ordini in quantità superiore a quanti ne riesce a soddisfare.

Tuttavia, costruire nuovi impianti e installare nuove attrezzature richiede tempo, durante il quale, ai prezzi correnti, le imprese ricevono più ordini di quanti non riescono ad evadere. Gli economisti dicono che esse sono soggette a vincoli di capacità produttiva. Le imprese in questa situazione non hanno nulla da perdere ad alzare i prezzi; visto che anche i concorrenti sono soggetti allo stesso vincolo, le imprese affronta una concorrenza meno intensa, con la conseguenza che le loro curve di domanda sono meno elastiche al prezzo. In risposta ad un maggiore utilizzo della capacità produttiva, tutte le imprese tenderanno insomma ad aumentare il markup del prezzo sui costi, innescando una spirale prezzi-salari.

15.13 Conclusioni

Gli elettori desiderano che l’economia operi in una condizione di bassa disoccupazione e di inflazione ridotta ma positiva. Raggiungere tale condizione non è tuttavia semplice. Nel breve periodo, esiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione: la autorità di politica economica possono ridurre la disoccupazione al costo di una maggiore inflazione; questo porta però un aumento dell’inflazione attesa e crea una spirale prezzi-salari, che determina un’inflazione più alta e crescente nel tempo.

Si ritiene che le banche centrali siano più inclini dei politici, che devono rispondere alle pressioni democratiche di breve periodo, a tenere conto delle conseguenze future delle proprie azioni. Per questa ragione molti paesi hanno affidato alle rispettive banche centrali, operanti in condizioni di indipendenza, il compito di perseguire un obiettivo di inflazione (inflation targeting), rispondendo agli shock di domanda e di offerta con la manovra del tasso di interesse nominale.

Questo nuovo quadro di politica macroeconomica orientato ad un obiettivo di inflazione sembrava avere funzionato bene in risposta agli shock petroliferi degli anni Duemila. Il consenso è stato tuttavia scosso del verificarsi della crisi finanziaria globale. Molte banche centrali hanno sperimentato l’inefficacia della politica monetaria quando il tasso di interesse raggiunge il suo limite inferiore (zero lower bound), e questo ha reso nuovamente attraente la politica fiscale come strumento di stabilizzazione.

Concetti introdotti nel capitolo 15

Prima di procedere, verificate di aver ben compreso questi concetti:

  1. Phillips, A. W. (1958), “The relation between unemployment and the rate of change of money wage rates in the United Kingdom, 1861-1957”, Economica, 25, pp. 283. 

  2. Friedman, M. (1968), “The role of monetary policy”, American Economic Review, 58, pp. 1–17. 

  3. Walton, D. (2006), “Has oil lost the capacity to shock?”, Oxonomics, 1, pp. 9–12.